Ci sono viaggi che restano, non solo perché pensati e desiderati ma perché rappresentano un traguardo, diventano una tappa della propria vita, aprono nuovi orizzonti. Ci sono nomi che appena li pronunci evocano suggestioni e curiosità, proprio come il “Cammino di Santiago”, qualcosa di più e di diverso di un semplice viaggio, se è vero, come citano le statistiche, che negli ultimi anni, non meno di 270.000 “peregrinos”, provenienti da tutto il mondo, hanno percorso  i circa 800 chilometri   che portano alla meta e hanno ritirato, presso “l’Oficina de acogida”, la propria “Compostela”. Scrive Enrico Brizzi, scrittore e instancabile camminatore: “Camminare è un modo di respirare e conoscere, un ritmo con cui si sceglie di vivere, una trasformazione costante. E’ una via per incontrare gli altri superando confini, pregiudizi ed inibizioni.” Quest’estate anche due giovani casellesi, Riccardo Rota e Andrea Ruo Redda, hanno percorso un lungo tratto del Cammino più frequentato d’Europa “con lo zaino  carico di curiosità, di pazienza e di libertà”.

“Ho 27 anni – esordisce Riccardo – un lavoro come libero professionista, una passione per il trekking; dall’età di 8 anni sono uno scout e mi piace vivere la vita come servizio verso il prossimo”.

“Io – aggiunge Andrea – sono coetaneo di Riccardo, siamo amici da lunga data, accomunati dalla stessa passione per le escursioni in montagna, lavoro presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino ed alleno i Pulcini della Don Bosco. Era da tempo che pensavamo ad un itinerario diverso, che potesse unire il desiderio di camminare, goderci gli spazi aperti e  prenderci il tempo, quello giusto, senza fretta, di una vacanza diversa. Così l’idea del Cammino ha iniziato a prendere forma, ne avevamo sentito parlare da amici che l’avevano fatto e poi, ci siamo detti, un po’ boriosamente col senno di poi, noi siamo allenati possiamo farlo….”

”Eravamo convinti di spaccare il mondo – prosegue Riccardo – abituati all’essenzialità, a poche esigenze e a molta disponibilità, abbiamo deciso che sì, calzava tutto a pennello, non ci restava che organizzare la partenza. Pochi i preparativi: prenotare il volo di andata e ritorno, adattarci ai giorni a disposizione, purtroppo solo quindici, e mettere nello zaino lo stretto indispensabile: 4 magliette a maniche corte, 1 maglia a maniche lunghe, 1 k-way, 2 paia di pantaloni, la borraccia, un paio di sandali, il sacco-lenzuolo, gli scarponi e un taccuino: non superavamo gli 8 chili. Giocando d’anticipo, ci siamo fatti rilasciare, presso un apposito ufficio a Torino, l’indispensabile “Carta del pellegrino” che attesta e documenta le tappe del viaggio e ti qualifica come “peregrino” negli ostelli e alberghi.

“E così il 29 agosto mentre tutti tornavano – continua Andrea – noi siamo partiti da Malpensa per Bordeaux. Arrivati con quel  “giusto” ritardo di due ore, che ti fa subito pensare che hai perso tutte le coincidenze, abbiamo avuto invece la prima piacevole sorpresa: Josè, il nostro autista spagnolo, contattato col “Bla Bla Car”, era lì sorridente ad aspettarci. D’altronde era stato anche lui un “viandante” e sapeva che pazienza e disponibilità sono beni preziosi, che il cammino ti insegna. Lo abbiamo salutato a Bayonne dove ci aspettava l’ultimo  treno della sera per San Jan, quello per i ritardatari. Ci siamo mescolati ai tanti “pellegrini-turisti-vacanzieri” che non vedevano l’ora di arrivare, preoccupati di riuscire a trovare un posto per la notte, con mille domande, qualche dubbio, molta frenesia. Erano  le 8 di sera, quando siamo scesi nel piccolo paese francese, che è l’inizio del Cammino: i negozi avevano già abbassato le serrande, faceva freddo e pioveva. Abbiamo vagato un po’ spaesati , con un’unica certezza: avremmo comunque trovato un giaciglio per la notte. Abbiamo evitato i “bagarini” che  offrivano l’ultima camera a 20 euro e, per la modica cifra di 17 euro tutto compreso,  abbiamo pernottato nel primo  spartano “albergue”.

“Chi intraprende il viaggio verso Santiago – precisa Riccardo – sposa la sua personale “filosofia”: c’è chi assicura che è meglio alzarsi all’alba ed arrivare nel primo pomeriggio macinando più chilometri possibile; c’è chi, come noi, ha fatto del “prendiamocela con calma e godiamoci il viaggio itinerante” la scelta prioritaria. Così, a partire dal primo giorno, la sveglia non è mai suonata prima delle sette e l’arrivo nei vari posti-tappa si è sempre aggirato intorno alle cinque- sei del pomeriggio. Per noi amanti della montagna, oltrepassare i Pirenei era imperdibile, per questo, tenendo conto dei pochi giorni a disposizione, abbiamo deciso di saltare (con molto rammarico, a ripensarci) il pezzo che attraversava la Meseta.”

“Il fatidico primo giorno è arrivato – ricorda Andrea-, si sono valicati  i Pirenei per arrivare a Roncisvalle, 600 metri di dislivello e 35 chilometri da goderci, la tappa più lunga. Siamo saliti lungo una tortuosa carrareccia immersi in un mare di nebbia: niente male come inizio! Quando poi siamo arrivati in quota, la nebbia si è diradata e ci ha regalato un paesaggio bucolico  fatto di greggi, cavalli in libertà e un manto verdissimo che avvolgeva i monti, così  suggestivi e diversi dalle nostre aspre e severe Alpi. Al confine abbiamo fatto  il  primo incontro itinerante: una ragazza di Bergamo con cui abbiamo condiviso il nostro spuntino spagnolo. Siamo scesi per un ripido sentiero tra i boschi e …..benvenuti in Spagna: ci siamo imbattuti in un curioso camper “paninaro” con tanto di folcloristiche corna di toro che vendeva panini e tapas per gli affamati viaggiatori.”

