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giovedì, Aprile 18, 2024

    Michele, ‘o miserabbile

    La silhouette di Michele era inconfondibile.
    Era alto e magro. Ma di una magrezza in cui la fame atavica aveva un qualche ruolo, calzava sempre lo stesso paio di pantaloni di fustagno grigio, estate e inverno. Quando proprio non poteva rinviarne il lavaggio, ne chiedeva un paio in prestito a sua sorella.
    L’unico vero vezzo era costituito da un bel paio di baffetti sottili, eleganti e ben curati. Sembravano quelli di un attore americano. Alla Clark Gable, ma senza il corrispettivo fascino.
    Come avrete capito, era povero in canna. La voglia di lavorare non gli mancava di certo, ma il fatto era che, dati i tempi, di lavoro proprio non ce n’era. Cercava di arrangiarsi come meglio poteva. Non rifiutava mai nessun lavoretto, pur di racimolare un po’ di soldi che facessero mettere alla sua famiglia un piatto di maccheroni a tavola.
    Sarà stato per il suo aspetto emaciato o per la sua condizione economica, i suoi paesani gli avevano affibbiato un nomignolo, il “contrannome” come si usava dire, che la diceva lunga su come i suoi concittadini lo vedevano: “ ‘o miserabbile”. “Michele ‘o miserabbile”.
    In realtà nessuno sapeva bene se questo nomignolo infamante fosse dovuto alla sua condizione, oppure se fosse un retaggio di famiglia.
    Michele non si offendeva per come lo chiamavano. In paese ce ne stavano di peggiori. Questi “contrannome” facevano parte del paesaggio sociale di quel paesotto agricolo e semi isolato. Del resto in tutti le cittadine, o paesi che dir si voglia, i nomignoli abbondano e la loro presenza è inevitabile.
    A dir la verità i suoi compaesani lo guardavano di sbieco per un’altra sua caratteristica. Questa sì indigesta. “Michele ‘o miserabbile” era comunista. Di quelli duri e puri.
    Questa cosa ai suoi compaesani proprio non andava giù. Dicevano: “Ma come, da dove è uscita questa fissazione “miserabbile”. Vuole fare il comunista qui da noi! La sua è sempre stata una famiglia povera, però perbene. Buoni e devoti cristiani. Lui no. Vuole fare il rivoluzionario. Ed è pure convinto forte! Ma cosa ci guadagna visto che non lo pagano. Lo fa gratis. Non riuscirà mai a farsi un buco di casa. Nemmeno abusiva. Per giunta, fa questo nel nostro paese tutto tranquillo, fatto di gente che lavora e vanno tutti in parrocchia.”
    Michele non era l’unico comunista in quel paese di contadini benestanti e appagati.
    C’erano altri quattro compaesani iscritti alla sezione locale del PCI di cui Michele era segretario. Segretario non per qualità politiche ma perché era quello che si esponeva di più. Pochi ma tosti.
    La loro sezione non assomigliava certamente a quelle romagnole o di Torino dove si discuteva, si facevano congressi e si prendevano iniziative. Nulla di tutto ciò. Quella che loro, pomposamente, chiamavano sezione era un misero localuccio arredato alla bell’e meglio situato all’ingresso del paese. Michele ed i suoi amici si trovavano lì per giocare a carte e ingannare la noia. Mentre giocavano si scambiavano delle opinioni politiche prendendo spunto da ciò che avevano letto sull’edizione domenicale de “L’Unità”, il giornale del partito.
    Infatti tutte le domeniche Michele si recava nella vicina cittadina e ritirava le loro consuete cinque copie del giornale per lui e i quattro amici. Faceva la “diffusione domenicale” come pomposamente diceva e come insegnavano le buone regole del militante. Questa era l’unica loro vera attività politica. Un rito irrinunciabile.
    Michele diceva:” Prima o poi andremo a Roma a vedere la sede di Botteghe Oscure, forse potremo vedere anche il segretario.”
    Il sogno non si concretizzò mai per la cronica mancanza di soldi ed anche di un’auto che fosse in grado di percorrere solo cento chilometri senza fermarsi per avarie.
    Tuttavia possedevano qualcosa che suscitava l’invidia e la meraviglia dell’intero paese: possedevano un televisore. Questo in un’epoca in cui i TV appena cominciavano a diffondersi. Nemmeno la Parrocchia lo possedeva.
    Era, ed è, un autentico mistero come Michele il miserabile fosse riuscito a procurarsi un TV oggetto della brama di tutti.
    Quell’apparecchio richiamava frotte di ragazzi all’ora della “TV dei ragazzi”.
    Questo provocava travasi di bile ai parrocchiani e, soprattutto , al parroco don Vincenzino. Costui non si dava pace e diceva:” Ma come può quel senza Dio riuscire in cose che neanche noi ci riusciamo?”. Quando incontrava Michele con fare bonario diceva:” Michè, ti ho visto nascere, mi spieghi perché sei diventato un ateo comunista? Tu che vieni da gente devota…”
    A Michele saltava la mosca al naso e ribatteva:” Don Vincè, io sono comunista perché questo partito mi ha dato dignità. Mi ha insegnato che non si deve tendere la mano e sottomettersi per ottenere qualcosa. Come invece fanno tutti in paese. Vengono da lei a elemosinare raccomandazioni e favori. È questo che ci ha insegnato Gesù che per me rimane il primo e più grande socialista?”
    ” Andrai all’inferno!”, rispondeva il parroco andando via.
    Il parroco sapeva anche che Michele e i suoi amici erano gli unici veramente coerenti in quel contado dove contavano solo i soldi. Don Vincenzino, durante le funzioni delle feste comandate, fingendo di non vederli, li notava seminascosti in fondo alla chiesa. Un sorrisetto compiaciuto appariva.
    Gli abitanti di quel paesotto non lo sapevano. “Michele ‘o miserabbile” e i suoi amici salvavano anche la dignità di tutti. Per molti anni il PCI prese sempre cinque voti.
    Michele e i suoi compagni non avevano pantaloni di ricambio, avevano una sola camicia e nemmeno un soldo in tasca.
    Avevano una merce rara: lo sguardo e la schiena dritta.

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