Quattro giorni fa ci lasciava Edson Arantes do Nascimento, per tutti, Pelé, e il mondo intero si è inginocchiato, per l’ultima volta, al cospetto di O Rei do Futebol.
Tutti a ricordare il suo stellare passato sportivo, tutti ad omaggiare l’uomo che, più di tutti, ha reso il calcio lo sport più bello del mondo.
Capi di Stato, personaggi dello sport, dello spettacolo, della cultura, televisioni, testate giornalistiche, anziani e giovanissimi di tutti i continenti hanno espresso il proprio cordoglio per questa leggenda sportiva. Eppure… eppure non sempre la memoria bussa alla mente e al cuore di tutti noi e soprattutto di chi ha il dovere di ricordare, sempre!
Già, perché per fare un solo e semplice, ma devastante esempio, giusto giusto sessant’anni fa l’autorevole e storico Corriere della Sera chiamava “ negro” il buon Pelé ( ma a quei tempi era “normale” appellare con simili aggettivi chi evidenziava una particolare colorazione dell’epidermide; in fondo, negli Stati Uniti l’apartheid era ben consolidato… sic!), ma l’aspetto stupefacente era che il giornalista beatamente commentava che “un calciatore negro in mezzo a ventuno giocatori bianchi, creerebbe una stonatura di colore, darebbe in un certo senso fastidio al pubblico sotto l’aspetto estetico…”. Stampa libera, in un libero e “democratico” Stato…
Ora, per fortuna, il Corriere dedica una pagina diversa a O Rei, ma non sarebbe male se, ogni tanto, in redazione si desse una scorsa alle pagine del passato per ricordare che il mondo cambia, è vero, ma certe vecchie “abitudini” rischiano di restare sotto il tappeto con il rischio di riemergere, così, inaspettatamente…
Un esempio? Provate a dare uno sguardo alla prima pagina di Libero del 6 settembre 2017 ( e vi assicuro che non è un caso isolato) e vi renderete conto che dimenticare il nostro passato, quello brutto s’intende, potrebbe essere veramente pericoloso, potrebbe voler dire che rischiamo la morte della nostra dignità e umanità.