Bruno Picat Re è il primo inginocchiato a sinistra, Salvatore Diglio è il penultimo in basso a destra

Nella fredda mattinata dell’otto dicembre dell’anno scorso che, per merito di una delle poche festività religiose rimaste sul calendario, mi appresto a trascorrere in casa pensando di addobbare per i nipoti l’ ormai tradizionale albero di Natale oppure di depositare sul muschio appena raccolto, come facevamo un tempo, i principali personaggi del presepe, uno squillo del cellulare interrompe bruscamente i miei pensieri e mi distoglie dalla sincera preoccupazione con cui avevo ormai imparato ad accogliere le quotidiane profezie dello scienziato di turno che, agitando lo spauracchio di uno stivale nuovamente tutto rosso, si preparava a rinchiuderci in casa nell’imminenza delle festività natalizie.

Bruno Picat Re con la maglia del Novara

È la voce di Piero, il cugino Piero, e basta una parola: “Bruno”.
Sì, purtroppo. L’attaccante di razza, il campione che lottando e spesso soffrendo aveva percorso l’Italia con il pallone sottobraccio questa volta non ce l’ha fatta. Non ha retto all’ennesima entrata a gamba tesa di un destino avverso che beffardamente gli ha fischiato contro l’ultima punizione della partita. La sua partita, la partita di Bruno. Due tempi quasi regolamentari. Il primo giocato in gran parte lontano da casa passando dalla vicina Canelli alla faticosa e quasi irraggiungibile Matera tra i cui sassi ha trovato l’ebbrezza della gloria sportiva e soprattutto la tenerezza degli affetti più cari; il secondo nuovamente a Caselle dove prima di arrendersi alle regole implacabili dell’anagrafe ha indossato ancora per due stagioni la casacca dei dilettanti canavesani del Favria per poi appendere definitivamente al chiodo le scarpe bullonate.
Spengo il telefono e mi ritrovo, senza volerlo, a guardare dalla finestra.
Vorrei non crederci, vorrei pensare ad uno scherzo, anche se da qualche tempo, caro Bruno, avevamo dovuto malinconicamente accettare che i nostri ricordi di gioventù, e purtroppo non solo quelli, sbiadissero un poco ogni giorno.
Sembra ieri, ed è passato un anno.
Sembra ieri quando ragazzini ci incontravamo al Prato della Fiera dove, per colpa o per merito di una palla di logoro cuoio, per chi aveva i nostri pochi anni non faceva mai sera. Tu, fisico esile e capelli a spazzola, districandoti tra l’ ammirazione e la gelosia dei tuoi coetanei meno bravi inseguivi un sogno che di sicuro già ti apparteneva. Ti vedemmo lasciare Caselle dopo una breve, fugace apparizione con i colori del sodalizio locale, per trovare subito spazio tra le giovani violette del Cenisia del presidente Cillario e del grande, disinvolto “Cochi”Sentimenti che capì e, senza alcun indugio, ti condusse tra le fila dei giovanissimi granata. Ci perdemmo fatalmente di vista e solo qualche volta, di sfuggita, ti vedevamo tornare a casa la domenica sera sul sellino posteriore di un rarissimo esemplare di “Galletto” della vecchia e gloriosa Guzzi guidato da papà Luigi che, con la discrezione e la modestia in uso da queste parti, manifestava lo stesso orgoglio di cui non faticammo noi giovani ad impadronirci per poterlo esibire, fieri ed impettiti, quando raccontavamo al mondo di essere tuoi amici. Poi quel gioco è diventato professione, ed in rapida successione ecco Matera, la prima e la seconda volta, Livorno, Novara e ancora il Sud del nostro Paese, sfiorando con gli amaranto toscani il palcoscenico della serie A.
E proprio pensando alla tua permanenza tra le fila del Livorno, dove eri approdato lasciando per la prima volta Matera all’inizio degli Anni ’70, il mio ricordo va oggi ad un normale pomeriggio d’inverno. Era consuetudine in quegli anni di televisione in bianco e nero assistere ogni domenica verso le diciannove alla visione in differita di un tempo di una partita di calcio del campionato di serie A. Al caffè Garibaldi nel grande salone in cui convivevano spettatori televisivi e rumorosi giocatori di carte, Michele Bertino, congedati a fatica gli accaniti affezionati dei tarocchi, disponeva con ordine le sedie a favore di video per i tifosi che fino all’ultimo ignoravano l’incontro di calcio che di lì a poco avrebbero visto. Quella domenica la serie A osservava un turno di riposo. Fra le partite di serie B fu scelta la gara del Livorno. Tu giocavi ala sinistra. La voce forte, metallica del grande Nando Martellini che commentava le azioni di gioco sembrò per un attimo arrestarsi per poi riprendersi ed esclamare “Sì, di Picat Re, di questo giovane talento sentiremo ancora sicuramente parlare“.
In questi giorni se alzo il capo e mi fermo a guardare lassù dove, ormai da un anno, giochi con Mario Campasso e Nico Airola ti rivedo, braccia alzate e capelli al vento, correre libero dal tormento dei ricordi, verso i tuoi affetti migliori, verso la tua, la nostra Caselle. Non riesco a trattenere una forte emozione e un doloroso orgoglio mentre ascolto quella voce metallica e lontana che continua a parlare di te e sussurrando grida : “ Picat Re, tiro, gol! “
Ciao, Bruno.

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