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domenica, Aprile 14, 2024

    Una spremuta di… Patria!

    Regola numero uno di Cose Nostre: essere un organo di informazione apartitico.
    Sacrosanto! Ma chi scrive su un periodico, oltre a fare inchiesta e informare, non può esimersi dalla libertà di opinione, e alcuni argomenti, comunque li si affronti, rischiano da parte dei lettori interpretazioni fuorvianti. Chiedo scusa, quindi, in largo anticipo se questo mio pezzo potrà infastidire se percepito ideologicamente. Anche se non era mia volontà.

    L’attuale Governo, infatti, tra compiacenti esibizioni su caccia multi ruolo da combattimento F35, inviti agli insegnanti per un più rigoroso approfondimento del Risorgimento e tentativi per nulla velati di revisionismo storico della Resistenza, ha pure rinominato il Ministero dell’Agricoltura con la stentorea appendice “e della sovranità alimentare”.
    A prima vista sembrerebbe strizzare l’occhiolino ad ancor più stentoree invocazioni “del Ventennio”, come autarchia e sacri confini, ma così, in realtà, non è.
    Parlare di sovranità alimentare significa infatti garantire il diritto dei popoli a determinare le proprie politiche alimentari senza costrizioni esterne legate a interessi privati e specifici. È un concetto ampio e complesso che sancisce l’importanza della connessione tra territori, comunità e cibo, e pone la questione dell’uso delle risorse in un’ottica di bene comune, in antitesi a un utilizzo scellerato per il profitto di alcuni.
    Anche Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sostiene che “È la stella polare per affrontare la rigenerazione dell’agricoltura nel mondo. È un concetto per cui si battono da anni tanti movimenti, compreso Slow Food”.
    Insomma, con questa strategia alimentare si vuole valorizzare  prodotti del territorio e la biodiversità, dando autonomia e un riconoscimento agli agricoltori supportando e promuovendo in tutto il mondo i sistemi locali del cibo, fortemente legati ai territori, basati sulle connessioni, sulle comunità, in grado di combattere lo spreco alimentare, di valorizzare la produzione di piccola e media scala e di proteggere la biodiversità.
    Fantastico! Ma…
    Ma bisogna stare attenti, perché passare dalle parole ai fatti non è mai semplice e Cetto la Qualunque è prontissimo a salire sulla poltrona di comando.
    Il ministro Lollobrigida si scaglia così contro la carne ‘sintetica’, gli OGM e i surrogati di prodotti alimentari tutelati da un marchio, e fin qui…
    Il tutto, ovviamente, a difesa della produzione nostrana e per favorire il consumo della stessa… all’interno dei ‘patri confini’.
    Ma qui, Cetto inizia a farsi largo.
    Sì, perché come al solito sono i numeri a farla da padrone, non le parole.
    Vediamo…
    Il divieto sulla carne coltivata in laboratorio pare infatti che non servirà a nulla, perché l’Italia non ne può vietare l’importazione. Infatti, in base alle regole europee sulla libera circolazione dei beni e dei servizi, l’Italia non può opporsi all’immissione sul mercato della carne coltivata, se quest’ultima dovesse ricevere a livello comunitario l’approvazione da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). In questo modo, i soli prodotti di questo tipo ad essere vietati saranno proprio quelli Made in Italia. Inoltre, forse non lo sapete, ma la stragrande maggioranza di carne ovina, suina e bovina consumata in Italia è di importazione (70% quella ovino/caprina, 40% quella bovina)… altro che qualità italica.
    Con il grano duro siamo al 50% di prodotto importato, mentre con il pesce se la produzione interna è pari a un valore di 600 milioni di euro, il consumo ne richiede per più di 4 miliardi… Con l’olio poi, nel 2018, a fronte di 175 mila tonnellate prodotte ne abbiamo importate 549 mila! In soldoni, siamo autosufficienti solo su vino, frutta, carne avicola, uova e non completamente su latte e formaggi.
    Questa mancanza di materie prime, quindi, incide profondamente sul Made in Italy obbligandoci ad importare per produrre prodotti finiti, sfatando così il mito del prodotto 100% italiano. Un esempio su tutti: alcuni prodotti correlati al territorio come quelli IGP (Indicazione Geografica Protetta), sono in realtà il risultato eccellente della lavorazione di materie prime non italiane. La bresaola proveniente dalla Valtellina viene preparata con carne argentina o del Sud America. La Valtellina offre un ambiente ottimo per la stagionatura e la lavorazione del prodotto, ma non dispone di allevamenti in grado di fornire l’ingrediente di base (17 mila tonnellate l’anno di cui 11 mila di prodotti Igp).
    Il vero problema, quindi, è assicurarsi prima di tutto della qualità di un prodotto o di un ingrediente, a prescindere dalla sua provenienza geografica, piuttosto che ricercare l’italianità a tutti i costi, anche quando non è possibile. Tanti sono i prodotti esteri di qualità, così come moltissimi altri sono assolutamente da evitare perché non garantiscono adeguate garanzie di sostenibilità.
    A questo punto, forse, tra uno studio infervorato di Cavour e l’epopea di Garibaldi, sarebbe opportuno considerare prioritaria una capillare educazione alimentare, per giovani e non, volta a promuovere una cultura orientata al consumo consapevole di cibo sano, culturalmente appropriato, sostenibile, prodotto e distribuito nel rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.
    Un consumo cosciente, salutare e contro lo spreco.
    A quel punto, forse, non avremo più aneliti per patri confini né poltrone per Cetto la Qualunque.
    Meditate gente, meditate…

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