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Comune di Caselle Torinese
venerdì, Luglio 12, 2024

    La leggenda della Fata Ermenegilda


    Rocca dei Camosci era un ameno paesino in alta montagna, a 1.400 metri di altitudine con 342 abitanti; adagiato su una balconata, si affacciava su tutta la vallata ed era sempre in pieno sole. Nelle belle giornate terse si poteva vedere persino giù a valle l’orrenda città circondata dallo smog.
    A Rocca dei Camosci c’era tutto l’occorrente per vivere tranquillamente: un negozio di alimentari, un bar, una trattoria, una farmacia, l’immancabile chiesa e un piccolo studio medico, dove il dottore veniva su due volte alla settimana con il vecchio treno cigolante, trainato dalla locomotiva a vapore.
    Era proprio un bel posto, un piccolo paradiso. Ma gli abitanti no. Erano gente arcigna, tirchia, cattiva ed egoista, ognuno pensava solo a sé stesso e ai soldi. Ad esempio, nessuno aveva un animale da compagnia, perché tutto quello che non rendeva e che non produceva soldi non veniva considerato: un po’ come la vecchia mentalità contadina, per fortuna oggi estinta.
    I pochi turisti che salivano in estate erano malvisti, e non trovavano certo accoglienza e gentilezza.
    L’unico bar del posto era molto frequentato, ma ognuno se ne stava seduto al suo tavolino con il suo bicchiere di vino, senza alzare la testa e senza parlare con nessuno; se due persone stavano per incrociarsi camminando sulla strada, uno dei due cambiava direzione.
    Si racconta che durante un inverno particolarmente rigido (caddero quasi due metri di neve), una esile vecchina arrivò lì, non si sa come. Arrivò nella mattinata, mentre c’erano dodici gradi sottozero.
    Aveva solo un pesante maglione e un vecchio scialle, e calzava dei “sabot”, vecchi zoccoli di legno con i calzettoni: sebbene le strade fossero pulite, erano comunque ghiacciate e non si sapeva come facesse a camminare.
    La vecchina inizio a bussare porta a porta, in tutte le abitazioni: “Scusate, ho tanto freddo, vorrei solo una tazza di latte o di brodo caldo: posso entrare un momento?”. Apriti cielo.
    Gli abitanti di Rocca dei Camosci, oltre che inospitali erano anche molto gelosi delle loro cose, quindi ricevette le risposte più incredibili: “Non so chi sia lei, vada via altrimenti chiamo i Carabinieri!”, “Non abbiamo niente, basta solo per noi”, “Basta questuanti, non abbiamo tempo”, “Ma cosa crede di trovare qui? Vada in città, dove sono tutti ricchi”, “Fila via, barbona” e così via.
    Nel frattempo, giunsero le quattro del pomeriggio e il sole tramontò lasciando spazio alle ombre e al gelo ancora più tremendo: la vecchina temette di morire di freddo e di fame, ma continuò a bussare alle porte dove erano tutti felici al caldo davanti al caminetto, ricevendo sempre delle brutte risposte. Allora si ricordò che subito dopo il paese, salendo sulla destra c’era una strada sterrata che in mezz’ora di cammino conduceva ad un alpeggio: tanto valeva provare, forse le persone che non erano del paese potevano essere più buone. E così fece. L’alpeggio consisteva in una decina di baite, tutte abitate e tutte belle calde… ma anche qui ricevette solo insulti; anzi, dato il luogo isolato, qualcuno piazzò il fucile fuori dalla finestra. La vecchina era disperata e stanca. Erano quasi le otto.
    Non le rimase che tornare indietro, e cercare un fienile dove infilarsi di nascosto per provare almeno a dormire, anche se a stomaco vuoto. Ma dopo due passi, lo vide. Un piccolo chalet lontano dagli altri, ai margini del bosco, curiosamente circondato da animali. La sua ultima speranza.
    Lupo Solitario non era proprio un vero eremita: semplicemente era stufo di aver sopportato gli umani per molti, troppi anni. Non potendoli più vedere, si trovò questo accogliente chalet nel bosco.
    Viveva da solo, ma aveva molti amici: daini, camosci, stambecchi, tassi, volpi, lupi, linci, gufi, civette, gnomi con i quali giocava a carte e una miriade di uccellini, a seconda della stagione. Aveva anche diverse galline, anitre e oche che conosceva e chiamava per nome e che sarebbero invecchiate insieme a lui, perché le salvava dal macello e le teneva come animali da compagnia. Per finire aveva anche due cani (Elvis e il Generale) e circa otto gatti, tutti sterilizzati e vaccinati.
    Aveva trovato il perfetto equilibrio per vivere gli anni che gli rimanevano, sapendo che solo gli animali danno tutto l’affetto che possono senza chiedere nulla in cambio, diversamente dagli umani.
