Ci sposeremo a Maggio

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Se il contadino, preparato il terreno, si accinge alla semina del granoturco, se negli orti con geometrica precisione si tracciano i solchi in attesa di annegarvi tuberi e speranza affinché insieme si traducano in un ricco raccolto estivo, e se i ragazzi più giovani e più audaci si arrampicano, non sempre legittimamente, su pericolosi ciliegi per raccogliere il primo prezioso frutto della stagione, allora è maggio.
Ai tempi della nostra gioventù, maggio sapeva intensamente di primavera. Lasciati alle spalle il freddo dell’inverno e la neve che allora non deludeva mai, anticipava, insieme al primo caldo, il meritato riposo estivo in attesa che l’ora solare, l’unica disponibile, accorciando le giornate, regalasse poi più tempo ai nostri malinconici pensieri autunnali.
Maggio a Caselle era la fiera delle “capline”, comodi , caratteristici copricapo in paglia che riparavano madri e figlie dal sole dei campi. Voltando e rivoltando con l’ereditata bravura familiare il primo taglio di fieno, spesso tra quei mucchi di fili d’oro le più giovani trovavano l’amore come sognata risposta alle loro speranze.
Era anche il mese dedicato alla devozione di una particolare immagine di Madonna itinerante che ogni sera usciva di casa per essere accolta, graditissima ospite, nei nostri cortili o negli androni dei nostri palazzi. Sul suo volto l’immagine rassicurante della semplicità e della materna bellezza. Intorno ad altari improvvisati con tavolini spesso claudicanti su cui si distendevano candide tovaglie temporaneamente sottratte al corredo di mature spose, poggiavano ricchi mazzi di fiori freschi e un mare di lumini dalla fiamma implorante e riconoscente. Al nutrito gruppo di fedeli locali si aggiungeva quasi sempre una devotissima folla di altri partecipanti cosiddetti “al seguito” . Insieme, nel primo fresco della sera, recitavano i misteri del rosario a cui seguivano accorate preghiere, popolari lodi cantate, e precise invocazioni innalzate al cielo attraverso coraggiosi tentativi in lingua latina che la Madonna, commuovendosi, sicuramente apprezzava e gradiva senza mai arrivare alle lacrime. Tanto meno a quelle attuali colorate di rosso, moderna proposizione di fede aberrante e di nostrana furbizia.
“Ci sposeremo a Maggio”. Cosi annunciavano cantanti e canzonette sul finire degli Anni Cinquanta. In effetti quasi a raccogliere l’invito canoro i sagrati delle nostre due chiese, ancora entrambe parrocchie, in occasione delle domeniche di questo mese si popolavano di lunghi ed eleganti cortei di parenti e amici trepidanti nell’attesa della sposa che, secondo tradizione, giungeva per ultima e rigorosamente vestita di bianco.
Concluso il rito e usciti dalla chiesa la più piccola della famiglia a un passo dagli sposi, tra l’emozione generale, si prodigava nella recita impacciata di qualche antica filastrocca mentre il fotografo, sudando e affannandosi non sempre con successo, prima di immortalarli, tentava di sistemare i presenti in ordine di parentela e di statura.
Ai lati del gruppo prendevamo posto noi, i chierichetti che avevano servito alla funzione religiosa, come si diceva allora, ancora infilati nella lunga tunica rossa corredata di candido rocchetto. Per noi la piccola mancia, quando arrivava, costituiva il miglior congedo dalla cerimonia.
Sui novelli sposi atterrava infine la bianca nuvola di riso che poi, pazientemente raccolto per garantire la pulizia del sagrato, diventava nei giorni successivi ricco banchetto per le galline del parroco. Alla pioggia di riso, di coreografico sapore augurale, si accompagnava il sincero e ripetuto “Viva gli sposi!” non dimenticando di aggiungere l’immancabile “… e figli maschi!”
E i bambini puntualmente arrivavano popolando quelle culle che oggi, con più chiacchiere salottiere che effettiva preoccupazione, lamentiamo deserte. Con tenera nostalgia e un poco di tristezza si affaccia ora alla mente il tempo in cui per amore della nuova famiglia smettevamo di essere soltanto genitori per fare anche, o soprattutto, i nonni e consentire alle giovani mamme di conservare il posto di lavoro al Lanificio Bona o alla tessitura di Magnoni. Poi con il passare del tempo il maggio dei nostri ricordi lentamente è svanito, e sono invecchiate quelle giovani mamme, in particolare del nostro Sud, alle quali se chiedevi quanti fossero i suoi figli per tutta risposta mostravano con orgoglio la mano aperta.
Il numero dei figli anziché una gioia per la famiglia e una insostituibile risorsa per la società si è trasformato purtroppo in una fonte di difficoltà insormontabili, alimentate dal desiderio, non solo giovanile, di una diversa pretesa di libertà e soprattutto dalla generale carenza di lavoro. A farne maggiormente le spese sono proprio loro: i bambini che non nascono o quelli che per errore o leggerezza altrui vedono solo per un attimo la luce del sole o il sorriso di una madre che vittima e padrona di un amore disperato aspetta che sul suo dolore scenda una tendina.

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