La serranda abbassata nel mese di agosto e un cartello con due date, indicano solitamente il periodo di sospensione per ferie delle attività commerciali. Così pensavo quando, tormentato dal sole impietoso dei primi giorni di agosto, mi sono accorto camminando, che dal glorioso caffè ristorante Garibaldi erano scomparse tanto le insegne pubblicitarie quanto i due tavolini rotondi che fuori, sul marciapiede, da sempre costituivano un ingombro innocente e insieme la comoda opportunità di assistere a una gratuita e curiosa passerella cittadina.  Sorpreso e incredulo ho capito.   Per incanto nelle mie mani sono ricomparsi una consunta banconota da cinquanta lire e un robusto canovaccio di tela ad attendere che, come allora, con un cordiale “ Ven, ven, bel cit”,  Michele Bertino mi invitasse a entrare nella cucina del ristorante.  Sfidando la concorrenza del buon Sisto Gamba, che  già da tempo svolgeva tale servizio con una sorta di primitivo “porta a porta”, annodava in quel rudimentale mezzo di trasporto una generosa e pesante porzione di ghiaccio che di corsa spariva nella ghiacciaia di qualcuno che verso la fine degli Anni Cinquanta del secolo scorso, oltre ai desideri e alle speranze, aveva qualcosa di concreto da conservare per il giorno successivo.
Due sale e una cucina era quanto nei primi anni del dopoguerra alla famiglia Bertino era stato consegnato dai coniugi Brachet che, abbandonando la faticosa conduzione del Caffè Ristorante Garibald,i continuavano a confezionare in un attiguo locale all’angolo con Via Roma  ottimi gelati e colorati ghiaccioli a forma di cono. Il primo dei due locali, il più piccolo, ospitava addossati al muro, alcuni tavolini a cui accedevano di solito avventori occasionali oppure artigiani e contadini reduci da mercati e fiere desiderosi di concludere qualche accordo in sospeso, legittimandolo poi con l’immancabile merenda. Al fondo, il bancone del bar su cui troneggiava una vecchia indistruttibile “Gaggia”, utile a licenziare i primi faticosi espresso e a negare alla vista dei clienti le pause di riposo di Michele e della moglie Maria, minuta e  infaticabile.
Alle spalle, la ricca vetrina dei liquori tra cui la China e il Rabarbaro che, trasformati  anche d’estate  in richiestissime bevande calde, per antica e consolidata  convinzione consentivano  alla clientela più affezionata di  digerire pranzo, cena e preoccupazioni. Allo stesso tempo, permettevano  alla giovane Maria, nipote dei titolari e precocemente orfana di genitori, di esibirsi in veloci, ripetuti andirivieni fra tavolini e bancone munita di grazia e sorriso tanto accattivanti quanto ingannevolmente ingenui.  Trascorso qualche anno  ne rimase fulminato il biondo e fortunato Erminio.
Il tavolo rotondo al centro della sala completava lo scarno arredamento, arricchito per breve tempo da un nuovo e allora moderno calciobalilla prontamente rimosso per evitare di nuocere alla concentrazione degli abituali agguerriti giocatori di scopa impegnati in furibonde sfide all’ultimo sette spesso arricchite di poco fraterne accuse di reciproca incapacità. Insieme ai  fratelli Troglia, intelligenti artigiani del vicino Molinotto, primeggavano Alberto Torretta, abilissimo tornitore meccanico, e il dottor Capra, indimenticato ufficiale sanitario locale, a cui per motivi facilmente intuibili era riservato doverosamente il lei anche in qualche discutibile occasione di gioco, vera o presunta. Il disappunto e la critica nei suoi confronti non andavano mai oltre un risentito e tuttavia rispettoso  “Ma dutur…! “.
L’altra sala, ancor meno arredata, disponeva verso il fondo di un vecchio e capriccioso televisore a cui chiedevamo la domenica pomeriggio i risultati del campionato di calcio attenti a non esternare troppo fragorosamente la nostra ricorrente delusione sportiva…a tinta unita.
Il lato corto del tavolo era appoggiato al muro fra due finestre verso via Leyni ; intorno tre giocatori, quasi sempre gli stessi: Antonio Rostagno, Guido Regis e il campano Vincenzo Carratù costituivano, all’interno del Garibaldi, uno dei primi esempi di positiva convivenza tra le diverse provenienze geografiche impegnate a tentare una improbabile lingua italiana comunque ancora sopraffatta dai dialetti regionali nei momenti di maggiore tensione agonistica. Giocavano tutti i pomeriggi dei giorni feriali a tarocchi “gioco lungo” tenendo in mano, apparentemente senza  fatica, venticinque carte a formare una specie di variopinto ventaglio ricco di ventidue arcani curiosi e indecifrabili come “la mano del destino”, che in una tragica notte del ’66 in Val di Susa, condusse altrove e per sempre il giovane Lino, figlio di Michele e Maria, al ritorno dal lavoro.
Poi adagio, quasi senza fretta, anche “quel” Garibaldi se ne andò e oggi nel pieno di una estate torrida ed inconsueta, la serranda si è abbassata per sempre imprigionando tristemente i nostri ricordi giovanili insieme alla immancabile promessa :” Ci vediamo da Bertin”.

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