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giovedì, Febbraio 29, 2024

La meccanica della pace

Le statistiche ci dicono che nel mondo, dall’ultima guerra mondiale, cioè dal ’45, ci sono contemporaneamente dalle 20 alle 30 guerre. Le cause, si sa, son sempre le solite: fame di materie prime d’importanza basilare, quali ferro, rame, petrolio, più altri minerali rari e perciò ancor più preziosi; vecchi rancori tra etnie o religioni diverse; in ultimo, ma non meno importante per il possesso dell’acqua (bene essenziale). In parole povere interessi e sete di potere. Come si scatena la guerra? Nulla di più semplice. Basta una scintilla. Un espediente. Ogni scusa è valida per chi ha motivo per scatenarla. Essenziale che ci sia la controparte, il nemico. Se non c’è lo s’inventa. Si creano i presupposti per definirlo. Si disturba, si provoca, l’attività abituale di chi ama fare il piantagrane. Chi viene provocato normalmente reagisce, se la provocazione è violenta, la reazione lo è altrettanto. Provocare una guerra è un gioco da bambini. Peccato che nello specifico si tratti di adulti che hanno la responsabilità di gestire Paesi con milioni di abitanti, spesso potenze mondiali, in possesso di armi nucleari, con la capacità di distruggere mezzo mondo in un batter d’occhio. Le maggiori potenze, le conosciamo, non sono molte, il loro numero è contenuto nelle dita di una sola mano, vogliono espandere il loro potere ovunque ed emergere l’una sulle altre. Non c’è Paese al mondo che può vivere in pace senza la loro presenza determinante nelle scelte politiche, commerciali, sociali e umane. Noi Italiani stiamo ancora pagando la sciagurata idea di partecipazione all’ultima guerra mondiale. Dopo quasi 80 anni, stiamo ancora sottostando ai voleri di coloro che ci hanno tolto le castagne dal fuoco. Tutti i governi succedutosi, dal dopoguerra a quello attuale, non hanno fatto altro che dire signorsì alla potenza che, prima fra tutte, emerge per provocare conflitti armati. Ma, qual è l’utilità della guerra? Per chi è sano di mente, proprio nessuna. Ma per chi pone gli interessi e il potere al primo posto l’utilità la trova. Purtroppo, una volta scatenata, non sempre va nel verso previsto, spesso il progetto fallisce, almeno parzialmente, e venirne fuori è molto più complicato che entrarci. Quando si presenta la necessità impellente di concludere nessuno dei contendenti vuol cedere, a meno che si trovi all’estremo delle forze e non abbia altra scelta. Abbiamo, proprio ora, in Europa dell’est il classico esempio: una guerra, ove pare non ci sia speranze né di un cessate il fuoco, né, tantomeno, di una pace duratura tra le parti. Di fronte a questo scenario che non favorisce l’ottimismo, mi sembra cosa utile consigliare la lettura di un libro, pubblicato recentemente, firmato da Elena Pasquini, dal titolo “La meccanica della pace”. Pasquini è una brava e capace giornalista che, da oltre vent’anni, con grande sensibilità, osserva da vicino le crisi internazionali. Soprattutto quelle umanitarie, che sono sempre tante, troppe e molto spesso fuori dal circuito dell’informazione. Nel suo libro, non solo ci porta nei luoghi dimenticati dalle cronache di guerra in Africa, Medio Oriente e America Latina, ma ci racconta esperienze che dicono una pace possibile da trovare. «Ogni guerra è uguale e diversa, ogni guerra distrugge qualcosa in maniera definitiva, vite, beni, risorse, storia, radici – scrive l’autrice -, ma ogni guerra insegna qualcosa su come si può fare la pace e che la pace è possibile. La pace non è un cessate il fuoco e neppure un semplice accordo. Non è affatto sicura per sempre. Una pace possibile è fatica, impegno incessante, vigilanza anche quando sembra raggiunta e scontata. La risoluzione dei conflitti armati è “il più logorante dei lavori». Nelle dieci storie raccolte nel libro, non a caso, molte protagoniste dei processi di pacificazione sono donne. Per costruire la pace senza usare la guerra serve grande determinazione, enorme spirito di adattamento, rispetto per tutti, ma proprio tutti, gli attori in campo. E non servono eroi. «Fare la pace è dolorosa pazienza che una vittoria militare non garantisce – scrive ancora Elena Pasquini – Pace compiuta o parziale, che inizia quando si accoglie l’esistenza dell’altro, il nemico, e dove “nessuno vince tutto e nessuno perde tutto”. Serve qualcuno che accenda la luce, che riconosca la realtà e metta in moto il meccanismo». Chissà se e quando questa logica lineare, semplice nella sua essenzialità, inizierà a prendere il sopravvento sul linguaggio della violenza.

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Ernesto Scalco
Ernesto Scalco
Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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