StorieNostre


C’era una volta un filatoio,
per noi era quello di “Motu”

   Più volte, su queste pagine, si è parlato dell’importanza che le numerose industrie presenti sul territorio, hanno avuto per l’economia casellese a partire dal XIV secolo, molto più che nei paesi limitrofi.

   Inizialmente quasi trenta edifici idraulici, quasi tutti nati come battitoi da carta, formavano un vero e proprio distretto cartario torinese, che purtroppo alla fine del 1500, a seguito delle guerre ed epidemie, furono ridotte solo più ad alcune, tanto che nei “consegnamenti” dell’epoca numerosi sono i salti d’acqua definiti “ruinati”.

   Fra tutti questi uno di essi, all’inizio del settecento, venne recuperato per poi diventare uno dei due setifici più importanti di Caselle, denominato “Filatoio Motu”, dal nome del proprietario ottocentesco, sorgeva dove oggi vi è la piazza del mercato titolata a Giovanni Falcone.

   Nel XVII secolo l’assolutismo riformatore sabaudo, nel tentativo di ricostruire l’economia torinese, svolse in campo industriale un’azione vasta ed incisiva.

   Venne istituito nel 1687 il “Nuovo Consolato per il Commercio” e poi il “Consiglio di Commercio”, sorto nel 1729, che disciplinava e vigilava su tutto il mondo economico, ponendo al primo posto l’industria.

   Fino ad all’ora l’economia era essenzialmente agricola e le materie prime prodotte e trasformate in prodotti finiti, come le stoffe, erano frutto di lavorazioni essenzialmente artigianali.

   Nel campo della filatura della seta, un impulso decisivo alla trasformazione in senso “industriale” della produzione venne perseguito dalla politica di Vittorio Amedeo II, già anticipata dal predecessore Carlo Emanuele II.

   All’inizio del XVII secolo nel territorio sabaudo venivano effettuate solo le prime operazioni di lavorazione della seta (trattura e torcitura) per essere poi trasformata in semigreggia, esportata e reintrodotta dall’estero come tessuto.

   Con Vittorio Amedeo II non solo si incrementarono le filature per la trasformazione in seta greggia ed i filatoi per le trame e gli organzini, ma si compì anche un tentativo per costruire impianti per la lavorazione in stoffa.

   Vengono emanati numerosi editti, uno del 20 dicembre 1683 vuole favorire le attività manifatturiere, un secondo dell’8 giugno 1698 proibisce l’esportazione delle sete gregge dal Piemonte ed un terzo del 28 aprile 1701 invita mercanti e “artisti” stranieri a venire in Piemonte quali maestri, promettendo loro molti privilegi. [1]

   Grazie a questa politica rapidamente in tutto il torinese iniziano ad impiantarsi, a partire dalla fine del XVII secolo, numerosi filature e filatoi con caratteristiche “industriali”.

   Una delle più antiche filature impiantate si trovava a Venaria Reale, già attiva nel 1670, mentre a Caselle la lavorazione della seta si avviò più tardi, solo all’inizio del Settecento.

   Il primo filatoio casellese venne impiantato intorno al 1720 dal banchiere Antonio Pignatta, che recuperò il salto d’acqua di una vecchia cartiera ormai abbandonata, acquistata probabilmente da Andrea Giorgis.

   Nella statistica del 1722 questo filatoio era composto da quattro piante “da acqua”, cioè messe in moto da ruote idrauliche [2], mentre in quella successiva del 1725-30 [3] viene descritto come filatoio di 5 “piante ad acqua” nel quale lavorano 90 addetti con una produzione di 10.500 libbre di seta filata.

   Nel 1734 il filatoio definito “Filatura da seta grande” veniva descritto con “otto piante”;  a Caselle nel frattempo venne impiantato un secondo filatoio, definito a tre piante, di proprietà del Sig. Lazaro.

