La Festa di Caselle

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Il lungo manifesto compariva sui muri del paese dopo la fine di agosto. I più anziani lo leggevano attentamente, qualche volta aiutandosi con il dito indice, puntato come una freccia, che correva da sinistra a destra sotto i titoli più importanti.
Erano i titoli della festa di Caselle che come ogni anno alla terza settimana di settembre, dal sabato pomeriggio al martedì sera tardi, ricordava a tutti l’incedere della “ patronale”.
In mezzo, tra il concerto della banda musicale che apriva i festeggiamenti e le ultime luci dei fuochi d’artificio, c’erano le giostre. Il loro approdo sulla piazza Boschiassi provvedeva a sfrattare temporaneamente la famiglia Giuliano e i coniugi Pregnolato dal loro impegno quotidiano tra banchi di frutta verdura e pesce fresco. Il primo ad arrivare era il tiro a segno, una semplicissima attrazione che proponeva in premio al prezzo di lire dieci al tiro, insieme a oggetti quasi sempre inutili, gli indimenticati, fragranti “mignin” a chi riusciva a centrarli, da pochi metri, con un piccolo tappo di sughero infilato nella canna di un fucile ad aria compressa. Al suo fianco il “foto lampo” che grazie alle virtù del magnesio e alla complicità della bella signorina volteggiante all’interno del lussuoso abitacolo consentiva anche ai più inesperti e tremolanti cecchini di essere immortalati in false istantanee formato tessera da mostrare orgogliosamente agli amici. Regine di tutto il parco divertimenti erano le gabbie. Ricorrendo alla sola spinta dei muscoli degli occupanti era possibile provare l’emozionante ripetizione del giro completo, aiutati se necessario dal grigio e muscoloso Narciso, fidato tuttofare della famiglia Melle.
Il ballo a palchetto, l’ultimo ad arrivare, si sistemava al centro della piazza e ospitava l’esibizione sia di valenti danzatori, che di improvvisati interpreti di valzer e mazurke sulle note licenziate, non senza occasionali stonature, da maestosi, ingombranti strumenti a fiato sui quali si affannavano maturi e non sempre astemi suonatori.
Dalla piazza la festa usciva per approdare nei caffè e nelle trattorie del paese dove, fra i tavoli della Società di Via Mazzini, si giocavano accanite gare di scopone e tarocchi, e al caffè d’ Asti si disputavano affollati e qualificati tornei di bocce a coppie fisse che, ogni volta, mettevano in palio supremazia dei giocatori e ricchi premi in oro, oggi non più accessibili. Erano incontri a eliminazione diretta e duravano quasi sempre per tutta la giornata di festa. Verso sera i migliori o i più fortunati correvano al telefono per informare moglie e figli che potevano cenare da soli. Loro, come il celebre Giuanass del compianto Gipo, erano entrati… nell’oro. Così si usava dire quando le coppie arrivavano a disputarsi i premi più importanti e comunque si erano assicurati almeno una medaglietta del prezioso metallo da aggiungere, il giorno dopo, al già ricco monile della propria signora.
Nei pomeriggi di lunedì e martedì, mentre le giostre riposavano, tutti gli anni in un punto diverso di Caselle si rompevano le pignatte, ed ogni anno nello stesso punto sul Prato della Fiera, di fronte a Musci, si alzava l’albero della cuccagna. Muniti di una lunga e robusta pertica temporaneamente sottratta al bucato steso ad asciugare e di una vasta benda sugli occhi, bisognava colpire con forza, non prima di aver eseguito una breve passeggiata nei dintorni, uno dei recipienti in terracotta, penzolanti da una robusta fune assicurata ai due lati della strada, che rompendosi dava diritto ad impossessarsi del contenuto quasi sempre di carattere alimentare, compresa qualche caramella di scadente qualità su cui noi, giovanissimi spettatori, ci avventavamo attorcigliandoci come anguille.
L’albero della cuccagna era solitamente un palo alto una decina di metri conficcato nel terreno. Alla sua sommità era appesa una più o meno ricca varietà di prodotti adatti a una robusta, amichevole merenda per chi riusciva a raggiungerli arrampicandosi sullo stesso palo in precedenza abbondantemente cosparso di grasso, quasi a simboleggiare involontariamente le difficoltà della vita di tutti i giorni. Dopo i soliti, ripetuti tentativi seguiti dagli allegri, rumorosi incitamenti della folla, ed esaurite gran parte delle insidie iniziali, finalmente salumi e formaggi potevano atterrare. Per molti era stato soltanto un gioco bello e difficile nel mezzo di una festa. Per qualcuno invece, la malinconica metafora del tempo presente.
Poi tornavano a riaccendersi le insegne e la musica delle giostre, mentre intere famiglie percorrevano via Torino o via Guibert per disporsi lungo il viale del Prato della Fiera e assistere col naso all’insù e la bocca spalancata all’ennesimo trionfo di luci e colori che per qualche lungo attimo si impadronivano del nostro cielo. Sul palchetto del ballo pubblico e nel mezzo di un inconsueto tripudio generale, sulle spalle della più bella della serata calava intanto l’immancabile fascia della miss. Sui nostri ritrovati pensieri calava il sipario della festa.

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