“Caspita, quest’anno si va in nord America! Pare che arriveremo fino a Chicago”.
Il gruppo di marinai imbarcati sulla nave scuola della Marina Militare Italiana “S. Giorgio-D 562”, erano accalcati e discutevano davanti alla bacheca affissa nel “quadrato marinai”.
Il comunicato era firmato, eccezionalmente data l’importanza, dal comandante in prima, il capitano di vascello Giancarlo Bacci di Capaci.
Francesco, un marinaio motorista, disse:” Chicago è al centro degli USA. Come si ci arriva.”
Capo Ruppi della motrice di prora disse:” Si vede che siete dei pischelli: risaliremo il S. Lorenzo e navigheremo nei grandi laghi. È un grande avvenimento. Mai nessuna nave della Marina si è spinta fin lì.”
Il cacciatorpediniere S. Giorgio, da quando era diventato nave scuola, in estate faceva crociere per addestrare gli allievi ufficiali dell’accademia di Livorno. Sempre all’estero. Erano anche occasioni di rappresentanza.
In quell’estate del 1967 si annunciava un evento destinato a rimanere nella storia della Marina e da raccontare ai nipoti.
Il giorno dopo il comandante in seconda, il capitano di fregata Tantini, nell’assemblea disse: ” Partiremo il 20 Luglio e torneremo il 22 Ottobre. Andremo a trovare la comunità italiana da cui siamo stati invitati assieme alle autorità della città di Chicago. Inoltre visiteremo diverse città canadesi. Dovremo essere inappuntabili.”
“Ovviamente, come sempre, partiremo da Livorno assieme alla Vespucci. Poi ogni nave seguirà la sua rotta. Inoltre faremo tappa anche a Montreal dove c’è l’esposizione universale. La nostra visita coinciderà con quella del Capo dello Stato. Penso che a tutti voi non sfugga l’importanza della cosa. Da oggi in poi tutti al lavoro per essere pronti ed efficienti per la partenza. Dimenticavo, faremo scalo anche a Toronto, all’andata, ed a Quebec al ritorno. Oltre a Montreal di cui ho già detto.”
Nei giorni seguenti a bordo non si parlava d’altro. Il luogo d’elezione era il “quadrato marinai”, vero crocevia delle navi della Marina. Questo luogo ha la stessa importanza che ha la piazza principale delle città.
Il S. Giorgio, come tutte le navi militari, dall’esterno appare enorme. Si ha l’impressione che vi siano spazi giganteschi, non è così. Gli spazi dedicati alla vita del personale sono esigui, la maggior parte è occupata dagli apparati tecnici di vario genere: armamenti e relativi locali operativi, apparati motori, deposti, cambuse e tanto altro.
Nella vita di bordo, per questo motivo, ci si incontra di continuo. Si è costretti a socializzare, questo favorisce il dialogo e la conoscenza fra tutti i membri dell’equipaggio costituito da gente proveniente da tutta l’Italia.
Nei giorni seguenti tutti i reparti tennero riunioni operative. Anche Capo Ruppi, il capo della motrice di prora, riunì i suoi in sala macchine. Qui prestava servizio Francesco. Disse:” Già sapete tutto della prossima crociera. Per quella data dobbiamo fare tutti i controlli delle macchine in modo da provvedere a eventuali anomalie per evitare sorprese. Sapete bene quali sono i problemi più importanti. Mi raccomando le cannole dell’olio di lubrificazione dei cilindri, lo sapete che sono bastarde… Fanno scherzi quanto meno te l’aspetti. Tu Sergente Pettenati, che sei il vice capo motrice coordinerai i lavori. Per i ragazzi è l’occasione per maturare nel mestiere. E ora andiamo a bere un caffè nel bar del quadrato.”
Il S. Giorgio, un paio d’anni prima, era stato trasformato in nave scuola. Era, prima dei lavori, un ex incrociatore leggero della classe “ Capitani Romani” costruito prima della seconda guerra mondiale.
I lavori più importanti, oltre a ricavare gli alloggi per gli allievi, interessarono l’apparato motore. Fu montato un nuovo apparato propulsore costituito da due diesel più turbogas per asse d’elica comandati a distanza. Una novità assoluta. Era la soluzione delle future navi.
La data della partenza si avvicinava. Tutti friggevano per l’eccitazione per l’imminente avventura. I giovani marinai, come Francesco, Dante, Pedicini l’elettricista e tanti altri, non vedevano l’ora di partire verso quel sogno che era l’America in quegli anni, il luogo del benessere e del progresso.
Discorso diverso era per ufficiali e sottufficiali i quali, per la maggior parte, erano sposati con figli. Stare tanto tempo lontani da casa era un problema. Tuttavia sapevano bene che questa era una dura legge per la gente di mare.
Arrivò quel fatidico 20 Luglio, giorno della partenza. Il S. Giorgio e il Vespucci erano ormeggiati fianco a fianco nel porto di Livorno.
Qualche giorno prima erano stati imbarcati gli allievi del secondo anno dell’accademia ufficiali, sulla Vespucci c’erano quelli del primo anno.
Le navi avevano completato i rifornimenti. Le macchine del S. Giorgio erano provate e pronte.
La banchina era affollata da parenti, fidanzate e mogli degli allievi e del personale di bordo. Si era ai saluti. Baci e abbracci venivano scambiati a profusione. Un po’ di invidia per chi restava c’era.
Il capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Michelagnoli, passò in rassegna gli equipaggi e le navi. Strinse la mano ai comandanti e augurò loro buon viaggio, dicendo:” Fatevi onore, rappresentate tutto il Paese.”
La prima nave a staccarsi dal molo fu la Vespucci che era la nave più lenta. Dopo un po’ fu il turno del S. Giorgio.
Il comandante Bacci di Capaci diede l’ordine di mollare gli ormeggi, a poppa i marò tirarono a bordo le cime. Quindi fece trasmettere dal nostromo di bordo, alle motrici, l’ordine:” Macchine pari, avanti adagio.”
Le eliche cominciarono a girare sollevando a poppa un turbine di acqua e schiuma. La nave si mosse e si avviò verso la diga foranea che segna il limite del porto.
Per un tratto il S. Giorgio e la Vespucci navigarono fianco a fianco. Dal S. Giorgio si sentivano i fischietti dei nostromi della Vespucci che davano l’ordine, ai marinai e allievi arrampicati sui pennoni, di mollare le vele. La nave, sotto la spinta del vento, si piegò e acquistò velocità. Uno spettacolo indimenticabile.
Poi ogni nave seguì la sua rotta.
Il S. Giorgio, dopo un paio di giorni, avrebbe superato lo stretto di Gibilterra e avrebbe affrontato l’oceano atlantico. La Grande Mela li aspettava. Lo accompagnava il suo motto inciso nel bronzo: “Arremba San Zorzo”.
Fine prima parte.

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