   Nel Catasto Antico del 1746 l’edificio, sempre di proprietà del banchiere Antonio Pignata, aveva ormai raggiunto dimensioni considerevoli, come si vede nella mappa allegata, ed era così descritto: “prato e fabbrica in Cesarea, coerente a mattino la strada pubblica, mezzogiorno e a sera la bealera dei Molini tutt’esclusa e a notte le Suore di Santa Clara di Chivasso di tavole 63 piedi 8 allibrato a dinari 20”.

   Intorno al 1750 il filatoio passava di proprietà ad un altro banchiere, mentre in tutto il territorio gli edifici impiantati per la lavorazione della seta diventarono dodici (10 filatoi e due filature) che si affiancarono alle cartiere ancora esistenti.

   Nella relazione dell’Intendente Sicco del 1752 l’edificio viene così descritto: “fuori dal distretto di questo luogo e dalla parte verso notte del suo territorio ritrovansi … una Filatura, ed un Filatore da setta con proporzionata Fabbrica civile, Capella in onore di S. Antonio di Padova, e giardino, ogni cosa simultenente col beneficio dell’acqua dell’anzidetta Bealera, e propria del Sig. Banchiere Giacinto Masino torinese”.[4]

   Nella successiva relazione del 1777 la filatura viene descritta di nove piante, occupava 158 persone e poteva lavorare L. 12.000 di seta, mentre la filature di 70 forneletti, occupava 155 persone.

   La filatura era l’edificio destinato alla prima lavorazione del filo da seta (detta trattura), che partendo dalla singola “bava” del bozzolo (troppo fine per essere utilizzato) veniva unito in un sol filo con altri sei o sette fili in modo da ottenere un filo grezzo utilizzabile.   I fornelletti erano le bacinelle riscaldate dal fuoco sottostante in cui venivano immersi i bozzoli per facilitarne lo svolgimento; il numero di essi definiva la grandezza dell’impianto ed era anche la base per l’imposizione fiscale del tempo.

   Il filatoio era invece l’edificio destinato alla lavorazione successiva, che dal filo grezzo portava al filato finale, di cui l’organzino era quello ottenuto con le sete grezze di migliore qualità.   Il macchinario principale, detto “pianta” per la filatura, era molto complesso e composto da una struttura cilindrica alta in genere due piani con una sorta di gabbia girevole in cui erano montati i fusi e gli aspi, il tutto messo in moto da una ruota idraulica.

   I fabbricati erano in genere grandi edifici, a più piani, dai soffitti alti e con grandi finestre per garantire una buona illuminazione, indispensabile per garantire una buona qualità nella lavorazione.

   Costruiti vicino a corsi d’acqua, la utilizzavano sia per la forza motrice che per le vasche di trattura (i fornelletti) che anticamente era riscaldata dal direttamente con fuoco a legna, poi diventate nell’ottocento a vapore che garantiva un maggior controllo della temperatura.

   Il lavoro era svolto principalmente da giovani donne e da bambine, che venivano chiamate filerine, o filandere, con turni di lavoro molto pesanti da 12 a 16 ore.

   Il lavoro era faticoso e anche malsano per via dei vapori delle vasche e delle mani tenute nell’acqua calda (fino a 80 gradi), oltre alle polveri respirate. [5]

   Il filatoio fondato da Pignatta, che era il più importante di Caselle insieme a quello detto “Filatoio nuovo” di proprietà del Sig. Fontanella, aveva anche un lungo corpo di fabbrica a tre piani con un lungo ballatoio, esposto a sud, composto da 45 camere che servivano come alloggio agli operai forestieri ed al mastro.

   Non mancava la cappella, particolarmente sontuosa, e dedicata a Sant’Antonio da Padova, in onore del fondatore, ma che probabilmente con il cambio di proprietà cambiò anche patrono, diventando San Giobbe, come attesta una cartina della fine del settecento.

   Nel 1784 il filatoio passa in proprietà al Sig. Millo, e poi, dopo un breve periodo di abbandono, tra il 1789 ed il 1792, viene acquistato dal Sig. Moto, e sotto la guida del nuovo direttore Liprandi Carlo Giuseppe, l’attività viene ripresa ed i macchinari rimodernati.