    Lupo Solitario, non volendo dipendere da petrolieri arabi o multinazionali o benzinai disonesti, aveva trovato il modo di far funzionare la sua mitica Jeep Willys MB del 1945 con il compost delle galline, con la quale si recava una volta al mese in paese per fare la grossa spesa. Anche per la corrente elettrica risolse brillantemente con una dinamo azionata da una ruota piazzata sul ruscello.
    Quando bussarono alla porta, trasalì perché non riceveva mai visite: la vecchina ormai mezza congelata stava per svenire, ma provò a chiedere, temendo l’ennesimo rifiuto.
    “Ma non ci credo! Signora cosa fa fuori con questo freddo? Venga, entri pure al caldo: ho la polenta sul putagè, altro che tazza di brodo!”. La vecchina ora era lei a non credere alle sue orecchie.
    Lupo Solitario la fece accomodare davanti al camino, con due gattoni che fungevano da borse dell’acqua calda mentre il Generale Lee, il vecchio spinone, la guardava diffidente. James il Ghiro invece, non essendo per niente timido, si appallottolò sulla sua spalla sperando in qualche extra per cena. Servì la ottima polenta calda seguito da una fetta di toma, accompagnato da un buon bicchiere di vino. “Senta, mi dica qualcosa: come mai si trova qui? Da dove viene? Si sente bene? Ora faccio il caffè”. “Mi scusi, ma sono molto stanca, domani le dirò tutto. Per ora posso solo ringraziarla”.
    Lupo Solitario non fece in tempo a mettere la caffettiera sul fuoco (una volta la caffettiera serviva a fare il caffè, oggi invece per inquinare di più e fare sempre più in fretta abbiamo le cialde) che la vecchina si addormentò profondamente sul divano, con altri gatti che arrivarono in soccorso come coperte. Anche lui andò quindi a dormire, curioso di sapere chi era questa persona.
    Il mattino dopo si svegliò alle otto, perché come tutte le mattine doveva preparare i vari pranzetti per gli animali che aspettavano fuori. Scese in salotto, ma la vecchina era scomparsa.
    C’era un foglio di pergamena sul tavolo, con due righe: “Ora devo andare, ci vediamo oggi, grazie”.
    Ma c’erano anche due cose inquietanti: il foglio, non appena letto, si smaterializzò in una nuvoletta. E la porta era chiusa dall’interno. Come aveva fatto ad uscire?
    Nel tardo pomeriggio, sentì nuovamente bussare alla porta. Era lei.
    “Buongiorno, mi scuso per essere uscita presto stamattina, ma avevo da fare. Ora le spiego tutto. Mi chiamo Ermenegilda e sono nata 864 anni fa. Da allora, il mio Responsabile mi affidò un compito molto importante: devo capire se gli umani sono migliorati, o almeno cercano di farlo (Lupo Solitario pensò di aver esagerato a stapparle il Barolo la sera precedente, evidentemente era ancora brilla). Ho visto di tutto: guerre, prepotenze, violenze, cattiverie di tutti i tipi e molto altro. Gli umani vanno male, molto male. Anche in questa missione, ho notato che su 342 persone solo una, lei, mi ha aperto la porta e mi ha rifocillato accogliendomi come una vecchia amica. Sono venuta a salutarlo e a ringraziarlo. Grazie di cuore, anche per tutto quello che fa per gli animali”.
    A Lupo Solitario scappava da ridere, evidentemente la vecchina non c’era molto con la testa; ma il sorriso si smorzò di colpo e rimase esterrefatto: un alone azzurrino circondò la vecchina, che si trasformò in una maestosa Aquila Reale. Con un balzo volò verso le Crode Nere, delle temute ed inaccessibili montagne piene di grotte misteriose, guglie e di punte che attiravano lampi e fulmini: si diceva ospitassero le Masche e che le Fate si riunissero per ballare sotto la Luna piena.
    Mentre era davanti allo chalet paralizzato per lo stupore passò Beppi, l’unico suo amico che fotografava la natura. “Ciao Lupo, tutto bene? Ma hai sentito del disastro?” “Ciao Beppi… no, quale disastro?” “Rocca dei Camosci: stanotte è venuta giù una gigantesca valanga dalla parete del Monte Scuro, ha raso al suolo tutto il paese. Non è sopravvissuto nessuno. Ciao, devo raggiungere i soccorsi”. Lupo Solitario a momenti svenne: incredibile, tutti gli abitanti spariti, insieme ai loro preziosi soldi e alla loro prepotenza. Mentre rifletteva, venne attirato da qualcosa.
    Ai margini del bosco, vicino alla famiglia di lupi che aspettava le crocchette serali (ormai si erano abituati ad avere il cibo assicurato e avevano smesso di depredare le greggi, così gli umani non avevano più scuse per impallinarli ad ogni costo), c’era un oggetto metallico, brillante. Non riusciva a identificarlo. Solo avvicinandosi capì di cosa si trattasse.
    Un grosso secchio pieno di pepite d’oro lo stava aspettando, insieme ad un biglietto ricavato da una pergamena che recava una piccola frase: “Ha visto, caro signore? A volte, la differenza tra la vita e la morte è un buon piatto caldo. Grazie, Ermenegilda.” E il biglietto svanì in una nuvoletta.
    Bear

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