Questa volta il rosso del semaforo in fondo a Via Carlo Cravero non è la solita occasione per curiosare l’ultimo messaggio di posta sul cellulare, ma  per spingere fuori lo sguardo e, nella breve attesa,  immaginare di vedere in lontananza, dove oggi si ritrovano settimanalmente i banchi del mercato, il glorioso filatoio “Motu”, o il vecchio treno che, trascinando altrettanto vecchie, gremite carrozze, attraversa la Circonvallazione.  Dal cancello  di fronte, serena ed elegante,  la signora Foco, al volante della lussuosa auto scura, si incammina verso una nuova incombenza  di  pubblico servizio.
Sulla destra il rumore di un piccolo ma impetuoso corso d’acqua, ora ricoperto,  richiama la mia attenzione su due grandi manifesti posti ai lati di un ingresso illuminato,  dai quali immagino di veder uscire  tanto la sfortunata bellezza della principessa Sissi, quanto il poderoso galoppo  di minacciose schiere di indiani.
È il cinema Italia.
Fino agli ormai lontani Anni ’60, chi a Caselle avesse voluto incontrare Tarzan, magari corredato di scimmia e di bionda fanciulla, oppure avesse desiderato trepidare nell’attesa dell’immancabile arrivo dei “nostri” doveva accomodarsi sulle sedie in legno, scomode e cigolanti, della platea e della galleria di questo vecchio locale, che anche nella qualità delle proiezioni faticava a nascondere i suoi tanti anni. Non di rado si interrompevano generando improvvise, seppur non imprevedibili accensioni delle luci nella  sala, capaci di indurre  in platea momenti di rumorosa ilarità e di svelare in galleria, con indesiderata flagranza,  giovanili  e  un poco disinvolte manifestazioni  di reciproco affetto  delle quali, a quel tempo,  se non obbligatorio, era almeno consigliabile scandalizzarsi.
Quando invece era la fine del film o semplicemente la chiusura del primo tempo a far accendere le luci, ad arrestare il brusio della sala provvedeva una voce ancora forte di donna che si intuiva di  una certa età.
Era la voce di Teresa che, seduta in platea quasi sempre nella stessa strategica posizione, al grido scarsamente comprensibile di “caramelle, caramelle”
informava gli spettatori che al modico prezzo di cinque lire potevano assicurarsi quel minuscolo genere di conforto sulla cui qualità, ad onor del vero, nessun cliente aveva mai escluso giustificate perplessità.
Teresa Mascrotto, pur appartenendo alla omonima ricca famiglia presente con fornitissimi banchi di torrone e dolciumi sulle piazze di molti nostri comuni in occasione delle feste patronali, era una anziana e vasta figura di donna apparentemente senza età, abbandonata a sé stessa. Viveva in un’unica stanza al piano terra in Via Mazzini di fronte a Via Gibellini. Eravamo perciò abbastanza vicini di casa e ci conoscevamo.
Problemi fisici occasionali o ripetitivi, causati prevalentemente dalla età, le impedivano a volte di infilare il braccio nel caratteristico cesto che, quantomeno all’andata, abbondante di caramelle da vendere e scarso di speranze da vantare, rappresentava per lei il trionfo povero e obbligato del proprio ingegno come unica risposta ai bisogni di tutti i giorni.
Allora mi convocava per le sette di sera fuori dalla sua abitazione e insieme ci incamminavamo verso il cinema Italia. Altre persone l’avrebbero poi riaccompagnata a casa.
La ricompensa era una manciata di quelle caramelle  che seppur di qualità scadente hanno lasciato  per lungo tempo nella nostra bocca il dolce, incomparabile sapore della gioventù lontana. Erano l’ unica risorsa e insieme il grazie di Teresa, morta in assoluta povertà.
Poi le luci si spegnevano ancora e mentre sullo schermo ritornavano le immagini degli immancabili successi  in amore e in guerra raccontati dalle pellicole americane, nelle prime file della platea, dove i grandi se possibile evitavano di accomodarsi, noi ragazzi  cominciavamo ad armeggiare, emozionati e anche un poco intimoriti, intorno al primo pacchetto di sigarette acquistato la domenica mattina arrossendo al severo cospetto del tabaccaio. Avevamo preso a prestito sia i pochi spiccioli necessari che la gratuita convinzione di essere già grandi, soffocando a stento quella tosse nuova e capricciosa che invano cercavamo di confondere  approfittando della rumorosa avanzata degli indiani che irrompevano  nel mezzo di  una pioggia di  frecce avvelenate, simili alle attuali terrificanti bollette di luce e gas, scoccate da archi allora, come oggi, provvisti di mira infallibile.
In molti, e in modo particolare coloro che oggi dopo tanto tempo hanno mutuato onori e responsabilità direttamente dai cittadini, hanno parlato e continuano a parlare di luce, gas e altro ancora. Alcune settimane or sono ha giurato il nuovo governo. Erano i giorni in cui cadeva una ricorrenza difficile da dimenticare e qualcuno per affermare come questo esecutivo, per la prima volta coniugato al femminile, intenda fare bene e presto ha promesso che il governo si metterà subito in marcia.
A noi basta, e lo speriamo, che si metta soltanto…in cammino.

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