Franco Genti non è più. La notizia ci è giunta da Facebook ed è stata una bella mazzata. Se n’è andato laggiù in Indonesia, dove il cuore l’aveva portato a vivere già più di trent’anni fa e dove c’era tornato, dopo vario peregrinare. A piangerlo, oltre alla sua famiglia, laggiù la comunità intera dell’isola che tanto aveva amato; qui i compagni e gli amici di sempre, quelli che comunque mai aveva dimenticato e che ogni tanto facevano capolino sui post.
Era da tanto che mancava da Caselle, ma in fondo non se ne era mai andato del tutto, perché uno come lui era davvero difficile dimenticarlo.
Franco: semplicemente diverso e nella accezione più bella e più pura.
Bene ha detto Sandro Forno. Da ragazzino aveva le fattezze di un semidio greco, non c’era sport nel quale non potesse eccellere, supportato da un fisico di potenza e armonia rare. Nel momento in cui avrebbe potuto esplodere nel calcio come difensore di unica bellezza e concretezza, una nefrite gli procurò la prima dolorosa estromissione. Ma non c’era cosa che potesse abbatterlo e si diede altri orizzonti. Neppure un lastrone di ghiaccio staccatosi da un tetto del Monginevro, e che lo lasciò in coma, riuscì a fermarlo. Stupido e abusato dire che per lui il mondo non era abbastanza, ma è la pura verità.
Mi sembra di risentirlo raccontarmi di quando s’era involato su un aereo della Swissair con la sola compagnia di una “ Pastamatic”, e come sul quel volo avesse trovato il primo socio per aprire, su quella che sarebbe stata la “ sua isola”, il locale da cui partire: tre palme, una spiaggia, la toilette in plein air tra le bouganville e il cielo infinito come orizzonte…
Sì, come dicono i suoi figli, e come tra poco leggerete, Franco non era un uomo perfetto, ma aveva tanto per farsi amare: credeva in un mondo diverso e più giusto, dove i valori fossero slegati da quell’impostore che è l’interesse.
Questo suo modo di vivere, assai poco politicamente corretto – ed è per questo che ci piaceva -, sempre controvento, gli ha creato non pochi problemi e in alcuni momenti la vita gli ha presentato conti salati, dai quali però ne è sempre venuto fuori a testa alta.
Tra un andata e un ritorno ( che magnifica sera fu quella in cui al tennis volle dedicarci una intera cena indonesiana!), un figlio amatissimo in più, seguire gli spostamenti di Franco, ad un certo punto, divenne un’impresa.
“ Ma dov’è ora?”


Caselle, poi a Torino a cucinare in un circolo con Dodo Debernardis, poi in Sardegna, quindi a Canterbury, poi a Vonzo, o forse prima Canterbury, forse no…
Il richiamo della “sua isola” però era troppo forte e, come dice una delle sue figlie, bastò la lama sottile della malinconia, un taglio di luce diverso per fargli capire dove avrebbe voluto tornare, e per sempre.
Luigi Bairo avrebbe dovuto sentirlo a breve, per un’intervista da pubblicare su “ Cose Nostre” per parlarci dei mitici tempi del “Monferrato” di via Carlo Cravero: non c’è stato tempo.
La lettera che i suoi figli hanno voluto inviare a chi l’ha conosciuto la trovate qui di seguito:
Nostro papà è morto la mattina del 14 giugno.
Aveva sofferto di bronco pneumopatia cronica ostruttiva, una malattia polmonare progressiva negli ultimi anni e le sue condizioni stavano peggiorando sempre più; eravamo preoccupati che non avrebbe avuto molti anni davanti a sé, ma non eravamo pronti a salutarci così presto e la sua morte è stata uno shock per tutti noi.

Ha vissuto dall’altra parte del mondo, in Indonesia, negli ultimi 9 anni, lo abbiamo visitato ogni volta che potevamo e anche se abbiamo trascorso così tanto tempo lontano da lui, negli ultimi dieci mesi ha avuto modo di vedere tutti e tre i suoi figli ed è morto con Thomas al suo fianco, e con Chiara ed io al telefono vicino a lui. È scomparso con la moglie vicino e il sostegno di una comunità che lo ha amato, conoscendolo da trent’anni.
Anche se nelle ultime ore è stato incosciente, speriamo e crediamo che possa sentirci; non ci sono ultime parole perfette e suppongo che non contino perché un’intera vita è stata vissuta e l’amore è stato condiviso e nessuna parola può esprimerlo.

Papà vive e vivrà in ogni tramonto, in ogni luna piena, in ogni gesto di gentilezza che riceveremo da estranei; vive e vivrà in ogni abbraccio, sorriso, in tutti gli alberi che pianteremo e in tutte le cose che ha goduto che sono diventate cose che abbiamo apprezzato.
Ci portava in giro in bicicletta e in macchina, i viaggi in macchina avvenivano fino a poco tempo fa, amava il durian e adorava mangiarlo con noi.
Una volta disse che avrebbe voluto credere in un Dio perché allora la vita non sarebbe stata così solitaria. Ricordo che suonava la chitarra, ricordo che mi cantava “Per te” quando ero piccola.
Ero nella mia stanza a Canterbury quando avevo 14 anni, ascoltavo musica con una brezza estiva serale che entrava dalla finestra, mio ​​padre è entrato e ha detto con malinconia che la musica, la brezza e le luci soffuse gli ricordavano l’Indonesia. Ed è lì che è tornato.
Un ragazzo italiano nato a Mantova nel 1956 da Sergio Genti e Giuliana Bonetti, che avrebbe vissuto una vita che lo avrebbe portato a tutte le persone che amava, che lo avrebbe portato a diventare nostro padre, che lo avrebbe portato al riposo eterno dall’altra parte del mondo 66 anni dopo.
Mio padre è stato il mio primo amore e il mio cuore è spezzato, la vita a volte è stata difficile e lui non era un uomo perfetto, e anche se sapevo che tutte quelle cose che troppo spesso reputiamo indispensabili non avrebbero avuto importanza alla fine, non sapevo quanto sarebbero risultate insignificanti, non sapevo che l’amore avrebbe coperto ogni singolo ricordo. Siamo stati amati immensamente, siamo addolorati per la perdita del nostro papi.

Vorrei invitare i suoi cari amici a condividere storie su di lui, qualsiasi cosa, magari sulla sua vita prima che diventasse padre, magari storie d’infanzia.
Per ricordarlo e per sentirlo vicino a noi. Mandiamo un forte abbraccio a tutti coloro che lo conoscevano e lo amavano. Amore e conforto a tutti coloro che lo hanno conosciuto e lo hanno amato.
Elisa, Thomas e Chiara “

In questo momento le migliaia di chilometri che ci separano da quell’isola indonesiana non ci sono: Franco è qui nel ricordo dei ragazzi del Gruppo ’71, in quello dei soci del tennis, in tutti quelli che al “ Monferrato” hanno lasciato un pezzetto di vita.
In fondo, per trovarlo è cosa facile: basta guardare il cielo, immaginare la terza palma a sinistra e seguire la freccia: destinazione paradiso. Franco non può essere che là.

Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre del 1952. Ha contribuito a fondare " Cose Nostre", firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis e sport da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato collaboratore di prestigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis” e “ 0/15 Tennis Magazine”, seguendo per più di un ventennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. “ Nuovo Tennis” e la collaborazione con altra testate gli hanno offerto la possibilità di intervistare e conoscere in modo esclusivo molti dei più grandi tennisti della storia e parecchi campioni olimpionici azzurri. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”.

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