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In molti di noi è insita la tendenza a non volerci separare dagli oggetti anche se non ci sono più utili, oppure a tenere in casa molto più dello stretto necessario. Che dire poi dei collezionisti, che raccolgono oggetti senza usarli, ma per il solo gusto di possederli? Sembra che questo comportamento abbia origine antiche quando, prima della scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, gli uomini erano nomadi: se si trovavano in abbondanza provviste era auspicabile accumularle, perché non si conosceva quando si sarebbe trovato altro cibo.

Se collezionare cose è scritto nel DNA, fino a che punto è normale e quando diventa una malattia? Il termine “accumulatore compulsivo”è diventato noto da alcuni anni, grazie anche a serie televisive quali “Vite sommerse”, “Sepolti in casa” ed indica chi, partendo dal desiderio di conservare oggetti, finisce per esserne sopraffatto, tanto da mettersi, in casi estremi, in pericolo di vita.

Il primo caso noto alle cronache di questo comportamento risale al 1947 quando due fratelli, i Collyer di New York, furono trovati morti nella loro abitazione piena di cianfrusaglie. Gli agenti vennero chiamati dai vicini dei due fratelli, che vivevano in una casa a tre piani, per fare un controllo. Cosa scoprirono fu davvero scioccante. La casa dei fratelli era stata trasformata, in oltre 20 anni, in un magazzino pieno di cose inutili. I due si erano ritirati a vita solitaria ed avevano iniziato a raccogliere oggetti di ogni tipo, fino a rimanerne intrappolati.

Le stanze erano così colme che ci vollero giorni di scavi prima di trovare i loro corpi. Vennero rinvenute le cose più impensate, tra cui 14 pianoforti, un’automobile, un apparecchio per raggi x, un feto con due teste, una carrozzina, un’infinità di libri e giornali… Uno dei due fratelli morì schiacciato dal peso di alcuni oggetti cadutigli addosso mentre stava portando il cibo all’altro fratello, cieco. Quest’ultimo morì di stenti perché era impossibilitato nel trovare una via di uscita dalla casa.

Accumulare cose può essere considerato “funzionale” in periodi di difficoltà, ma se questo diventa problematico per la qualità di vita, oppure pericoloso per la sopravvivenza, come è accaduto ai fratelli Collyer, si parla di malattia. Le persone malate accaparrano oggetti, indipendentemente dalla loro utilità, non li usano e non se ne disfano, fino a rendere disagevole la vita nella loro abitazione. Ma come si arriva a tanto? Gli studi fatti fin’ora dimostrerebbero che il cervello di questi malati non è in grado di catalogare le cose utili e quelle inutili: non riuscendo a capire cosa potrebbe essere eliminato si tiene tutto! Inoltre, ci si affeziona agli oggetti e ci si sente in colpa se li si butta. Gli oggetti possono essere associati ad esperienze, periodi di vita o persone e gettarli verrebbe equiparato a disprezzarli: buttare via un oggetto, anche se inutile o rotto, farebbe sentire “spreconi”.

È risaputo di casi in cui le persone non “collezionano” oggetti ma animali, con disastrose conseguenze per la salute sia degli esseri umani che delle bestie collezionate. Una storia vera è quella di una psichiatra statunitense che iniziò a collezionare gatti. La dottoressa iniziò a raccogliere gatti randagi per “salvarli” dalla strada, fino però a perdere il controllo della situazione. Nei primi tempi i gatti potevano stare in giardino ma andando avanti riempirono completamente la sua clinica. Si dovette trasferire, ma anche il nuovo edificio finì con il riempirsi. Addirittura convinse alcuni pazienti ad imitarla, peggiorando ovviamente la loro patologia.

Da cosa è causato questo disturbo? Sembra che eventi di vita stressanti e deprivazioni di affetto possano favorire questa sintomatologia. Può iniziare nell’infanzia o nell’adolescenza e ci vuole molto tempo prima che sia considerato un problema dai famigliari, mentre il malato tende ad isolarsi per proteggere le sue collezioni.

Come possono essere aiutati gli accumulatori compulsivi? È difficile individuarli perché se possono non fanno entrare nessuno in casa ed il problema rimane nascosto. È più probabile che a chiedere aiuto siano i famigliari del malato, esasperati dai tentativi di “far ragionare” l’accumulatore. Per questo l’intervento terapeutico si rivolge al malato ma anche ai suoi famigliari che provano rabbia a causa della malattia del parente. La terapia dedicata al malato si svolge sia in studio sia presso la sua abitazione, per abituarlo ad avere estranei in casa e per aiutarlo in modo graduale a disfarsi delle cose inutili. È sconsigliata invece la rimozione forzata degli oggetti da parte di altri, perché sarebbe uno choc per il malato che potrebbe aggravarsi di più. Purtroppo, ad ora non sono stati trovati farmaci totalmente efficaci per curare questo disturbo ma la cura prevede un approccio multidisciplinare che coinvolga il medico, lo psicoterapeuta, l’assistente sociale e l’educatore.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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