Purtroppo sono in molti, anzi veramente troppi, quelli che non si convincono che la guerra è uno strumento obsoleto, desueto, e malgrado questo, molto pericoloso. Ma: “Se un dittatore opprime il suo popolo dobbiamo lasciarlo fare? Se si permette di invadere un altro Paese sovrano dobbiamo lasciarlo fare?” Potrei continuare con il repertorio di chi, è convinto che alla violenza non si può che rispondere con altrettanta, o addirittura maggiore violenza, e quindi giustifica la guerra, senza risparmio di mezzi, sempre più potenti, efficaci e distruttivi. A chi pretende una risposta alle precedenti domande occorre spiegare, con parole adatte all’intelligenza dell’interlocutore, che abbiamo infiniti esempi, alcuni recenti, in cui l’impiego della forza bellica non ha risolto nulla, anzi ha prodotto disastri enormi. Tutti dovrebbero sapere che: in Afghanistan, pare si nascondesse un certo Osama Bin Laden, considerato, a torto o ragione, il responsabile degli attentati alle Torri gemelle di New York; hanno deciso di bombardare il Paese, radere al suolo città e villaggi, fare stragi di civili, per 20 lunghi anni, fino alla cattura di quell’individuo e anche oltre. In Iraq, si decise la fine del potere di Saddam Hussein, considerato un alleato non più affidabile, quindi si è bombardato il Paese, e lo si è occupato militarmente con conseguente strage di civili. In Libia, Gheddafi non godeva più delle nostre simpatie? Nessun problema, si fornirono armi ai suoi nemici, si bombardò e si ottenne di dividere il Paese rendendolo ingovernabile, concludendo con altrettanta strage di civili, tutte ancora in corso. Chi ha deriso il movimento per la pace accusandolo di non saper offrire alternative, non si è mai fermato a riflettere? Come vivono ora le persone in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, e in altri luoghi devastati dalla guerra? Quanti morti hanno dovuto piangere? Quante sofferenze sopportare? Quanto orrore? La vita, la dignità, la sofferenza e la morte delle persone sono argomenti secondari, per chi si sente sulle spalle il compito di sovrintendere i destini del mondo. Basterebbero questi esempi per dimostrare che quello strumento, chiamato guerra, non ha prodotto nulla di positivo, tutt’altro.È molto semplice, basta un minimo d’intelligenza, basta guardare le cose senza pregiudizi. Anche la guerra che si ha il coraggio d’invocare, per porre fine ad altre atrocità, non può funzionare, perché è di per sé antitetica alle ragioni che la sostengono: la guerra è la negazione di ogni diritto. “La guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà” risponderebbe il solito tizio, al quale occorre ribadire che, il fatto che la storia sia segnata da innumerevoli conflitti non dimostra che la guerra sia inevitabile, né che un mondo senza guerre sia destinato a rimanere un sogno. Dobbiamo imparare a pensare in modo diverso perché la guerra è il cancro dell’umanità. I medici anziché tentare il possibile per salvare un paziente malato di cancro farebbero prima a sopprimerlo, o lasciarlo lentamente morire, curandolo con le preghiere, come si faceva in passato. Nessuno può dimostrare che le preghiere abbiamo guarito qualcuno, né che abbiano risolto un conflitto, salvo siano sagge intenzioni concilianti tra le parti. Come le malattie gravi, anche la guerra deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina: non cura la malattia, anzi uccide il paziente. In tutti i luoghi e culture sopprimere un essere umano è considerato un crimine, perseguito e punito (talvolta persino sopprimendo, per legge, l’autore del delitto). Dobbiamo allora iniziare a vedere la guerra per quello che è realmente: l’uccisione volontaria di tanti esseri umani, molti di loro assolutamente innocenti. Non importa affatto quali sia la “ragione” o “la causa” di un conflitto: è lo strumento guerra a essere un crimine contro l’umanità. Oggi è maledettamente urgente cercare un modo diverso per risolvere i conflitti. “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”…? Trasformiamo in domanda il verso di Salvatore Quasimodo, poeta italiano, premio Nobel 1959 per la letteratura, che constatava la sostanziale uguaglianza dell’uomo preistorico con quello del XX secolo. E, nel XXI secolo, rispondiamo vigorosamente “No!”. Noi non siamo più donne e uomini della pietra e della fionda. Nel 2022, non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo comportarci come uomini primitivi, diversi soltanto per il livello tecnologico delle armi che usiamo. Dobbiamo finalmente essere degni del nome che abbiamo dato alla nostra specie, Homo sapiens, ritenendoci superiori alle altre specie viventi.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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