aerei_e_dIntorniSono trascorsi sessanta anni da quando, il 4 ottobre 1957, l’uomo per la prima volta lancia nello spazio un oggetto da lui costruito, il satellite artificiale sovietico Sputnik-1, che in russo significa “satellite” o “compagno viaggiatore”, dando il via alla cosiddetta “Era Spaziale”.

Il satellite Sputnik-1
Il satellite Sputnik-1

Quel giorno l’Unione Sovietica colse di sorpresa il mondo intero e gettò nello sconforto gli Stati Uniti, anch’essi prossimi ad un lancio spaziale.

Con questo evento si apriva un fronte completamente nuovo nella competizione tra le due grandi potenze dell’allora “guerra fredda”, ovvero Stati Uniti e Unione Sovietica, anche in visione di futuri invii di uomini nello spazio, astronavi, satelliti per telecomunicazioni, telescopi per lo studio dell’universo come il famoso “Hubble”, sistemi d’arma e quant’altro.

Il razzo lanciatore R7
Il razzo lanciatore R7

Ad inviare in orbita lo Sputnik-1 fu il razzo lanciatore R7 Semyorka (“piccolo numero sette”), decollato dal grande cosmodromo di Bajkonur-Tjuratam alle ore 22:28 e 34 secondi, ora di Mosca.

Questo razzo vettore era null’altro cha un missile balistico intercontinentale, il primo in assoluto del genere, che venne appositamente modificato per il lancio dei satelliti. Notevoli le dimensioni: altezza 34 metri, con un diametro di 3,02 metri e pesante 280 tonnellate.

Il razzo, alimentato a idrogeno liquido e kerosene, disponeva di due stadi ed era in grado di trasportare un carico fino a 8.800 km di distanza ma, particolare da non sottovalutare, con questo missile intercontinentale i sovietici diedero dimostrazione agli USA che avevano perso la loro invulnerabilità territoriale.

Dopo la separazione dai due stadi missilistici, lo Sputnik entrò in orbita iniziando subito ad inviare a Terra i suoi primi segnali.

Interno del satellite
Interno del satellite

Questo minuscolo satellite era di semplice costruzione, un veicolo piuttosto rudimentale, se paragonato a quelli odierni, con un involucro esterno composto da due semisfere di acciaio lucido, che unite insieme formavano una palla del diametro di 58 centimetri, con quattro antenne radio della lunghezza variabile da 201 a 238 centimetri.   All’interno erano situate le apparecchiature radio e sensori per la pressione e la temperatura, strumenti alimentati da una batteria che garantiva il funzionamento; a pieno carico lo Sputnik-1 pesava poco più di 83,6 kg.

Questo piccolo satellite era la creatura di Sergej Pavlovitch Korolev, direttore della ricerca e “progettista capo” della missilistica sovietica a partire dal lontano 1932, il “deux ex machina” di questo ambizioso programma di Mosca, e colui che progettò il razzo per la messa in orbita del primo satellite artificiale costruito dall’uomo.

Il satellite percorreva una orbita ellittica stabile, e l’altezza dalla Terra variava dai 288 km al perigeo ai 947 km dell’apogeo, compiendo l’orbita completa in 96 minuti, alla velocità di 28.000 km/h.

Le batterie di bordo dello Sputnik-1 rimasero in funzione per 21 giorni trasmettendo a terra i suoi segnali, poi poco alla volta l’attrito fece perdere quota al satellite, che si disintegrò nell’atmosfera il 4 gennaio 1958, dopo aver effettuato 1.440 orbite, ed un totale di circa 60 milioni di km, in 92 giorni.

Fu un successo senza precedenti, ben presto surclassato sia dagli stessi sovietici sia dagli americani, anche se questi ultimi, arrivati inizialmente secondi nella conquista dello Spazio, saranno i primi a portare degli astronauti sulla Luna, con grande smacco sovietico.

