Due pazzi necessari

Un parallelo tra San Francesco e Don Chisciotte

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Siamo in viaggio da Napoli a Torino con l’auto. Siamo io, mia moglie e mia sorella Annamaria.
L’idea prorompe immediata dalla testa, dico:” Tra un po saremo ad Orte. Da lì ad Assisi ci va qualche ora: che ne dite di andare da frate Francesco? Domani ripartiamo per Torino.” Acconsentono. Mia moglie comincia a smanettare sullo smartphone e risolve il problema dell’alloggio.
S.Maria degli Angeli ci accoglie con la sua grande mole. La visita alla Porziuncola è, come sempre, struggente e commovente. Era il luogo più amato da Francesco e dove diede addio a questa valle di lacrime.
Accanto alla basilica c’è una vasta e fornita libreria Francescana. Entriamo a dare un’occhiata.
Dopo qualche minuto un piccolo libretto attira la mia attenzione.
Il titolo è anomalo e intrigante: “Don Chisciotte e san Francesco, due pazzi necessari”. Lo ha scritto il prof. Josè Antonio Merino, spagnolo. È storico, è stato professore all’università di Madrid e della Pontificia Università Antonianum di Roma. Vanta numerose pubblicazioni.
Troppo forte è la curiosità, lo compero.

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La lettura conferma che si tratta di un libretto intrigante e che, nonostante il titolo anomalo, si conferma un testo che pone temi maledettamente seri.
Una domanda sorge spontanea: cosa hanno in comune due personaggi profondamente diversi come Don Chisciotte e frate Francesco?
Sono davvero due pazzi necessari? come dice il sottotitolo. Oppure è meglio dire: folli?
Francesco, il brillante e ricco giovanotto di Assisi, figlio di messer Bernardone, abbandona le ricchezze per abbracciare sorella povertà e dedicarsi ad una vita ascetica al servizio del Cristo. Francesco è personaggio realmente esistito.
Don Chisciotte è invece un personaggio nato dalla geniale penna di Cervantes. Figura letteraria dunque. Costui decide di farsi cavaliere errante, accompagnato dal fido e realista scudiero Sancho Panza, decide di errare per il mondo per difendere donzelle e lottare contro le ingiustizie.
Ecco, cosa accomuna due figure come i nostri eroi, uno reale e l’altro letterario?
La follia, più che la pazzia. Ambedue riconoscono la follia che li abita e che li spinge alla ricerca di mete che consentono loro di cercare e perseguire modelli di vita non condizionati dal materialismo, dal vile denaro. Guardare oltre.
Francesco è, come dice il prof Merino: ” Il personaggio esemplare dell’utopia evangelica, figlio della cultura medioevale, incarnò prodigiosamente lo spirito del discorso della montagna e anticipò il temperamento moderno: la libertà personale.”
Mentre il ” cavaliere dalla triste figura” è certamente il simbolo e la visione umoristica della condizione umana.
A queste due figure si contrappone il realismo e il senso pratico del fido scudiero. Pronto a riportare con i piedi per terra il visionario cavaliere.
Merino chiude il libro con questa riflessione: ” Bisogna “chisciottizzare” la società, “francescanizzare” la cristianità. Il compito è immenso ma possibile. Ognuno di noi porta nel proprio intimo un qualcosa o molto dei sogni di Don Chisciotte e dell’utopia di Francesco. Per questo ci sembrano così familiari e così nostri: sempre suggestivi, inquietanti e provocatori.”
Riscoprire l’utopia attraverso il riconoscimento della propria dimensione folle significa avviare quel percorso che ci porta verso il riconoscimento del falso. Liberarsi dalla schiavitù delle convenzioni frustanti è un deciso passo verso la libertà. Di pensiero.

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