Ci sono città, alcune più di altre, che posseggono la capacità di guadagnarsi il titolo di “musicale”. A me viene in mente Vienna, che, capitale di un impero multilingue e multiculturale, fece della musica uno dei suoi punti di forza. Infatti, se la massima fama le giunse solo a metà ‘800 con la mirabolante famiglia degli Strauss, che fecero di lei la capitale del valzer, già molto tempo prima aveva attirato un gran numero di compositori di prima grandezza. Vivaldi, a suo tempo; poi Haydn, al termine dei suoi rapporti con gli Esterházy; poi Mozart, quando chiuse la porta in faccia al suo Arcivescovo e si rifugiò sotto la guglia di Santo Stefano; e infine Beethoven, che giuntovi ventenne con l’idea di restarci per poco, ci rimase tutta la vita.
Eppure la città che accoglieva musicisti di tale importanza sembrava avara a partorire compositori viennesi DOC. L’unico che, a pari livello dei nomi sopraccitati, sia nato in un caratteristico quartiere viennese  di periferia ed abbia sempre tenuto legami strettissimi, quasi viscerali, con la sua città fu Franz Schubert (1797-1828).
Figlio (il dodicesimo d’una nidiata di quattordici) di un rigido maestro di scuola che intendeva instradarlo alla sua stessa professione, appena decenne fu accolto, per le doti canore, nell’Imperial-Regio Convitto della città dove ricevette una buona educazione non solo musicale; ma quando, terminati gli studi, dovette decidere su “cosa fare da grande” si scontrò con quello che sarebbe sempre stato il suo problema, l’incapacità di accettarsi in un ruolo definito. Infine, dopo intermittenti e sofferti tentativi (per il lavoro di maestro nutriva una vera idiosincrasia), tralasciò l’idea di trovarsi un lavoro e decise di vivere libero, in uno stato di “bohème” ante litteram. Dalla fine del periodo scolastico alla morte a trentun anni, tranne un viaggio presso gli Esterházy nell’estremo tentativo di trasformarsi in insegnante, la sua vita trascorse senza memorabili avvenimenti esteriori, ospite in casa di questo o di quell’amico: timido, schivo, incapace di gestire il suo stesso genio, dipese sempre da un gruppo solidale che, a turno, lo sostentava: non ebbe mai una casa sua, addirittura non possedeva un suo pianoforte: lui, che scrisse cose divine per questo strumento, poteva solo usarlo di volta in volta, quando glielo prestavano gli amici. Li ricompensava regalando la musica che usciva dalla sua vena inesauribile: lieder, variazioni, valzerini… Tentò invano di entrare nel giro concertistico cittadino con lavori orchestrali. Il suo percorso di sinfonista è però interessante. Ancora agli anni del Convitto risale un blocco giovanile, anzi adolescenziale, di sei sinfonie. Eseguite di rado anche oggi, sono sempre una sorpresa per l’ascoltatore. Modeste nelle dimensioni e nell’organico (destinataria ne era l’orchestra amatoriale del Convitto), hanno però un piglio seducente e una grande spontaneità. La cifra stilistica a cui il giovanissimo compositore si riferiva era Haydn e Mozart, però illeggiadrita da una vena tutta viennese d’eleganza e spensieratezza.
Questo è evidente già nella Prima sinfonia in re maggiore composta a 16 anni ed eseguita in occasione dell’addio al Convitto. Anche la Seconda in si bemolle maggiore, che volle dedicare al Preside del Convitto senza peraltro attirarne l’attenzione, e la Terza in re maggiore, non superarono le mura della scuola. Solari, scattanti, cordiali, trasparenti: sono scrigni di motivi che qua e là recano già i tratti inconfondibili dello Schubert maturo. Nella Quarta (denominata “Tragica”, forse perché in do minore) il giovane Franz sembra volersi avvicinare allo stile beethoveniano, sia per l’incisività dei temi che per un organico orchestrale più ampio, mentre con la Quinta torna a un’orchestra più cameristica. Considerata la più riuscita dell’intero gruppo giovanile, la Quinta è priva di introduzione lenta all’inizio ed entra subito in medias res; l’equilibrio fra i quattro movimenti accentua la sua atmosfera costantemente serena e briosa.
A corollario di questi cinque “exploits”, a distanza di qualche tempo Schubert scrisse ancora una Sesta sinfonia (in do maggiore, detta “la Piccola”), che ha un carattere eccezionalmente definito, direi esemplare; qui Franz, preso dall’influenza di Rossini, si sforza di cercare degli sbocchi nuovi e originali, ed in tal modo chiude amabilmente il ciclo delle sue sinfonie “giovanili”
Sei gioielli di arguzia, gaiezza e relax che sarebbe un errore considerare composizioni minori. Purtroppo il fatto di non essere state pubblicate vivo l’autore e quindi d’aver avuto rare e lacunose esecuzioni le ha tenute fuori dal percorso della Storia: si pensi che alcune di loro ebbero la prima esecuzione nel 1881 a Londra!
Ma l’avventura sinfonica schubertiana non era ancora finita, tutt’altro, e di questo parleremo prossimamente.

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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