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Comune di Caselle Torinese
martedì, Maggio 21, 2024

    La vita in fabbrica


    “Ciao nonno Ciccio, guarda è la prima busta paga da assunto a termine indeterminato. Non pensavo di farcela. Voglio mostrartela perché i tuoi consigli e quelli dei miei sono stati cruciali.”
    ” Bravo Tony, ce l’hai fatta! Io ero convinto che ci saresti riuscito perché sei un ragazzo sveglio e intelligente. Monete che prima o poi pagano. Sei soddisfatto, raccontami?”
    ” Sì nonno, non pensavo che mi avrebbero assunto dopo il contratto a termine. Ho visto, purtroppo, molti ragazzi mandati via, eppure erano bravi.
    Il direttore mi ha detto: – Sei uno preparato e capace, non possiamo perdere l’occasione di inserire un giovane come te. -”
    Nonno Ciccio chiese:” Spiegami in cosa consiste il tuo lavoro e di cosa si occupa la tua azienda.”
    ” Lavoro in un’azienda di progettazione e che costruisce prototipi. Opera nel campo della meccatronica. Ci sono molti laureati e giovani, è un settore stimolante.
    Si progettano, sostanzialmente, robot e meccanismi per l’automazione delle aziende.
    Non è molto grande ma è collegata a molte altre aziende del settore. Si sta bene. Pensa nonno, dato che non c’è la mensa, ci danno dei buoni spendibili in un vicino self service. Quasi un ristorante.”
    “Caspita che roba! …Anche il ristorante. Se ne è fatta di strada dai miei tempi. Tempi duri, allora.”
    “Senti nonno, sono curioso. Perché non mi racconti come si lavorava ai tuoi tempi?”
    ” Se ti fa piacere, volentieri. Oggi quasi nessuno ha voglia di ascoltare storie e, soprattutto, le cose che riguardano il passato.”
    “Dai ti ascolto, racconta.”
    ” Ero giovane in quei lontani anni sessanta. Avevo sui vent’anni. Nella zona dove ero nato e vivevo, nel Lazio, non si batteva chiodo. Lavoro, manco a parlarne. Allora io e un paio di amici decidemmo di venire qui a Torino. In giro si diceva che mamma Fiat assumeva e cercava operai.
    In tasca avevamo solo i soldi del biglietto del treno più qualche spicciolo per i primi giorni. Quindi bisognava fare in fretta a trovare un lavoro.
    Grazie a un nostro compaesano, conosciuto da uno del gruppo e che già lavorava in Fiat, ottenemmo subito un colloquio e fummo assunti. Destinazione SOS, stabilimento officine Stura. Fu una fortuna, scampammo il fabbricone di Mirafiori, uno stabilimento dove lavoravano più di 50.000 addetti: una bolgia infernale.
    Il lavoro non era difficile. Si lavorava nel comparto dei ricambi e cose del genere. Un lavoro ripetitivo e poco qualificante. Per noi l’importante era lavorare e cominciare a guadagnare. Si lavorava su tre turni, con una pausa di 45 minuti per mangiare. Avevamo trovato alloggio in una pensione, c’erano anche le spese di vita.
    Non potevamo stare troppo senza guadagnare.
    Uomini e donne lavoravano gomito a gomito. Questo per noi era una novità, rendeva la giornata meno pesante. C’erano operai che non ci vedevano di buon occhio, per loro eravamo degli intrusi.
    Questi erano soprattutto quelli provenienti dalle campagne o dalle montagne. Gente abituata ad essere diffidente. Quelli delle città erano più aperti perché abituati a vivere una vita sociale.
    Bisognava guardarsi dai primi. Erano operai che, oltre a lavorare in fabbrica, coltivavano i loro poderi, erano contadini. Avevano bisogno di permessi o ferie in occasione dei periodi di raccolto o semine. Cercavano di ingraziarsi i capi-reparto facendo la spia. Sembra brutto dirlo, ma era così. Anche i capi-reparto, a parte le eccezioni, non scherzavano. Anche loro cercavano di mettersi in luce presso i dirigenti per poter fare carriera.
    Noi pensavamo solo a lavorare. Ci volle del tempo per farci accettare da quelli più sospettosi.
