DonneCompositrici

Il posto tenuto dalle donne nella musica, dall’antichità fino ai giorni nostri, è sempre stato cospicuo. Esecutrici ammirate sia di canto che di strumenti – come si vede nelle raffigurazioni egizie fin dal 1500 a.C. – riuscirono sovente ad estrinsecare le loro qualità artistiche, fatta salva la morale che spesso equiparava le “flautiste” alle “prostitute”.

E se è vero che in ambito ecclesiastico furono spesso tenute a distanza, preferendosi il canto non “turbativo” di voci bianche o di castrati, in altri ambienti la voce femminile fu sempre ricercatissima. A partire dal secolo XVII, quando l’uso casalingo di strumenti come spinette, virginali, clavicembali, clavicordi ecc. si fece quotidiano, non c’era casa che non vantasse una fanciulla in grado di affrontare, pur da dilettante, le difficoltà di brani musicali che oggi vengono eseguiti solo dai concertisti. Beethoven non temette di dire che nessun pianista eseguiva le sue sonate in modo così ispirato come le appartenenti al “gentil sesso” (allora si usava ancora definirlo così!). E qualche anno prima di lui, Mozart aveva osservato che “una donna con talento suona con più espressione di un uomo”.

Nel campo della composizione la presenza femminile fu invece più rara e quasi sempre osteggiata. Peraltro sia nel Rinascimento che nell’età barocca molte donne si cimentarono a comporre brani sacri o profani: nei conventi questa attività era tollerata, anzi incoraggiata come utile al bene comune, e nelle corti signorili era benvista da molti. Barbara Strozzi, Antonia Bembo, Francesca Caccini, Isabella Leonarda, nomi che oggi non ci dicono nulla, ai loro tempi furono celebratissime. Alla corte del Re Sole i brani scritti da una certa Elisabeth Jacquet de la Guerre furono talmente apprezzati dal re, da creare seri problemi al musicista reale in carica, lo strapotente Lully! Tutto il ‘700 è costellato di nomi di esecutrici d’importanza che tentavano, sia pur timidamente, di infiltrarsi nel campo tutto maschile della composizione. “Sono stupefatto!” scrisse il “femminista” Mozart alla sorella Nannerl  “Non sapevo che tu fossi in grado di comporre in modo così grazioso! Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose.”

Ma col veniente ‘800 il ruolo della donna si restrinse e perdette via via i privilegi ottenuti durante il secolo dei Lumi. Ciò nonostante almeno due compositrici di valore si imposero all’attenzione generale: Clara Wieck-Schumann e Fanny Mendelssohn-Hensel. 

Clara, figlia del grande didatta Wieck, oltre ad essere una pianista eccezionale si dedicò fin da bambina alla composizione. A dieci anni pubblicò l’op. 1 (“Quattro Polonaises”), a cui seguirono pezzi per piano solo, brani da camera, Lieder, oltre allo splendido concerto per pianoforte e orchestra op. 7. Ricordo che anni fa, ascoltandolo alla radio senza sapere chi ne fosse l’autore, e tentando invano di trovare un nome degno di quell’alto livello, sbalordii nel sentir dire dire che era opera sua. Purtroppo la creatività di Clara restò allo stato larvale perché, dopo il matrimonio con Robert Schumann, fu fagocitata dal genio del marito e non potè continuare a coltivarla. Del resto in un alloggio di medie dimensioni non potevano convivere due compositori che suonavano notte e giorno su due pianoforti a poca distanza l’uno dall’altro; per non dire dei bambini e dei doveri di moglie e di madre! Si limitò al concertismo, in cui era d’una bravura irraggiungibile, e si mise a completa disposizione della fama del marito, a cui dedicò tutti i suoi anni, anche dopo la morte di lui.

Altro destino fu quello della sorella di Felix Mendelssohn, Fanny. Giovane di talento, dovette sempre nascondere le proprie capacità a causa dei pregiudizi del padre che non riteneva femminile l’attività di compositrice. Le concedeva di suonare per gli ospiti, è vero, ma se mai tentava di eseguire qualcosa di suo, la congedava senza troppe cerimonie. Perciò, malgrado  le condizioni di grande agiatezza in cui viveva, e benchè fosse incoraggiata dalla stima e dall’affetto del fratello Felix, soffrì molto. Per fortuna trovò sul suo cammino un uomo di larghe vedute, Wilhelm Hensel, che, orgoglioso del suo talento, le lasciò tutta la libertà che voleva. Con uno stile molto intenso che fece di lei la “regina del modo minore”, Fanny scrisse notturni, trii da camera, sonate, quartetti. Nutriva un’acuta sensibilità per la strumentazione ed era portata verso i grandi affreschi sinfonico-corali. Purtroppo il 14 maggio 1847 un ictus celebrale la stroncò proprio mentre concertava un’opera del fratello. Solo pochi mesi dopo questo male di famiglia avrebbe stroncato lo stesso Felix.

 

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