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venerdì, Aprile 19, 2024

    La politica estera nuovamente al centro dell’agenda?

    Il Piano Mattei

    Sin dal discorso d’insediamento, il Primo Ministro Meloni ha manifestato l’intenzione d’ispirare la politica estera italiana all’opera di Mattei. Molto bene, d’altro canto pure Pietro Quaroni, storico ambasciatore italiano del XX secolo, disse del capo delll’ENI, il “Cane a sei zampe”: «Per alcuni anni la vera politica estera italiana è stata fatta da Enrico Mattei […] non c’è stata persona la quale abbia tanto contribuito ad un’affermazione reale dell’Italia nel mondo quanto lui».
    Il Piano Mattei non è ancora ben definito, verrà esposto il prossimo mese d’ottobre in occasione dell’incontro “Italia-Africa”, ma è certo che seguirà le direttrici economica energetica e diplomatica, con quei Paesi che rientrano geopoliticamente o storicamente nella regione di riferimento dell’Italia. Questioni strategiche come l’energia, la sicurezza (migrazioni/islamismo) e l’espansione economica, agitano l’azione italiana, ma pure, ed è indispensabile, una certa convinzione ideologica che servirà per motivare l’opinione interna e la cooperazione dei Paesi contemplati nel piano. Rispetto ad oggi, Enrico Mattei agì nella stagione dell’apogeo statal-laicista (Secondo dopoguerra-metà Novecento) dei Paesi africani e mediorientali che stavano affrancandosi dal dominio coloniale, tendenzialmente equilibrati in un marxismo moderato dalla religione e dalla cultura. Si circondò di uomini d’ogni estrazione politica precedente: fascisti, comunisti, monarchici e liberali, andando a preparare un terreno gravido di estro e conducendo un’attività che spaziava dalla specializzazione tecnica al vantaggio economico, dalla relazione politica al coinvolgimento culturale. “Limes”, la rivista diretta da Lucio Caracciolo, afferma: Nella vivacità di quell’esperimento di classe dirigente Mattei comprende, come nessuno nella Repubblica Italiana, il segreto della continuità storica». La “formula Mattei” era la seguente: il 75 per cento degli utili allo Stato produttore, il rimanente 25 per cento all’Eni, con guadagni aggiuntivi provenienti d’approvvigionamenti e risorse. In aggiunta, il “Cane a sei zampe” si sarebbe sobbarcato la spesa d’anticipare gli investimenti per le esplorazioni, riscattando la metà sugli eventuali ritrovamenti. Diversamente le “Sette sorelle” del petrolio spartivano il 50 per cento degli utili con lo Stato produttore, occupandosi dell’estrazione e della distribuzione.
    L’Italia potrebbe assumere una condotta simile facendosi ispirare non tanto dalla formula, ma dall’idea: da una parte per inserirsi e contrastare l’influenza delle potenze revisioniste (Cina, Russia, Turchia), che oggi tengono in scacco diverse realtà africane; dall’altra per il vantaggio storico che essa ha su Francia e Stati Uniti nel continente, stati coloniali agli occhi di molti governi locali. “Bisogna far valere i propri crediti di consonanza ideale e di relazioni, da riscuotere nella nuova geografia dell’energia”, afferma ancora “Limes”. Nel Mediterraneo e nell’Africa subsahariana, l’Italia vorrebbe cogliere le opportunità partorite del nascente multipolarismo: avvantaggiandosi o costruendo un’influenza culturale (come fece Mattei), sfruttando anche l’Eni, insieme con le nuove missioni diplomatico-militari varate dal parlamento nella primavera 2023 che mirerebbero a contrastare l’instabilità generata dal jihadismo e dalla criminalità organizzata e fornire ausilio addestrativo alle forze di sicurezza locali, in un’area che va dalla Libia al Niger, fino alla biforcazione Burkina Faso-Eritrea e Somalia. In aggiunta all’azione economico-diplomatica in Africa, sarà forse contemplato un buon investimento per l’industria energetica nel Mezzogiorno (proprio come tentò di fare Mattei), insieme alla costruzione di un nuovo corridoio europeo tramite il ponte sullo Stretto. Probabilmente non è stato un caso che il governo italiano sia partito dall’Algeria, dove Mattei è considerato un martire della liberazione dalla Francia, firmando accordi con il presidente Tebboune.
    “Il memorandum prevede iniziative di efficienza energetica, sviluppo di energie rinnovabili, produzione di “idrogeno verde” e progetti di cattura e stoccaggio di anidride carbonica, a supporto della sicurezza energetica e allo stesso tempo per una transizione energetica sostenibile”, sottolinea WallStreetItalia. Da queste intese emergerebbe pure l’intenzione di espandere le esportazioni di energia dall’Algeria verso l’Italia, costruendo un nuovo gasdotto anche per il trasporto di idrogeno, la posa di un cavo elettrico sottomarino e l’aumento delle capacità di produrre gas.

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