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martedì, Aprile 16, 2024

    La “Piemonte”, una favola moderna

    Erano gli anni in cui l'acerba intraprendenza dei giovani sommata alla notevole possibilità di trovare lavoro costituivano un fortunato binomio a conferma di un nuovo e fino ad allora sconosciuto benessere economico che, attraverso la grande industria e le nascenti piccole e medie imprese, si impegnava a regalarci i primi sogni cullati su quattro ruote e a privarci, senza troppi rimpianti, dell'abituale, amichevole presenza delle vecchie domestiche ghiacciaie. Si chiamò “Scuola Piemonte”...

    In fondo a Via Torino un piccolo portone in legno oltre a dare accesso ad un grande cortile che terminava a ridosso del peso pubblico e la bottega d’angolo dove Mario Castigliano, tra un servizio pubblico e l’altro, rimetteva a nuovo biciclette e motocicli, consentiva di raggiungere, attraverso una ripida scala in pietra, il primo piano di un affollato edificio caratterizzato da una vasta terrazza confinante con l’appartamento della famiglia Mattiotto, proprio di fronte al vecchio ospedale Baulino.
    Con Enzo Mattiotto, prematuramente scomparso, negli anni della scuola elementare ho vissuto e quasi abitato per interi pomeriggi quello spazio aperto divenuto presto un riservato, sicuro approdo. Insieme, su pattini a rotelle rumorosi e traditori, tentavamo difficili e non sempre fortunate prove di equilibrio, insensibili ai ripetuti e preoccupati richiami di mamma Elvira intenta a licenziare l’ennesimo capo di fine e ricercata maglieria.
    Poi un giorno quella terrazza fu chiusa per dare spazio a una straordinaria idea. Una nuova scuola, una scuola diversa, quasi una favola per grandi.
    Erano gli anni in cui l’acerba intraprendenza dei giovani sommata alla notevole possibilità di trovare lavoro costituivano un fortunato binomio a conferma di un nuovo e fino ad allora sconosciuto benessere economico che, attraverso la grande industria e le nascenti piccole e medie imprese, si impegnava a regalarci i primi sogni cullati su quattro ruote e a privarci, senza troppi rimpianti, dell’abituale, amichevole presenza delle vecchie domestiche ghiacciaie.
    Si chiamò “Scuola Piemonte” ricalcando il nome di una struttura simile già esistente nella città di Torino. Come simbolo la familiare, svettante Mole Antonelliana.
    Ai lavoratori che per necessità o scelta avevano ultimato i propri studi con l’avviamento professionale a volte senza nemmeno raggiungerne il traguardo, quella vecchia terrazza, così modificata, verso la metà degli Anni Cinquanta offrì, senza richiedere molti e talora troppo onerosi requisiti, i primi corsi festivi destinati alla formazione di tecnici meccanici e disegnatori progettisti. Con la trepidazione e insieme la curiosità di chi dopo alcuni o tanti anni ritorna sui banchi di scuola, i nuovi allievi invasero pacificamente con biciclette e rombanti ITOM e DIK-DIK un cortile che seppur di notevoli dimensioni, si rivelò ben presto troppo piccolo, suscitando il poco benevolo commento e forse il disappunto di chi ne usufruiva impropriamente come stalla aggiuntiva.
    Il successo della nuova scuola, che per il suo carattere assolutamente privato doveva beneficiare del contributo economico degli studenti, peraltro sempre assai contenuto, rese presto inderogabile la necessità di aggiungere all’appuntamento festivo l’istituzione di corsi serali. Confermando l’ identico indirizzo avrebbe potuto offrire a una più vasta platea di giovani e meno giovani l’opportunità di avvalersi di un notevole arricchimento tecnico, diretto e immediatamente utile, a cui provvedevano speciali e preparati docenti che quasi sempre durante il giorno dirigevano uffici tecnici o aziende in prevalenza a indirizzo meccanico.
    Trascorsero altri anni e un numero ancora maggiore di studenti lavoratori si avvicinò alla scuola rendendo la capienza di quella vecchia e strana struttura definitivamente inadeguata. La “Piemonte”, come ormai affettuosamente veniva chiamata anche da chi non la frequentava, fu trasferita dall’altra parte di Caselle, in Via Circonvallazione, dove in locali maggiormente consoni assunse esteticamente le sembianze di un normale edificio scolastico.
    Al suo interno trovò spazio anche una nuova, emergente versione al femminile di corsi ad indirizzo commerciale. Alla “Dante Alighieri”, nome della neonata struttura, si avvicinarono a partire dalla vigilia degli anni sessanta in prevalenza giovani ragazze che esaurito l’obbligo scolastico speravano, alla fine di quell’innovativo percorso in gran parte sconosciuto, di mettere immediatamente a frutto tanto le prime nozioni di qualche lingua straniera, quanto l’acquisita abilità utile ad affrontare i tasti di vecchie Olivetti, per tacere di quei segni strani con cui, in tempo reale, avrebbero trasferito su carta interi discorsi. Queste due ultime attività, con termine apposito definite stenodattilo, offrivano quasi sempre l’opportunità di entrare nel mondo del lavoro e diventare successivamente segretarie d’azienda, vero obiettivo dell’istituto, che tuttavia non ebbe vita lunghissima.
    Con il tempo e senza clamori, si esaurì anche la missione della “Scuola Piemonte”.
    Quella favola moderna , permeata di trigonometria ostica e utilissima, di complicati disegni tecnici da creare o da imparare a leggere, era giunta alla fine.
    L’aveva inventata e per diversi anni a molti di noi, con garbo signorile e tanta passione, l’aveva raccontata Guido Chiabotto, indimenticato gentiluomo casellese.

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