La sorpresa fu tale che è fatidica la frase di un senatore americano, venuto a conoscenza del lancio, presente ad una riunione al Congresso americano, che il giorno stesso del lancio dello Sputnik-1 si esprime in  modo ironico con queste parole: “Ho saputo che scienziati tedeschi hanno aiutato i russi, vuoi vedere che noi in Germania abbiamo catturato quelli sbagliati?

Non dimentichiamo che l’avvio al programma spaziale americano fu anche per merito dello scienziato tedesco Wernher von Braun (1912-1977). Già nell’anno 1929, a Berlino, faceva parte del gruppo che studiava il nuovo sistema di propulsione a razzo, sotto la guida di Hermann Oberth.

Emigrato negli Stati Uniti, Wernher von Braun, è stato l’uomo destinato a portare un americano sulla Luna (16 luglio 1969), e fin da giovane si era appassionato allo studio dei razzi. A lui il “merito” e la progettazione delle famigerate “V2” tedesche, prodotte nell’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Disegno del satellite
Disegno del satellite

La piccola palla di metallo nella sua breve vita inviò ai tecnici russi una moltitudine di dati che aiutarono a studiare la ionosfera e la propagazione delle onde elettromagnetiche, dati rilevanti per le missioni future.

I segnali trasmessi da questa piccola sfera, erano dei semplici “bip-bip”, che potevano essere ascoltati a grandi distanze, anche con semplici apparecchi da radioamatori, infatti furono proprio captati da diversi radioamatori.

Tra loro i primi in assoluto a intercettare i segnali furono i fratelli Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia, di Torino che, grazie ai loro studi sulle onde elettromagnetiche, riuscirono ad anticipare gli scienziati di nazioni ben più evolute della nostra Italia.

Il programma per realizzare il primo satellite sovietico ebbe inizio nel 1948, quando le truppe dell’Armata Rossa, dopo aver conquistato la zona orientale della Germania (poi diventata DDR – Deutsche Demokratische Republik, comunemente indicata come Germania Est), si impadronirono della tecnologia nazista e delle micidiali “V2”, (stesso discorso vale per gli americani).

I sovietici riuscirono a tenere segreta questa prima missione spaziale, sino all’ultimo, e la data del lancio fu scelta per l’ottobre 1957, in concomitanza con l’International Geophysical Year 1957-58 (Anno Geofisico Internazionale), e anche per celebrare il quarantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, ma anche per inviare al mondo intero un poderoso segnale di superiorità, soprattutto verso gli Stati Uniti, ma anche all’Europa.

prima pagina del quotidiano l’Unità
prima pagina del quotidiano l’Unità

L’annuncio del lancio di questa straordinaria impresa fu dato da Yuri Levitan da Radio Mosca alle ore 23,00 del 4 ottobre, e colse di sorpresa il mondo intero, parole che furono immediatamente riprese dalle agenzie stampa e ritrasmesse in tutti i continenti.

Il mese successivo, il 3 novembre 1957, la Russia inviò in orbita lo Sputnik-2, un veicolo di ben 500 Kg, con a bordo il primo essere vivente ad essere mandato nello Spazio: la cagnetta Laika (piccolo cane che abbaia), destinata in partenza ad un viaggio senza ritorno. In realtà il vero nome della cagnetta era Kudrjavka (ricciolina).

Laika fu scelta (questo il suo guaio) per essere un animale socievole e dolce, quindi l’essere più adatto per questo tipo di esperimento, esperimento purtroppo crudele, in quanto il satellite rientrò dallo spazio il 14 aprile 1958 disintegrandosi nell’atmosfera terrestre, dopo aver compiuto 2.570 orbite.

Il successo della missione Sputnik-1 diede quindi l’avvio alla conquista dello spazio ma anche quello di monitorare il nostro pianeta ed i suoi cambiamenti come: maree, eventi atmosferici, mutamenti di varia natura, e molto altro, a cui l’Italia ha dato il suo contributo e che oggi la vede impegnata nell’esplorazione di Marte prevista per il 2020.

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