L’acqua fresca del “turet” di fronte alla piazzetta del vecchio peso pubblico era il giusto ristoro per chi ragazzi come noi, sul Prato della Fiera aveva appena immolato le ultime scarpe di tela, oppure per chi, contando su una vecchia e indiscussa amicizia, tra un mezzo toscano sempre spento e una inguardabile sigaretta piena di pessimo trinciato, concludeva la passeggiata pomeridiana sotto i viali alberati raccontando volentieri ai compagni di viaggio i più curiosi fatti altrui o le proprie preoccupanti malattie, per la verità, spesso soltanto temute.
E ogni volta, abbandonata la fontanella ci colpiva, quasi ad intimorirci per la sua imponenza, la candida torre dell’acquedotto, oggi a quadri bianchi e rossi come una gigantesca scacchiera. Il manufatto, nato per assicurare la disponibilità idrica al paese, sembrava ergersi nel cielo come fidato e invalicabile baluardo difensivo corredato in seguito di una civettuola luce rossa che a quel tempo pareva esaltare ulteriormente la funzione che comunemente ci piaceva attribuirgli. Sopra la sua porta in metallo una scritta, una dedica, forse un testamento “ Dono di Osvaldo e Alcide Bona al Comune di Caselle”.
È soltanto una delle tante tracce, tutte significative, del passaggio sul nostro territorio di questa famiglia di imprenditori tessili originaria del Biellese che all’inizio degli Anni Sessanta, dopo oltre ottant’anni di attività produttiva ha chiuso definitivamente lo stabilimento di Caselle dove per lunghi periodi aveva occupato fino a 1400 persone.
Riviverne dopo tanto tempo l’indimenticabile fruttuosa stagione, lontani dal ricordo di complicate considerazioni di carattere tecnico, o altrettanto lontani ricorsi alle doti di pionieristica lungimiranza industriale che costituirono caratteristica fondamentale del fondatore Basilio Bona e dei suoi due figli, può sembrare ai più giovani o ai meno attenti la stanca riproposizione di un passato che ormai appartiene a pochi viaggiatori in età autunnale che con nostalgia pari solo a quella grande e mai abbandonata speranza giovanile, provano oggi a risalire idealmente sulla stessa bicicletta avviandosi ancora lungo il viale la cui destra è pressoché deserta se si eccettua l’officina di carpenteria in cui Battista Maddaleno, figura massiccia da Vecchio Testamento, appronta recinzioni e cancellate al servizio di un nuovo prepotente sviluppo dell’ edilizia locale. Vi salgono per rivivere – o forse fingere di rivivere la Caselle dell’altro ieri…- quando “lavorare da Bona” non significava soltanto poter certificare alla società la propria stabile occupazione, scandita ogni giorno dalla presenza al primo o al secondo turno. E non significava nemmeno essere intimoriti dalla figura autorevole ma estremamente comprensiva del caporeparto Michele Airola, oppure essere infastiditi dall’incessante quanto indispensabile ticchettio del telaio.
Lavorare da Bona rappresentava la certezza di un nuovo presente per chi aveva ricevuto in eredità gli anni difficili del dopoguerra, e costituiva al tempo stesso la conferma della solida speranza che induceva giovani e meno giovani di altre regioni a risalire lo Stivale abbandonando la propria terra.
Per questo i pensieri di convinta gratitudine affollavano spesso la mente di chi, percorrendo il viale del ritorno a casa dopo il turno serale, all’abituale rumore della fabbrica poteva sostituire con fiduciosa puntualità il gradevole fruscìo della busta paga gelosamente custodita nella tasca più sicura. Serviva per aggiungere qualche nuovo mattone alla vecchia casa di famiglia, troppo stretta o magari ancora ferita dalla guerra oppure, per chi era solo recentemente approdato da queste parti, per acquistare a rate mensili, non ancora “ comode” come ora, un’altra piccola fetta del proprio futuro, dopo il gas a tre fuochi che la madre di Renzo Rostagno sapientemente sapeva consigliare, o la maestosa radio a valvole provvista di giradischi esposta nel negozio di Emilio Favero in Via Torino.
Anche Teresa e Giovanni venivano dal Sud. Anche Teresa lavorava da Bona e, arrivata dalla Sicilia, aveva trovato ospitalità presso una sorella che viveva alla Salga. Giovanni, già bravo falegname, divideva con il fratello ed altri immigrati un paio di stanze nel cortile in fondo alla via principale del paese, dove un giovane Giuseppe Ferrero da buon “sarto” dei cavalli cuciva per loro gli ultimi abiti e Neta Orla, chiuso il negozio a Torino, ogni lunedì tentava con alterna fortuna la novità delle prime permanenti.
Si sposarono e vissero serenamente fino a quando ingiusta e beffarda la sorte volle privare Giovanni prima della compagna della vita e poi della loro unica figlia.
Nei giorni scorsi, soffiando sull’amara torta del compleanno e sulla tragica bizzarria del destino, Giovanni ha spento 95 candeline. Lo circondavano la presenza dei ricordi e l’assenza degli affetti più cari.
Tanti auguri, Giovanni. Tanti auguri, cugino.

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