L’invito è per questa sera a teatro. La “Compagnia degli Strilloni”, cinque attori insieme dagli Anni Novanta uniti da sincera e profonda passione per il palcoscenico, tenta di riproporsi nuovamente al pubblico sperando di poter interrompere una interminabile nottata.
Strilloni… C’è ancora qualcuno che se li ricorda?
Strilloni anch’essi, sicuramente di un palcoscenico molto più vasto fatto di strade, vicoli e cortili della vecchia Caselle, si affacciano alla mente dopo tanti anni e con l’immagine un poco sfocata, il portalettere e il venditore ambulante di giornali quotidiani, interpreti di un servizio che a quel tempo si aspettava con ansia evidente o si accoglieva con altrettanto evidente timore spesso giustificato.
A piedi, con passo sicuro e cadenza militare, l’anziano portalettere Marchino, alto, robusto e proprietario di una ancora folta capigliatura grigia soltanto parzialmente mortificata dal berretto d’ordinanza, percorreva l’intera Via Torino, il vicolo Balchis o il Vicolo Bugella e si arrestava al centro del cortile dopo aver dedicato la giusta attenzione ai suoi due poderosi baffi che, ammirati da vicino, avrebbero indotto alla soggezione anche i più forniti inquilini della vecchia Casa Reale. Pescava nella enorme tracolla di cuoio lettere e cartoline che, agitando successivamente come vessilli, consegnava strillando, non sempre correttamente, il cognome del destinatario, che a volte disattento o chiuso in casa obbligava il buon Marchino a strillare due volte. Del resto, e forse non lo sapeva, da altre parti del mondo e già da alcuni anni, i suoi colleghi suonavano sempre due volte.
Uscito dal vicolo, con identico incedere si avviava verso altri cognomi da strillare e altre lettere da consegnare che, preziose quanto attese , a volte dovevano aspettare che nel cortile, si affacciasse e si rendesse disponibile una certa signora, quella che sapeva leggere. La signora Nilla, a sua volta destinataria della corrispondenza che da Bergamo le inviava il figlio Adriano Rossetti, inforcati gli occhiali e assunto l’atteggiamento di circostanza, finalmente informava le mamme, in trepidante ascolto, della buona salute del figlio operaio a Dusseldorf o della malinconica solitudine dei vecchi genitori rimasti al paese. Tutto il sapere di queste povere madri era affidato a due sole stanghette incrociate.
Poi un giorno, verso la fine degli Anni Cinquanta, il postino smise di strillare i vecchi, abituali cognomi. L’Italia che stava cambiando proponeva ormai con inarrestabile continuità una diversa, inedita identità dei nuovi destinatari della posta . Cambiò anche il portalettere. Per breve tempo Edoardo Miniotti mise a tracolla quella stessa borsa di cuoio e si avventurò tra vicoli e cortili, senza strillare. Con atteggiamento di grande pacatezza, sicuramente mutuato dall’abituale e silenzioso destreggiarsi tra ceri e paramenti della Chiesa di S. Giovanni, anziché brandire sembrava porgere la corrispondenza, in attesa di poterla sistemare nella apposite cassette che già si affacciavano all’esterno delle nostre abitazioni.
Lo strillone, invece, si annunciava da lontano. Sul berretto con visiera si leggeva quasi sempre il nome di qualche importante quotidiano. Un lungo grembiule blu tipo cucina, provvisto di ampia tasca sul davanti, custodiva l’incasso, mentre il braccio piegato in un approssimativo angolo retto sorreggeva il fascio dei giornali da cui pendeva, come una invitante locandina, la pagina che annunciava complicate, drammatiche vicende familiari o gravi incidenti stradali che lo strillone, con voce stentorea, si apprestava a diffondere per le principali vie del paese oppure nei vicoli e nei cortili più affollati concludendo l’annuncio con l’immancabile “particolari e fotografie”.
Quella mattina, a Caselle, non aspettammo lo strillone. La gente gli andò incontro e silenziosamente si lasciò consegnare una copia del giornale. Ancora una volta, con gli occhi gonfi e la voce tremante, toccò alla signora Nilla leggere a madri e sorelle, sedute in un casuale, improvvisato semicerchio, proprio “ quei particolari ” e mostrare “quelle fotografie”.
Era l’inizio di settembre del ’55. Aldo e Tommaso, quest’ultimo un ragazzo di soli tredici anni impegnato a apprendere il mestiere di falegname nei mesi della vacanza estiva, il giorno prima ci avevano lasciati, vittime di un terribile incidente stradale.
Per lungo tempo nel cortile in fondo a Via Roma e tra i portici di Via Gibellini, è riecheggiata la voce forte e falsamente sicura di quello strillone, che per la gente di Caselle non è stato mai soltanto un vecchio e singolare venditore di giornali .
Stasera a teatro, spero di ritrovarlo.

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