Il dramma odierno del conflitto in Ucraina mi riporta indietro col pensiero di qualche anno, precisamente al 1986, alla tragedia di Chernobyl, avvenuta appunto in quel Paese. Ovviamente si tratta di situazioni diverse con conseguenze diverse, ma, secondo me, una relazione esiste. Più volte ho scritto, anche relazionato in pubblico, quanto ho potuto acquisire, anche recandomi a poca distanza dal luogo, sul disastro alla centrale nucleare ucraina e le sue conseguenze. Vorrei soltanto ricordare che nei giorni e mesi a seguire, l’impatto emotivo su tutta l’Europa fu molto forte, malgrado l’immediato numero delle vittime fosse di poche decine (quelli intervenuti sul luogo della fuga radioattiva). Ma, ora, dopo ben 36 anni, nessuno è in grado di quantificare, non solo il danno economico e ambientale subìto da quel Paese, e quelli limitrofi, ma soprattutto il numero dei morti precocemente, per quella causa; si dice ancora di poche decine, però non di unità ma di migliaia. Su quanto sta succedendo ora disponiamo di tonnellate di commenti (la maggior parte disdicevoli) e altrettante, più o meno veritiere, immagini. Non c’è dubbio che si tratti di una tragedia umana e che a pagarla siano, come sempre, i più deboli. Ora i morti sono sicuramente già alcune migliaia, ma nessuno può dire quale sarà il bilancio a conclusione, spero prestissimo, del conflitto, in termini di vittime, di danni economici e all’ambiente. Fin dai primi giorni dell’invasione, la guerra ha avuto un drammatico impatto sulla popolazione e contemporaneamente si è rivelata un incubo ecologico. Secondo il ministero ucraino per l’ambiente e le risorse naturali, nel 2020 vi erano nel paese 23.727 aziende potenzialmente pericolose e 2987 depositi di pesticidi, altamente tossici, situati nelle vicinanze dei centri urbani. Migliaia di ordigni esplosivi sono stati lanciati su città, industrie, depositi di materiali tossici, boschi, zone protette, e nei pressi delle centrali nucleari. In particolare nel Donbass, regione molto industrializzata, già inquinata di per sé, dove il conflitto ha infuriato dal 2014, tutta l’area è sull’orlo della catastrofe ambientale: 530.000 ettari distrutti di cui 150.000 di foreste; le conseguenze a lungo termine e permanenti saranno incalcolabili. Si aggiunga l’inquinamento del mare dovuto alle mine e allo sversamento di sostanze inquinanti, che estenderà i suoi effetti anche alle acque di mari lontani. Nel complesso si calcola che decine di migliaia di chilometri quadrati del Paese dovranno essere bonificati da mine, residui di esplosivi, rottami di migliaia di carri armati; per cui la coltivazione dei suoli sarà a lungo precaria. Leggo che rispetto ad altri conflitti gli insulti all’ambiente naturale sono stati monitorati, e accertati con maggiore prontezza. Se i danni ambientali che hanno ripercussioni dirette sulla vita umana hanno ricevuto una crescente attenzione, lo stesso non si può dire della distruzione degli ecosistemi, della perdita di biodiversità, del destino di molte specie di animali protette spinte all’estinzione e di quello degli animali selvatici in generale, già drammatico a causa della crisi climatica. Secondo l’ultimo rapporto del ministero ucraino per l’ambiente il 20 per cento delle zone protette ha subito danni gravissimi. La Russia è la maggiore responsabile, ma anche l’esercito ucraino contribuisce abbondantemente al danneggiamento; i combattimenti che si svolgono sul territorio vedono impegnati entrambi nell’opera di distruzione. Ogni giorno che passa la possibilità che l’Ucraina possa conservare parte del suo ambiente naturale si riduce notevolmente. La guerra è un fattore importante per l’aggravamento del riscaldamento globale che porta ad un aumento esponenziale delle emissioni. Anche in tempo di pace l’entità delle emissioni delle attività militari è enorme, molto spesso “nascosta”, la valutazione del 6 per cento delle emissioni globali è molto al di sotto della realtà. Secondo gli studi compiuti negli ultimi anni, le emissioni nel corso delle guerre hanno raggiunto picchi elevatissimi. Si calcola che gli Stati Uniti e i suoi alleati abbiano fatto esplodere oltre 337.000 bombe e missili in paesi extraeuropei, negli ultimi venti anni. Le grandi potenze pagheranno per questi crimini? Temo proprio di no, anche se l’Ucraina è tra i pochi Paesi (insieme alla Russia) che contemplano nel proprio codice penale il crimine di ecocidio, inteso come “distruzione di massa di flora e fauna, avvelenamento di aria e acque e altre azioni che possono causare un disastro ambientale”. L’inversione delle relazioni internazionali dalla guerra alla diplomazia, la riduzione delle spese militari, la deviazione dei fondi verso i bisogni sociali e quelli del pianeta, restano l’imperativo assoluto per la loro e la nostra sopravvivenza.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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