Ciao Franco,
una volta era normale scriverci lettere, soprattutto quando si partiva per le vacanze estive e per qualche mese non ci si vedeva più, ricordi? Si aspettava con ansia il postino per leggere le rispettive avventure al mare o ai monti e poi, alla sera, giù a riempire fogli bianchi a cuore aperto.
Ora che sei partito per questo tuo nuovo viaggio ( inaspettato per noi che eravamo qui, così distanti da te), non so quando il destino ci potrà far nuovamente incontrare e così mi è sembrato giusto scriverti questa mia ultima lettera.
La nostra amicizia è nata sui banchi di scuola (ricordi quando arrivai da Torino in quinta elementare?), proseguì alle medie, ma si consolidò soprattutto al Liceo e all’università.
Tu eri il prototipo dell’amico da evitare, assolutamente. Sì, perché eri adorato da tutti e soprattutto dalle ragazze (!!!), non c’era sport che non praticassi con successo e soprattutto imparavi qualsiasi disciplina con disarmante naturalezza: ricordo il tennis che iniziammo insieme da Passera e tu, dopo una settimana sembravi il cugino bravo di Connors e io la zia ottantenne con l’Alzheimer…, o lo sci che imparasti dopo essere stato assunto come addetto agli ski-lift di Cesana: tre giorni, e usavi gli sci come nulla fosse… A scuola non c’era materia che ti creasse problemi e con la musica, dopo la chitarra e il pianoforte, ci sarebbe mancata solo una sonatina con l’oboe.
Disarmante ogni tipo di confronto…
E invece eri l’amico ideale.
Mai un gesto di presunzione, mai uno sguardo di superiorità, e di contro tanta disponibilità e sensibilità.
Con te scoprii il piacere del confronto dialettico, del parlare per raccontare e soprattutto per capire… chi eravamo, cosa volevamo, dove andavamo.
Ricordi quell’anno al liceo quando ci fecero l’orario con sole tre ore al sabato? Forse fu in seconda. Si usciva alle 11 e prendemmo l’abitudine di fare a piedi la strada da Cirié a Caselle.
Si camminava lungo la ferrovia e si parlava, si parlava… di tutto e di più.
Avevamo sedici anni e davanti a noi si aprivano praterie di futuro.
Erano i primi anni Settanta, gli anni del Gruppo parrocchiale, della contestazione, della nostra formazione.
Insieme a te entrai nel mondo meraviglioso dei Pink Floyd, dei Doors, dei Led Zeppelin, di Woodstock, persino della prima, inarrivabile, Mia Martini.
Quando venivo a trovarti al Monferrato, prima di rintanarci nella tua cameretta, che era poi una delle camere dell’albergo, non poteva mancare un saluto allo zio, dietro il bancone del bar e a papà Sergio, rigorosamente in cucina  con la sua inseparabile giacca bianca da chef. Mamma Giuliana passava lei a darci la quotidiana controllata, affacciandosi sulla porta della cameretta mentre sul piatto Lenco girava “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd.
Ricordo come fosse ieri il giorno in cui passai a trovarti come sempre e ti trovai davanti al pianoforte intento ad ascoltare una cassetta… ma no era musica. Mi dicesti che stavi provando ad imparare l’indonesiano! Non mi stupii, perché come con lo sport, mentre io tartagliavo a malapena due parole d’inglese, tu andavi a braccetto con le lingue straniere… ma l’indonesiano…
Fu allora che capii che il tuo spirito si stava preparando per un lungo viaggio.
Passarono ancora diversi anni prima di vederti partire per quella terra che sarebbe diventata “la tua terra”, ma capii subito, dal tuo sguardo, che le nostre strade si sarebbero separate.
Quando ci rivedemmo, decenni dopo, si era appena conclusa la tua prima esperienza indonesiana e, incredibilmente, ci riabbracciamo nella sperduta Vonzo, sopra Chialamberto. Eri lì, a gestire un agriturismo, con tua moglie e i due figli.
Fu una breve parentesi, poi il tuo viaggio riprese, per nuovi lidi.
Ci ritrovammo su Facebook, ma ho sempre faticato a condividere me stesso con i social e la tua vita la recuperavo dai racconti degli amici comuni.
Ci saremmo dovuti vedere e sentire, in rete, in occasione della reunion del vecchio Gruppo 71, ma qualcosa, tecnicamente, andò storto e il destino volle negarci un ultimo saluto.
Ora cammini su sentieri lievi e non so quando potremo nuovamente percorrerli insieme, come lungo la ferrovia…
Quando capiterà, però, vorrei cantare con te le parole di Cocciante…

Perché un amico se lo svegli di notte, è capitato già
esce in pigiama e prende anche le botte e poi te le ridà….
Capelli grigi sì, qualcuno ne hai,
é meglio, avremo un po’ più tempo vedrai
divertendoci come non mai ancora insieme, noi.
non dico che dividerei una montagna per un amico in più
ma andrei a piedi certamente a Bologna per un amico in più
forse guadagno qualche cosa di più
un vero amico.

Ciao Franco…

1 commento

  1. Bellissima ed emozionante lettera ad un amico che purtroppo non c’è piu’ , ma la sentira’ sicuramente il suo cuore.
    Complimenti all’autore

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