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giovedì, Aprile 18, 2024

    Una serie di autogol per l’Occidente

    Dagli istituti internazionali alle accademie americane

    Sul crinale dell’anno passato anche il Sudafrica s’è unito al coro dei “genocidi inventati”, reclamando capricciosamente sanzioni per Israele alla Corte internazionale di giustizia; mostrando nel frattempo simpatie per Hamas. L’ostilità e finanche l’odio verso Israele è roba di lungo corso in Sudafrica che oggi ci aggiunge l’appartenenza ai “Brics” (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica per l’appunto) e quindi vede dietro l’obiettivo politico israeliano anche quello statunitense, suggeritogli dai soci di maggioranza russo-cinesi. Se Israele compie azioni di genocidio, anche l’America è in torto e magari lo è pure in Ucraina, oppure a Taiwan qualora si verificasse la collisione con la Repubblica Popolare. Ai sensi dell’articolo II dalla Convenzione del 1948, genocidio significa commettere reati e crimini «con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale», come cita la Convenzione del 1948. Proprio ciò che ha tentato di fare Hamas il 7 ottobre del 2023 e come ha chiaramente dichiarato nel proprio manifesto di fondazione del 1988. Non ha importanza se la Corte rigetterà le accuse poiché fra l’altro serviranno anni per giudicare e dare sentenza. Ciò che conta davvero nell’agone internazionale è l’azione politica delegittimante d’una nazione a discapito d’un’altra: «È qui che emerge la debolezza dell’accusa del Sudafrica. Ai sensi del diritto internazionale, secondo la maggior parte degli esperti, non ci sono gli estremi per parlare di genocidio a Gaza – per quanto orrore possano fare le azioni compiute dall’esercito israeliano e ordinate dal governo Netanyahu. Il Sudafrica ovviamente lo sa. La sua è un’accusa politica, che ha come obiettivo quello di appiccicare l’etichetta di “genocida” a Israele, su tutti i media del mondo. Obiettivo raggiunto», chiosa Pennisi di «Aspen Institute». Ancora una volta il diritto internazionale umanitario si dimostra terreno fertile per i banditi della Terra, al contrario di quanto si vorrebbe: cioè un freno alla violenza nei conflitti armati, piuttosto che all’azione predatoria di determinati attori statuali e imperiali. L’America imperiale che mostra – almeno sul piano politico, ma soprattutto su quello culturale – i segni del tempo, vede dal novembre 2023 un aspro scontro interno nelle e per le università: storicamente fucine di leaders e grandi amministratori nazionali. Questo scontro ha soltanto in superficie la ragione di Palestina piuttosto che d’Israele come parso dal racconto tele-giornalistico. Al di sotto si cela, almeno ipoteticamente, la contesa del potere, ma soprattutto: la struttura imperiale americana. All’inizio dello scorso dicembre è stato convocato un incontro fra la commissione per l’Istruzione della Camera e i vertici delle tre università statunitensi più importanti: Harvard, Mit e Penn State University, al fine di chiarire il loro pensiero sulle manifestazioni inneggianti, fra l’altro, all’Olocausto. «Vedere in palese difficoltà i vertici di quelle università capita di rado», si legge su Limes. Questo perché i tre atenei, al pari di molti altri, dagli Anni Settanta sono progressivamente diventati vittime di loro stessi, del loro stesso racconto: libertà=ribellione=deresponsabilizzazione assoluta; ma dove i contorni e i limiti? Per la prima volta nella Storia si sta assistendo al dubbio accademico-istituzionale sull’azione americana, sulla struttura, dall’interno. A gennaio la rettrice di Harvard Claudine Gay è stata rimossa dall’incarico, mentre già dal mese precedente, i grandi finanziatori delle più prestigiose università americane hanno minacciato tagli ai fondi: il che sarebbe una catastrofe per gli atenei poiché le vertiginose rette non bastano. La posta in gioco, comunque, è ancor più alta di così: come accennato per la prima volta nella storia americana in ballo c’è «l’assimilazione», ovvero divenire tutti americani tramite pedagogia nazionale, indipendentemente dalla propria cultura e religione d’origine. Ciò è indispensabile per un impero al fine d’evitare “quinte colonne” interne in caso di guerra. Si vedrà.

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