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lunedì, Maggio 20, 2024

    Una spremuta di…Povertà

    La costante sovrastimolazione di immagini nel tempo che viviamo si accompagna a un grande uso e abuso delle parole. Siamo sollecitati continuamente da messaggi e comunicazioni con la sensazione di possedere una grande quantità di conoscenze, di sapere di tutto e un po’. L’eccesso di parole si traduce spesso in un’usura delle parole, in una scarsità di vocabolario e in una ridondanza di termini, svuotati spesso del loro significato, della loro origine così pure delle ricadute a cui portano.

    Come infatti si legge su “Abbecedario per una comunicazione consapevole”, da poco pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele: “I rapporti sociali sono fondati sulle parole, senza le quali si ridurrebbero a poca cosa. Da sempre. Ma oggi il peso delle parole è accresciuto dalla moltiplicazione e dalla pervasività dei mezzi di comunicazione e, soprattutto, dei social. Accade così che le parole, sganciate dal contatto fisico tra le persone, diventino incontrollate. Ciò ne favorisce un uso improprio e, talora, aggressivo.”

    Se poi questo uso inappropriato risulta a carico di figure pubbliche, istituzionali, allora le conseguenze negative possono diventare incalcolabili.
    Proprio per questo motivo le “parole” pronunciate ufficialmente dal ministro dell’ Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, hanno sollevato non poche polemiche: “Gli Stati Uniti non possono insegnarci a mangiare perché da noi c’è una grande educazione alimentare, anche interclassista: infatti da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi perché cercando dal produttore l’acquisto a basso costo comprano qualità”.

    Le contestazioni a Lollobrigida si sono da subito, giustamente, orientate soprattutto sulla sensatezza dell’affermazione che i “poveri” possano effettivamente mangiare meglio dei ricchi, ma io vorrei invece, al di là di ogni considerazione politica e partitica, soffermarmi sul termine utilizzato dal ministro: poveri.
    Riporto la definizione più aggiornata, oggi, di tale parola:
    “Anche se il termine “povertà” può riferirsi a diversi aspetti ed essere usato con diverse accezioni, comunemente il riferimento è all’aspetto economico-finanziario che può definirsi come la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato o del tutto mancante, nel caso della condizione di miseria, accesso a beni essenziali e primari, ovvero a beni e servizi sociali d’importanza vitale.
    La povertà diventa pauperismo o miseria o indigenza quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porti al di sotto del minimo reddito di sussistenza una gran parte della popolazione.”
    Secondo l’Istat, infatti, ad oggi sono quasi 2 milioni (due milioni!) le famiglie povere in Italia, con un livello di spesa insufficiente a garantirsi uno standard di vita minimamente accettabile. Minimamente accettabile!

    Magra consolazione, per loro, sapere che cercando disperatamente del cibo giornaliero riescono persino ad avere un’ottima alimentazione…
    Per questo motivo, credo, nessuna figura pubblica e istituzionale potrà mai utilizzare il termine povero sdoganandolo come una realtà fra le tante (ricco, benestante, agiato…) facendo così credere che i poveri esistano in quanto tali ( ed è la triste realtà), con un loro status sociale, in alcuni casi persino agevolato.

    Sono certo che il ministro non intendesse questo quando ha usato quel termine in quel contesto, ma mai, come in questi giorni, le parole hanno un valore dirompente e tutti abbiamo Il sacro dovere di avere coscienza delle nostre azioni e del nostro parlare.
    Poveri e ricchi hanno la loro storia, certo, e sono diversi d’epoca in epoca, ed è relativa la condizione di ricchezza o di povertà economicamente parlando. Ma la povertà e lo sperdimento dei “poveri” in quanto esseri umani sfruttati, anonimi, depredati di ogni significato che non sia quello di servizio e consumo, legano i poveri di oggi e di ieri con quelli dell’altro ieri e di prima ancora, così come la brutalità di chi comanda, sevizia e sfrutta i più deboli, li umilia e ne fa carne oltre che da cannone, e da fabbrica o da piantagione di cotone e pomodori, da internet, unisce i ricchi di oggi alle minoranze vincenti e spietate dei secoli passati.

    Anche se è falso dire che “è sempre stato così”, appare sempre più vero affermare che il medioevo non è ancora finito e che il mondo contemporaneo l’ha dentro di sé in tutta la sua violenza.
    Ci ricorda Papa Francesco: “Vediamo i poveri nelle discariche a raccogliere il frutto dello scarto e del superfluo… Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo… Dramma nel dramma, non è consentito loro di vedere la fine del tunnel della miseria. Si è giunti perfino a teorizzare e realizzare un’architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza».

    Come scriveva don Primo Mazzolari: «Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta”».

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