Diciamolo, su… quante volte abbiamo guardate alle spalle, verso un passato più o meno lontano delle nostre esistenze con quel gusto struggente e malinconico nei confronti di quel “bel tempo” che fu la nostra giovinezza?

Quanti ricordi, quante immagini di periodi eroici e favolosi, di momenti magici, di piaceri ormai inarrivabili, mode strampalate, ma “vuoi mettere?”, il gusto di vivere che “ormai non c’è più…”
Quella musica, le commedie in Tv, i balli, il calcio quello vero, gli amici veri, quei film indimenticabili…

Già, proprio i film.

Quelli, per esempio, non sono solo ricordi edulcorati, se vogliamo sono ancora lì, nello splendore dei loro mitici 35 millimetri (come si diceva…) e possono dirci molte cose, possono riportarci a realtà troppo spesso dimenticate o deformate dalla memoria.

Proprio l’altro giorno, infatti, ho casualmente rivisto un film cult degli Anni Sessanta: “Il pianeta delle scimmie”.

Quanti ricordi di quegli anni, quando si aspettava che si alzassero le serrande del cinema Roma per il primo spettacolo delle 14.30 o si aprissero le porte dell’Italia in via Cravero… Già, i ricordi…

Partono le immagini con un giovane Charlton Heston sulla ipertecnologica nave spaziale e subito precipito in un mondo lontano e assurdo: l’attore, novello astronauta più che credibile ( siamo nel 1968, ad un anno dallo sbarco sulla luna…) fuma in cabina…un sigaro!

Proprio così, con totale nonchalance, e subito mi ritornano alla mente le sale cinematografiche sature del fumo delle sigarette, i ristoranti preda dei fumatori incalliti, un mondo dove se fumavi eri figo e ti faceva pure bene.

Le immagini proseguono e dei quattro astronauti che piombano sul pianeta, muore l’unica donna, una scienziata immagino, un tecnico specializzato, una biologa… No! Nel prosieguo del film scopro dalle parole di Charlton che in realtà lei aveva l’unico scopo di assicurare la continuazione della specie nel nuovo pianeta; insomma una fattrice di rampolli per i tre maschi astronauti, e veniva detto in totale tranquillità!

A rafforzare poi questa “evoluta” visione della parità tra sessi, l’amico Charlton si porta appresso, nella sua fuga dalle scimmie, l’unica “belloccia” degli umanoidi. Perché se ne innamora? Ma nemmeno per finta, se la porta dietro perché è solo e lei è belloccia. Punto!

Ed io comincio a ricordare che nel 68, generalmente, per donne e ragazze non era proprio un bel vivere e che la lotta per la propria emancipazione – ancora oggi irta di ostacoli folli -, era dura e impervia…

Ma in che mondo vivevamo?

Beh, in una realtà dove l’ipotesi di un cataclisma nucleare era nella sua fase più acuta ( sei anni prima si era rischiata la guerra con la crisi di Cuba, l’Unione Sovietica aveva invaso la Cecoslovacchia, la guerra nel Vietnam era al suo apice e un anno prima si era combattuta “la guerra dei sei giorni” in Medioriente) e la scena apocalittica finale del film sull’annientamento della razza umana ci fa capire quanto andammo vicini a rendere reale la finzione.

Per carità, oggi, con la guerra alle porte d’Europa non possiamo certamente pensare al domani con serenità e fiducia, ma nel ’68 era come vivere in un bozzolo di zucchero filato tra il marasma generale, e per fortuna i giovani, da un annetto, si stavano caricando di responsabilità civili e politiche che gli adulti, come intontiti dall’apparente benessere del boom, sembravano aver accantonato nel cassetto dei ricordi.

Insomma, il buon Charlton ci fa capire, in due orette di film, quante brutte realtà ci siamo lasciati alle spalle e quante, purtroppo, rimangano ancora vive e vegete.

Ogni tanto, quindi,  supportare la memoria con immagini dirette del tempo che fu può aiutarci a rendere credibili quei voli pindarici nell’immaginario collettivo di epoche dell’oro che poi, così dorate, non furono, anzi.

Come diceva il buon Arbore: meditate gente, meditate…

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