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domenica, Febbraio 25, 2024

Le paste ‘d melia nacquero così. Forse.

Prima parte

 

“Dai Rituccia, vai a dormire. Domani mattina dobbiamo alzarci presto per andare al mercato di Lanzo. Lo sai, da Ovairo c’è un bel pezzo.”
“Papà,- rispose Rituccia, una bella ragazza di quindici anni – posso stare ancora un po’ con nonna? Ti prometto che mi alzerò presto. Posso chiederti perché al mercato porti sempre me e non qualche mio fratello? Sono anche più grandi di me…”
“Rituccia, – disse Beppe, il suo papà – porto te perché sei più sveglia dei tuoi fratelli. Loro sono bravi nel lavoro, ma con i clienti non ci sanno fare. Su, dobbiamo arrivare presto per prendere un buon posto. Se vendiamo tutto in un tempo ragionevole poi tu potrai andare a farti un giretto per i negozi. Visto che ti piacciono tanto.”
“Sto ancora qualche minuto con nonna e poi vado a dormire. Promesso.”
“D’accordo, disse suo padre. Sapeva bene che di Rituccia si poteva fidare. Era brava ed efficace come sua moglie Clementina.
Rituccia e la sua famiglia abitavano nella frazione di Ovairo di Lanzo. La piccola cascina dove abitavano era in una bella posizione, in alto. Vivevano del loro lavoro di contadini e piccoli allevatori di capre e pecore. Producevano ottimi formaggi.
Ogni quindici giorni caricavano il carretto e si recavano a Lanzo. Era il mercato più grande che frequentavano.
Era una faticaccia trascinare il carretto a mano fino al mercato su strade in terra battuta. Era così: inutile lamentarsi.
Beppe ritirandosi disse:” Ricordatevi di spegnere la lampada, non possiamo sprecare olio.”
Rita, che tutti chiamavano Rituccia, amava restare con la sua nonna nella loro stalla, un luogo dove c’era un bel tepore. Nonna le raccontava  di quando lei era della sua stessa età: – Anche io ero bella, sai -, le diceva nonna Anna. – La Domenica, dopo la messa,  tutti i ragazzi mi ronzavano intorno. Mio padre con un’occhiataccia teneva tutti a bada. Capiterà anche a te. Stai attenta che tra i bravi giovanotti ci sono anche i furbi.”
Rituccia ascoltava e sognava a occhi aperti. – È ora a dormire. -, sentenziò la nonna.
Rituccia, come aveva promesso, all’alba era pronta. Quando suo padre arrivò la trovò che stava già caricando il carretto. Sorrise. Lo sapeva che sarebbe stata di parola.
Dopo aver mangiato pane e formaggio, afferrarono il carretto e via verso Lanzo.
Beppe stava davanti e Rituccia spingeva. Camminavano senza parlare, non ce n’era bisogno. Erano molto affiatati.
Arrivarono a Lanzo che era già giorno. Cominciarono subito ad esporre la merce. Intanto, mentre si lavorava, Beppe scambiava parole con i vicini di banco. Ci si informava vicendevolmente.
Ben presto arrivarono i clienti mattinieri, i migliori: gli osti, i cuochi delle famiglie benestanti, i bottegai. Tutta gente che aveva bisogno di prodotti di qualità. I clienti di Beppe e Rituccia erano soprattutto  osti e cuochi, gente competente. Compravano e pagavano senza fare storie.
I prodotti di Beppe erano cercati proprio per la loro qualità. Soprattutto i formaggi andavano via presto.
Questa attività consentiva loro di vivere con un certo benessere. Purché non si sprecasse.
Dopo un paio d’ore avevano il banco già vuoto. Avevano venduto tutto in fretta. I Gisolo, questo era il loro cognome, frequentavano anche altri piccoli mercati nelle frazioni, ma quello di Lanzo era il più remunerativo.
Beppe nel ritirare il banco disse a Rituccia: – Ora vado un’oretta in trattoria a bere un bicchiere di rosso e fare due chiacchiere. Tu vai a fare il tuo giretto in centro. Ci vediamo qui. Compriamo qualcosa, come si è raccomandata mamma, e poi via a casa.-
Questo era il momento tanto atteso da Rituccia: andare a curiosare nelle vetrine.
Guardava con occhi spalancati gli abiti esposti nelle vetrine delle modiste, dai colori morbidi e accattivanti. Le camicette ricamate e con colletti svolazzanti. Al confronto i suoi abiti sembravano stracci. La cosa non la turbava. – Li comprerò anche io un giorno …-, si ripeteva tra sé e sé. Intanto si immaginava fasciata in quei vestiti.
Poi si fermava davanti alle mercerie che esponevano cose meravigliose come nastri colorati, bottoni di tutte le forme. Sembravano tanti gioielli! C’erano  tanti accessori che aspettavano solo una sarta creatrice in grado di usarli per lavori di pregio.
Non mancava mai di soffermarsi davanti ad una cartoleria. Anche qui appiccicava il naso contro il vetro della vetrina a rimirare quaderni, blocchi da disegno e, soprattutto libri. Le copertine colorate e ricche di illustrazioni rimandavano alle storie che erano scritte dentro. – Chissà che cose affascinanti ci sono scritte lì dentro…-, pensava.
– Con un libro puoi viaggiare per tutto il mondo, conoscere gente lontana. Ti fanno volare. Anche questi voglio comprare. Quando avrò i danari ne comprerò molti.”
Comunque il negozio che l’affascinava di più era la pasticceria. Qui la sosta era la più lunga. Quella vetrina esponeva leccornie di tutti i tipi: dolci, cioccolato, caramelle, torte… Tutte cose che ti facevano sognare un mondo fatto di dolcezze e carezze. Non riusciva a staccare il naso dal vetro della vetrina: emanava un fascino magico.
La padrona del negozio la notò e si ricordò che quella contadinella si fermava spesso a rimirare la vetrina.
Uscì e le disse: – Vuoi comprare dei dolci? Ti piacciono? –
– Certo, – rispose Rituccia – che mi piacciono. Purtroppo non posso comprarli. non possiamo permetterceli.-
– Vieni dentro -, le disse Margherita. Così si chiamava la padrona del negozio. Le fece assaggiare un bignè: non aveva mai mangiato una cosa così buona. Chiuse gli occhi. Le sembrò di volare.
Buonissimo! Difficile fare dolci?” chiese.
Margherita la invitò: – Vieni dentro il laboratorio a vedere il pasticcere al lavoro.-
Quando Rituccia entrò nel laboratorio le sembrò di essere entrata in un luogo magico: vasi pieni di sostanze  colorate, farine, zucchero, attrezzi strani e tante altre cose che ignorava. Gli occhi le roteavano.
– Qui dentro si può fare un viaggio in un mondo tutto da scoprire, – diceva tra sé e sé.
A bruciapelo Rituccia domandò:” È difficile fare dolci? Come si fa la cosa più semplice?”
Il pasticcere disse:” Fare dolci è difficile e impegnativo. Tuttavia fare una pasta frolla è abbastanza semplice. Bisogna impastare farina, uova, zucchero, burro e una puntina di lievito. Dai una forma ai tuoi dolcini e inforni. Voilà, il gioco è fatto!”

Poco dopo, mentre lei e suo padre tornavano a Ovairo, un’idea si affacciò alla mente di Rituccia.

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