   L’attività dei setifici erano sempre sotto lo stretto controllo del governo centrale, che quasi annualmente mandava i suoi intendenti per verificare la produzione, la qualità della lavorazione, e la rispondenza alle norme dei prodotti e del sistema produttivo.

   Nella visita del 17 agosto 1815, compiuta dal funzionario Trombetta [6], il filatoio risulta di proprietà del Sig. Luigi Moto e diretto da Giuseppe Vaschetto amministratore approvato, con 22 lavoranti e 6 torcidori.

   Nel controllo delle “piante” per la filatura, i macchinari vengono riconosciuti come fatti con tutte le regole prescritte, ma che i fusi risultavano in cattivo, tanto che “non ponno far il loro dovere, lo che rende l’Organzino desuguale … laonde non potei a meno che far le mie lagnanze coll’Amministratore sudetto, quale allegò di aver a diverse riprese fatto osservar al Sig. Moto suo Principale, esser di tutta necessità di far le sudette riparazioni, e che per mai averle dato un ordine preciso, non osò egli porvi la mano, perchè la spesa è forte”.

   Così l’intendente prescrisse che “a dover far sentire al Sig. Moto quali sono i difetti che ho riconosciuto esistenti nel proprio suo filatojo, chepperciò deve a darvi al riparo fra mesi due or prossimi”.

   Due anni dopo, il 29 luglio 1817 [7] lo stesso intendente in una nuova visita scrisse: “in prima esaminato la filatura trovai la medesima munita di tutti gli ordigni necessari e conformi al prescritto dai manifesti e che le filatrici tengono li loro fili eguali facendo una seta da 26 a 27 binari con pochi cocchetti nella […] e che i cocchetti attaccati sono ben separati da quelli scartati. La qualità dei cocchetti è mediocre. Esaminai finalmente la seta tanto dei cocchetti buoni che dei mezzi e mi risultò essere la medesima ben eguale e con le debite croci.

Essendo poi andato al filatoio, ritrovai tanto ai filati che ai torti uno stato migliore di quello del 1815 di modo che posso quasi dire essere il medesimo a perfezione massima nel giro delle fundamenta ed essendo appunto giorno di festività mi trattenni molto ad ammirare l’organzino sulle aspe e trovai su aspe uguali, le coppiate piccole e tale essere la verità, crederei di mancare se omettessi di farne li ben dovuti encomi al Sig. Lorenzo Tesio quali ha l’immediata direzione tanto del filatoio che della filatura.”

   Nel 1819 risulta di proprietà di Motto Michele, Mastro Sig. Liprandi Domenico, lavoranti 26 maschi e 78 femmine, con 10 apprendisti maschi e 14 femmine.   La produzione approssimativa di pura seta che ogni anno si riduce in organzino è di 15.600 libbre.[8]

   Nel 1830, da una relazione statistica, si conosce che: “ le persone occupate sono 89 di cui: 1 Mastro, 1 Mastra, 2 Tavellari, 3 Tavellare, 30 Garzoni, 16 Lavoranti, 30 Doppieri, 5 Torcitori e 1 Falegname.   Le operazioni che subisce la seta sono: incannatoio, filato, dobbiaggio, torto, e si fabbrica in un anno 5.640 lb. di organzino e 360 lb. di stracci.   Sono impiegate sei piante da filato con 648 fusi e cinque piante da torto con 540 fusi e 90 aspe, tavelle all’incannatoio 4.000, baratrone a ruota 12.   Forza motrice è l’acqua della Stura, vi sono interruzioni tre mesi all’anno a causa del gelo”.

   Nel 1846 l’edificio venne venduto al Sig. Vialletton Giovanni Maria di Enrico in Drevon, e nel 1860, nel catasto Rabbini, risulta di proprietà di Vialletton Eugenio e Luigi fratelli di Francesco.

   Nella statistica manifatturiera del 1892 il fabbricato, sempre dei fratelli Vialletton, era diviso in due torciture distinte, la prima mossa da 2 motori idraulici da 13 cavalli con 450 operai e 5.500 fusi attivi, la seconda mossa da 1 motore idraulico da 10 cavalli con 150 operai e 130 fusi attivi.