    C’era un altro problema che rendeva difficile la comunicazione reciproca: quasi tutti erano abituati ad esprimersi nel proprio dialetto. Questo era abbastanza logico visto che tutti, fino ad allora, avevano vissuto nel proprio paese dove si parlava nel dialetto locale. Nel contesto della fabbrica era un problema non da poco.
    Inoltre, pensa un po’, c’era gente che, in occasione degli scioperi, di notte, scavalcava i muri di cinta per essere pronti al mattino per lavorare.
    “Addirittura, nonno! C’era gente che scavalcava i muri di cinta per non fare sciopero?!”
    ” E sì, era così purtroppo. Lo facevano per due motivi: non mettersi in cattiva luce e perché non volevano rinunciare nemmeno ad una lira. Però quando c’era un aumento, frutto della lotta, erano i primi a presentarsi a riscuotere.”
    “Roba da non credere, nonno. Io avrei vergogna.”
    ” Più che vergogna, noi che aderivamo al sindacato, eravamo demoralizzati. Non riuscivamo a far capire a questa gente che i miglioramenti, nel sistema di lavoro, erano frutto delle lotte sindacali. Nessuno ci aveva regalato niente. Tra costoro c’era gente proveniente da ogni dove. Una delle cose più difficili da far capire era la necessità di prendere coscienza. Di questo ne parleremo in un’altra occasione.”
    ” Sì, la cosa mi interessa. E per mangiare come facevate?”
    “Ecco questo era un vero momento di sollievo: la pausa pranzo. Potevamo rifiatare.
    Durava 40 minuti. Bisognava sbrigarsi se volevamo ritagliarci un angolino per il caffè.
    Noi giovani, che vivevamo in stanze d’affitto o pensioni, utilizzavamo il servizio mensa dell’azienda. Nulla di particolare. Degli addetti all’ora di pranzo portavano in fabbrica dei bidoni di alluminio, del tipo usati dagli allevatori per metterci il latte, contenenti una minestra, noi portavamo la nostra gamella che veniva riempita di quella che i più anziani chiamavano ” la sbobba di mamma Fiat”. La minestra ci veniva consegnata dietro presentazione di un tagliando-pasto che acquistavamo.
    Poi c’erano quelli che portavano il pasto da casa. Il famoso baracchino. Conteneva primo, secondo, contorno e l’immancabile bottiglietta di vino. Spesso autoprodotto.
    Veniva messo a scaldare in appositi scaldavivande. Ovviamente ognuno portava le vivande cui era abituato. Allora capitava che, intorno ad uno stesso tavolo, ci fossero persone di provenienze diverse. C’erano sempre discussioni su quale fosse il cibo migliore.”
    “Una vita non facile. Però siete sopravvissuti, nonno.”
    “Certo. Poi dagli Anni ’70 c’è stato un vero miglioramento anche nei rapporti interpersonali. Avevamo imparato a conoscerci. Vedi Tony, voglio concludere questa chiacchierata con una riflessione che, attualmente, pare scontata, invece non lo è.
    Nonostante le difficoltà che c’erano in quei tempi duri, fu proprio in quei contesti che noi italiani abbiamo imparato ad abbattere le barriere linguistiche. La conoscenza delle reciproche tradizioni hanno portato a un arricchimento e le contaminazioni reciproche hanno prodotto un miglioramento del clima tra di noi e nel Paese. Anche la leva militare e la TV sono state esperienze importanti in tal senso.
    C’è ancora molto da fare per arrivare davvero ad un paese coeso. Questa meta la si può raggiungere solo conoscendoci davvero. Oltre gli stereotipi.”
    ” Grazie nonno per avermi fatto conoscere queste cose. Dobbiamo continuare il discorso. Ora scappo al lavoro.”
    “Contaci Tony. Per superare gli attuali problemi del mondo del lavoro bisognerebbe riscoprire l’importanza della solidarietà di classe. Termine desueto ma è l’unico che conosco. Buon lavoro.”

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