“Col trascorrere dei giorni – precisa Riccardo – il corpo si è adattato ai ritmi del cammino, e siamo entrati in una sorta di mondo parallelo per cui ogni pensiero verteva sul presente, il rituale della quotidianità ti assorbiva e l’alternanza di fatica e riposo erano i soli a scandire il  tuo tempo. Abbiamo deciso di scegliere posti tappa  un po’ fuori mano, per evitare la troppa folla che, soprattutto nei primi giorni,  ingorgava il sentiero comune, per goderci anche un po’ di sana solitudine. Abbiamo raggiunto il piccolo villaggio di Espinal, dove abbiamo cominciato ad adattarci ai lenti e fluttuanti orari spagnoli, con inaspettate sorprese, come quella di non trovare nulla di aperto a causa di un funerale. Nel dormitorio ci attendeva la cena del pellegrino: una zuppa corroborante, un secondo e il vino, quello non manca mai!, e l’abbiamo condivisa  con altri 4 camminatori: uno spagnolo, un francese che parlava solo francese, un texano e un canadese. Ben presto hanno preso  ad incrociarsi  discorsi e domande in una babele di lingue, ma ci siamo capiti  benissimo. Ognuno ha la sua storia, i suoi perché, il suo stile ma è forte il senso di condivisione e la disponibilità ad ascoltarsi.”

“Macinavamo 30 chilometri al giorno – prosegue Andrea – la fatica si faceva sentire, non pensavamo fosse così tanta, ma la motivazione a proseguire non ci ha mai abbandonato: è la testa quella che comanda. A  Pamplona, capoluogo della Navarra, si percepisce cosa vuol dire essere “baschi”: la città curatissima, ricca di giardini e parchi, legatissima alle sue tradizioni come la celeberrima Festa di San Firmino, rivendica il suo status di città del Nord. L’abbiamo visitata in un giorno per poi raggiungere in treno Ponferrada, nella provincia di Leon-Castiglia : qui abbiamo dovuto stoppare il cammino, con grande nostalgia ……anche la sconfinata, monotona Meseta ci affascinava. Mancavano (solo più o ancora?) 221 chilometri a Santiago.”

“Abbiamo capito da subito che dalla Castiglia in poi “è tutta un’altra storia”- continua Riccardo – il numero dei pellegrini si dirada, c’è meno voglia di fare festa alla sera perché si è più stanchi, ma la motivazione rimane altissima. Si distinguono a colpo d’occhio i pellegrini-turisti con l’attrezzatura tecnica e l’aria vacanziera, da quelli “veri” col volto segnato, la polvere addosso e lo zaino consumato. Un discorso a parte va per i giapponesi: onnipresenti, perfetti sempre, con tutto il necessario e molto di più! La verde Galizia ci aspettava con le sue colline, i suoi lussureggianti boschi ed una grande ospitalità (quella non è mancata mai per tutto il viaggio): siamo passati tra i vigneti al tempo della vendemmia ed una famiglia ci ha regalato dei grappoli d’uva, abbiamo attraversato ombrosi boschi e abbiamo fatto tappa al suggestivo monastero di Osebreido, dove  abbiamo pernottato.”

“Siamo arrivati a Santiago il 9 ottobre -precisa Andrea- emozionati e bagnati, l’unica pioggia del viaggio l’abbiamo trovata qui. Una fiumana di gente ci ha  accompagnato negli ultimi 20 chilometri, 20 chilometri che “senti” tutti, forse perché sai che saranno gli ultimi e allora fai il conto alla rovescia, come a Capodanno! Di quel giorno ci porteremo dentro  la piazza Obradoido e la splendida Cattedrale di San Giacomo con le sue guglie barocche, simbolo della fine di un cammino, luogo mistico  e altamente suggestivo, dove si condividono abbracci commossi e ricordi comuni. Sentimenti contrastanti ci hanno colto, un senso di appagamento ma anche  una forte nostalgia: in fondo ogni fine è necessaria per un nuovo inizio. E così, dopo aver ritirato la Compostela, che con i suoi timbri, ha accompagnato ogni giornata del nostro itinerario, abbiamo iniziato a pensare ad altri “cammini”: a quello portoghese, meno consueto e più solitario, alla possibilità di fare il volontario presso qualche “Hospitales” del pellegrino. Tante idee ma un’unica certezza: ripartiremo….”

“In realtà il nostro viaggio non a piedi -conclude Riccardo- è terminato a Muxia, dopo aver raggiunto Finisterre, mitico promontorio sull’Oceano Atlantico, ci siamo fermati in questo piccolo villaggio meno turistico che ci ha regalato una delle immagini più toccanti : la chiesetta di Nostra Signora della Barca a pochi metri dall’oceano, le enormi pietre levigate ed arrotondate  dall’incessante sferzare delle onde, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento che rende terso il cielo e lo confonde col mare. Il cammino  è stato anche questo: riscoprire la capacità di fermarsi a guardare ed avere il tempo di ascoltare”

“Ogni pellegrinaggio è una vita in miniatura, una metafora del labirinto che ci tocca traversare prendendo le decisioni corrette ad ogni bivio, ed è inutile arrovellarsi su cosa ci apparirà alla sua conclusione; bisogna arrivarci e basta, solo a quel punto lo si scoprirà” (Enrico Brizzi)

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