   Agli inizi del ‘900 venne fondata da Henry Vialletton la “Società Anonima per il Commercio delle Sete” che poi diventa la “Torcitura di Caselle srl” che ha smesso la produzione industriale al 1961.

   La proprietà nel 1974 presentò un progetto per la riconversione in albergo, ma dopo i vari dinieghi dell’Amministrazione Comunale, l’edificio ormai vuoto inizia un sempre più rapido declino, accelerato da vari incendi appiccati nell’autunno del 1984 che devastarono non poco la struttura.

   Nel luglio del 1992 l’Amministrazione Comunale espropriò l’area e nel marzo del 1993 l’edificio venne purtroppo completamente demolito, per far posto all’attuale piazza G.Falcone.

   Certamente l’edificio era in parte crollato e pericolante, ma forse non tutto era perduto, e sicuramente l’imponente cappella settecentesca non meritava di essere così frettolosamente demolita.

   Quel che è certo, è che il filatoio Motu era uno dei pochi edifici proto-industriali del torinese che aveva conservato le caratteristiche tipiche degli opifici settecenteschi con i suoi salti d’acqua per le ruote idrauliche, e forse, prima della sua demolizione, una analisi più attenta di quanto rimasto avrebbe permesso un recupero almeno parziale della struttura, rendendola una attrattiva turistica in memoria degli antichi setifici piemontesi (come è successo in altri paesi), e questo lasciando comunque spazio ad una piazza sicuramente meno anonima di quella che vediamo oggi e senza togliere nulla al mercato, anzi rendendolo più caratteristico.

   Purtroppo anche questo edificio è andato perso per sempre, e con questo un’altra possibilità di rendere Caselle più vivo e non solo paese “dormitorio”, rendendo omaggio ad una delle attività che fecero Caselle un paese molto importante nell’economia settecentesca piemontese.

 

 

foto 1 – Il filatoio Pignatta nel catasto del 1746.

foto 2 – Il complesso Vialletton in una foto aerea del 1943

foto 3 – Disegno della turbina idraulica che all’inizio del ‘900 alimentava i macchinari.

foto 4 – La manica sud del filatoio destinata a dormitorio per gli operai

foto 5 – La splendida facciata settecentesca della cappella come si presentava l’anno prima della demolizione.

foto 6 – Particolare del capitello e delle cornici settecentesche.

foto 7 – Il sontuoso interno della cappella, ormai devastata dai vandali.

foto 8 – Lavoratrici del filatoio in una foto dei primi ‘900.

foto 9 – L’elegante campaniletto settecentesco che scandiva gli orari ai lavoratori.


[1] G. QUAZZA, le riforme in Piemonte nella prima metà del 1700, Modena, 1957; p. 245.

[2] ASTO, Sez. l, Commercio, Cat. IV, Sete e Manifatture d’esse, M. VI I, n. 20, “Note delle piante dei filatoi da seta che sono in questi Stati di S. Maestà, 13 agosto 1722”.

[3] ASTO, sez. I, Commercio, cat. IV, Sete e Manifatture d’esse, M. VII, n. 32, “Filatoi di seta esistenti in questo Stato col numero delle persone impiegate in essi”.

[4] ASTO, Sez. R.te, II Arch. Capo 79, Intendente Sicco, Relazione distinta storica e generale di tutte le città, terre e luoghi della Provincia di Torino colla spiegazione dello Stato e coltura dei ben i dei rispettivi territorij ed aggioiornata di altre particolari notizie coerentemente al disposto dell’ultime regie Istruzioni, Torino, 1752, p. 225.

[5] Franco Manetta, L’antico filatoio della seta a Venaria,

[6] ASTO, Sez. I, Materie Economiche Commercio,Cat. IV, Sete e Manifatture d’esse, Mazzo d’addizione N. 23 da ordinare pag 56.

[7] ASTO, Sez. I, Materie Economiche Commercio,Cat. IV, Sete e Manifatture d’esse, Mazzo d’addizione N. 23 da ordinare

[8] ASTO, Sez. R.te,Divisione di Torino, Statistica cit..

 

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