Nelle settimane passate abbiamo visto scene surreali: uomini che precipitavano dai carrelli di aerei cargo in volo e talebani seduti alla scrivania presidenziale afghana. Come siamo arrivati a tutto questo? Le origini della “questione afghana” sono lontane, risalendo fin alla fine degli anni Settanta, quando in un contesto di guerra fredda l’Unione Sovietica occupò il Paese. Gli Stati Uniti supportarono gruppi estremisti, i mujaheddin, che  dopo anni di guerra riuscirono a cacciare i Sovietici e stabilirono un governo debole e frammentario. Questo permise ai taliban di prendere il potere qualche anno dopo, nel 1996. Chi sono i taliban? Con questo termine si indicano gli “studenti” dell’etnia pashtun, la più numerosa in Afghanistan, formatesi nelle scuole coraniche nel sud del Paese. Essi promettevano alla popolazione, stremata da anni di guerra, di combattere la criminalità e l’instabilità nel Paese. Dopo gli attentati dell’Undici Settembre la coalizione a guida stelle e strisce scesa in campo per una global war on terrorism rimosse in pochi giorni il gruppo islamista dal potere. Da allora i taliban si sono trincerati in remote zone montuose dell’Afghanistan, dove in vent’anni hanno raccolto decine di migliaia di nuovi adepti combattenti. Raid USA hanno a più riprese ucciso i principali leader, senza però mai infliggere seri colpi al movimento. Eppure i talebani di oggi non sono quelli di ieri. A differenza di Al-Qaeda, il gruppo talebano guidato da Osama Bin Laden, o a differenza del sedicente Stato Islamico – l’ISIS, per intenderci – questi talebani non vogliono esportare la propria ideologia all’estero, limitandosi a farla brutalmente applicare nei territori da loro controllati. Con gli altri stati, anzi, affermano di voler esercitare la diplomazia. Si vedono come un’elite morigerata e salvatrice dalla degenerazione dei costumi, tipica – per inciso – dell’Occidente: sotto il regime taliban è vietato radersi, ascoltare musica, andare al cinema, bere alcol o fare politica. E le donne possono uscire solo se accompagnate dal proprio uomo e se coperte integralmente dal velo. Resta una domanda: per conquistare un intero Paese dopo vent’anni di presenza militare internazionale i talebani hanno dovuto acquistare mezzi, armi, munizioni, viveri e molti altri beni… con che soldi? Insomma, come si finanziano? Prevalentemente grazie al commercio di droghe e stupefacenti, in particolare imponendo tasse ai coltivatori di papaveri da oppio, da cui si ricava l’eroina, ma anche grazie a finanziamenti esterni provenienti da Pakistan ed Arabia Saudita. Secondo le stime condotte dalla NATO, i taliban racimolano un miliardo e mezzo di euro ogni anno. Non appena la nuova presidenza Biden, come promesso all’elettorato e dichiarato già diversi mesi fa, ha davvero ritirato le truppe dall’Afghanistan, i taliban erano pronti. In molti hanno accusato Biden di avventatezza, ma non si deve scordare un passaggio: l’America non fa più gli interessi del mondo; l’America fa gli interessi dell’America. L’Afghanistan stesso non è mai stato oggetto di una missione internazionale, quanto di una coalizione di alleati facenti capo alla guida e alla sovranità Statunitense. Non siamo più in quell’unipolar moment in cui gli Stati Uniti erano disposti a promuovere e tutelare l’ordine democratico occidentale. Oggi ragionano esclusivamente in tutela della propria middle class. L’America first sbraitata da Donald Trump fa parte di una tendenza molto più ampia. Il ritiro è stato certamente caotico, specie per quanto riguarda i collaboratori locali delle potenze occidentali, sicure vittime di un’eventuale vendetta talebana. Vendetta che non arriverà però fino a quando tutte le telecamere saranno puntate su Kabul. I talebani non sono più dei pastori estremisti con un AK47, ma sono moderni: sanno come e quando muoversi. E lo hanno dimostrato prendendo il controllo di uno Stato da 40 milioni di abitanti in poche ore, sbaragliando un esercito regolare di quasi 300mila effettivi senza quasi sparare un colpo. I taliban non volevano combattere, ma provocare un “collasso politico”. Ci sono riusciti tessendo relazioni per decenni con figure locali chiave, come piccoli gerarchi militare e capi tribù, conquistando i territori di provincia attraverso negoziati e colloqui. Si sono aggiunti anche alcuni omicidi mirati di personalità chiave non sufficientemente disposte a scendere a compromessi. Il compito è stato facilitato dal fatto che la presenza militare Statunitense non ha mai davvero puntato alla costruzione di un solido Stato Democratico legittimato presso l’opinione pubblica. Un capo taliban ha dichiarato che l’esercito regolare si è arreso “come capre e pecore” non perché “siano diventati fedeli” ma perché hanno capito che “non c’erano più dollari”. Il ragionamento fila, anche se nemmeno i taliban si aspettavano una resistenza così blanda. E così dopo vent’anni di guerra, migliaia di morti (tra cui anche 53 nostri connazionali), miliardi di dollari (di cui quasi 9 miliardi messi dal nostro Paese), sembra tutto tornato come prima. Guardando all’obbiettivo con cui Bush annunciò l’occupazione dell’Afghanistan, ovvero stanare e sterminare i colpevoli dell’Undici Settembre, potremmo dire che la campagna è stata un successo. Allargando gli orizzonti alle dinamiche di democracy building è stata invece un fallimento completo.

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