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Comune di Caselle Torinese
venerdì, Luglio 12, 2024

    Il calcio d’inizio

    Da lunghi anni molti di noi amano pensare che in un pallone possano nascondersi oltre alla nota, diffusissima pratica sportiva, opportunità di divertimento, di conoscenza e se possibile di amicizia tanto fra chi lo pratica quanto fra chi lo vive da spettatore, soprattutto se costui in occasione degli appuntamenti calcistici più importanti scopre un po’ emozionato e commosso di cantare sottovoce, stonature comprese, l’inno della proprio nazione.
    Qualche volta , pensando ad alcune nostre grandi e complicate città, abbiamo anche immaginato che il pallone potesse uscire dai suoi naturali confini erbosi per trasformarsi in un illusorio, agognato taumaturgo sociale da sempre vanamente atteso. E in effetti anni or sono, gioie ed emozioni sportive, vissute con l’ansia e la speranza del riscatto, furono accolte realmente come una sorta di nuovo miracolo da una città che già viveva l’ abitudine all’evento straordinario promosso ogni anno, con religiosa puntualità, dal più illustre dei suoi cittadini. A breve quel miracolo legato al pallone probabilmente si rinnoverà e sarà la terza volta. Se possibile, però, non sorridiamo. Dopotutto all’ attuale, gratuita violenza di molti sedicenti tifosi in realtà comuni delinquenti verso i quali troppo frettolosamente ci adoperiamo per esibire e destinare a loro favore incomprensibili eccessi di democrazia, è preferibile “sopportare” quel caratteristico tipo di felicità magari chiassosa, scaramantica e un poco ingenua capace di indurre oggi nel cuore della gente un senso di ritrovata, orgogliosa appartenenza e di affidare al domani la possibilità di essere rivissuta, seppur tra l’inevitabile tormento dei ricordi.
    Quegli stessi ricordi che legati e trasferiti alla diversa realtà della Caselle della fine degli Anni Cinquanta trasmettono ancora, come fosse ieri, l’emozione della corsa all’inseguimento di un pallone pieno di gobbe e di speranze che immaginavamo potesse custodire i segreti del nostro futuro.
    Con gagliarda veemenza e non meno intensa amicizia negli interminabili pomeriggi dal lunedì al sabato ce lo contendevamo sull’enorme spazio verde del Prato della Fiera dove l’erba discontinua e capricciosa non di rado era sconfitta da arbusti e sterpaglie che dissuadendoci dall’idea di giocare scalzi ci obbligava ad immolarvi le suole delle nostre povere calzature e qualche lembo di pelle sottratta alle ginocchia.
    La domenica era una giornata speciale.
    Il Prato della Fiera si vestiva a festa: c’era il “Celestino Busso”, una squadra di calcio formata interamente da giovanotti casellesi dei quali noi ragazzini ci sentivamo illegittimamente fratelli minori. Il nome ricordava un giovane, valente attaccante del Caselle trucidato poco più che ventenne a Ceres, in Val di Lanzo.
    Già dal mattino volontari particolarmente vicini alla squadra provvedevano ad assicurare le reti ai pali delle porte, a riparare con badile e rastrello i danni più evidenti procurati dal calpestio settimanale e a fissare paletti di ferro nel terreno perché potessero sorreggere la fune che delimitava il terreno di gioco.
    Egidio e Mario provvedevano all’incarico più impegnativo : la tracciatura del campo.
    A partita iniziata, ad Egidio era inoltre riservato il compito fondamentale e a volte ingrato di percorrere senza sosta il perimetro del campo calato in una eccessivamente comoda tuta grigia i cui pantaloni terminavano con una improbabile chiusura alla zuava. Con educata insistenza agitava sotto il naso di attentissimi spettatori, che sembravano non gradire il disturbo, una cassetta munita di feritoia nella quale sperava di tradurre in moneta sonante l’innegabile emozione di quelle due ore. Poi finita la partita si spegnevano le luci della scena e a noi ragazzini, che ad occhi chiusi avevamo appena vissuto le acrobazie di Berto Gemelli e le punizioni di Cens Castelli, sembrava di ritornare nuovamente soli, mentre non senza malinconia qualcuno staccava le reti dai pali delle porte e sfilava le bandierine dal calcio d’angolo.
    Egidio Pavanati, amico sincero e generoso, proveniva da una realtà geografica che agli inizi degli anni cinquanta aveva subito dai capricci del Po un torto irreparabile. Esaurita la comune giovanile parentesi sportiva ci perdemmo di vista per ritrovarci casualmente molti anni più tardi ad amare una vicina località di montagna dove Egidio incontrò un giorno la compagna della vita.
    Con la certezza che il nostro futuro migliore fosse scandito ormai dall’affettuoso e nostalgico “ti ricordi?”, ogni volta vivevamo la magia di un prato verde e di un pallone, rifiutando l’idea che per noi fossero stati soltanto un gioco.
    In una tiepida mattina di marzo, con garbo e delicatezza, Egidio ha chiesto alla sua Maria il permesso di assentarsi . Non voleva mancare al calcio d’inizio della partita che oggi, abbandonato per sempre il Prato della Fiera, il Celestino Busso ha deciso di giocare…in  trasferta.

     

    Nella foto: in alto, da sinistra,
    Antonio Fiorio, arbitro delle partite amichevoli delle squadre di Caselle, Nico Airola, Luigino Farinea, Luigi Riva, Guido Data, Mauro Baucia ed Egidio Pavanati accompagnatore

    In basso, da sinistra
    Bruno Picat  Re, Rodolfo Mascaro,Vittorio Gaudi, Armando Cavaliere, Salvatore Diglio, Guido Marchetti

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