Autunno 1973, scoppia la guerra arabo-israeliana. I paesi arabi associati all’ OPEC (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) decisero di sostenere l’azione di Egitto e Siria tramite robusti aumenti del prezzo del barile ed embargo nei confronti dei paesi maggiormente filo-israeliani. Le misure dell’OPEC condussero ad una impennata dei prezzi e a una repentina interruzione del flusso dell’approvvigionamento di petrolio verso le nazioni importatrici.
Il mondo intero dovette affrontare, inaspettatamente, la più grave crisi energetica della sua storia.
In tutti i paesi industrializzati, Italia compresa, si fece conoscenza di una parola di origine anglosassone che non poté , in ogni caso, far sorgere dubbi di traduzione: Austerity.
Il primo provvedimento fu il divieto di circolazione di mezzi motorizzati su tutte le strade pubbliche, urbane ed extra­urbane, in tutti i giorni festivi (domeniche o infrasettimanali). Anche i natanti a motore dovevano restare fermi.
Non potevano essere accese insegne dei negozi o quelle nelle vetrine. A Milano anche le famose insegne pubblicitarie al neon di piazza Duomo vennero spente per la prima volta. I negozi dovevano chiudere entro le 19, gli uffici pubblici alle 17.30. Bar e ristoranti non potevano restare aperti oltre la mezzanotte, per teatri e cinema la chiusura scattava alle 22.45: fu abolito l’ultimo spettacolo. Dalle 22.30 in poi in giro non c’era più quasi nessuno.
Anche i programmi televisivi terminavano rigorosamente alle 22.45. In quasi tutte le case a quell’ora si spegnevano le luci. Il telegiornale, che fino al 2 dicembre 1973 era andato in onda alle 20.30, fu spostato alle 20, e in quell’orario è rimasto fino a oggi su Rai 1. L’illuminazione stradale fu ridotta del 40%: in pratica rimaneva acceso un lampione su due. Tra le 21 e le 7 l’Enel ridusse la tensione erogata del 7%. Il governo fissò il limite della temperatura consigliata a 20 gradi, al massimo 21.
Una vera rivoluzione delle abitudini di una società fortemente industrializzata e lanciata verso un esponenziale sviluppo basato sull’azione congiunta del produrre e del consumare, all’infinito.
Quali le conseguenze di un simile cataclisma socio-economico a distanza di cinquant’anni?
Una nuova, spaventosa crisi energetica in un mondo che ha moltiplicato, in modo inverosimile, la fame di energia per un mercato globalizzato che divora risorse, rende esistenziali gli sprechi e ignora i più evidenti problemi ambientali.
Per non far mancare nulla al quadretto appena esposto, gli stessi Stati che avevano dovuto affrontare, disperati, il dramma del 1973, in questi cinquant’anni non hanno fatto nulla, o quasi, evitando accuratamente di proporre interventi strutturali a lungo termine e a largo respiro per sostenere una sostanziale transizione dall’era industriale a idrocarburi ad una società sobria e consapevole dei concetti di consumo, uso e necessario.
Nulla!
Sinora è valso solo il traccheggiare, il porre toppe a caso o vagheggiare il ripristino di vecchie forme di energia ( carbone e atomo) per rattoppare la mirabile strada verso i lussureggianti orizzonti del produrre.
La visione politica sul tema è oggi tendenzialmente e colpevolmente miope, con sguardi di programmazione che non arrivano neppure a fine legislatura. In alcuni casi si evita persino di parlare, nei programmi elettorali, di ambiente, ecologia ed energia.
Anzi, qualcuno ha persino il coraggio di proporre il rilancio della produzione e dei consumi… al pari di chi, approdato su un’isola deserta, dopo essersi salvato a stento da un naufragio, si prepara una succulenta cena di ringraziamento, con tutto il cibo e l’acqua che è riuscito a salvare dal disastro.
L’aspetto spaventoso di tutto ciò è sapere, con certezza, che avremmo in Italia le risorse naturali per produrre energia sufficiente a ogni nostra sobria esigenza, potremmo risparmiare enormi quantitativi di acqua potabile che in modo ignobile sprechiamo per incuria e strutture inadeguate. Che potremmo rendere energeticamente autonome la stragrande maggioranza delle case private, che moltissime aziende ( alcune lo fanno già) potrebbero recuperare autonomamente gran parte dell’energia utile alla produzione, che potremmo drasticamente ridurre i consumi dei trasporti privati su gomma.
E invece, ogni giorno,  disperdiamo energia a piene mani, inquiniamo e sprechiamo beni naturali unici e preziosi ma… ci arrabbiamo, tarantolati, perché qualcuno ci chiude il tubo del gas, più o meno come fece qualcun altro, cinquant’anni fa e che noi riponemmo, con delinquenziale negligenza, nel cassetto dei ricordi da dimenticare.
Chi è colpa del suo mal pianga sé stesso!

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