Con tutto quello che sta capitando nel mondo, par persino sacrilego star qui a menarla con piccole storie quotidiane. Lo sgomento è tanto, quasi quanto il pericolo che stiamo correndo.

Basterebbe il  dito d’una mano sbagliata  per  premere un bottone e scatenare il caos con conseguenze inimmaginabili per il genere umano in toto.

A volte si ha ben più della sensazione di danzare pericolosamente sull’orlo del cratere d’un vulcano.

E dire che non c’importa, perché tanto siamo dall’altra parte del pianeta, non giova, visto cosa sta capitando in Europa. Certo, a volte par di essere ancora lontani e protetti rispetto all’America che produce nuove terribili puntate di “bowling a columbine”, come a Las Vegas, dove la follia del mondo sta nel non voler mettere, e in nessun modo, sotto accusa la lobby che spaccia armi con una disinvoltura sfacciata. Ma abbiamo più d’un motivo per dolerci e comunque.

La questione catalana è stata gestita da ambo le parti come peggio non si poteva. E’ stata sottostimata da un lato ed esasperata dall’altro; ora si è nel baratro, ad un passo dal rinfocolare l’odio della guerra civile che fu. A quella seguì una pesante dittatura che mortificò il progresso spagnolo per quarant’anni e mise la Catalogna in una condizione di profondo asservimento. L’avvento di una nuova era, quella che ci ha condotto poi  verso un diffuso e condiviso concetto di Europa, sembrava averci messo al riparo dal ritorno dei fantasmi che nei millenni hanno contribuito ad insanguinare in lungo e in largo il nostro continente. Rifarsi ad un’entità sovrannazionale, assaporare l’essere parte di un tutt’uno, senza frontiere e con la possibilità di poter vivere e circolare in un ambito diventato unico e non più frazionato da mille stupide barriere è un bene del quale ci accorgeremo solo quando l’avremo definitivamente perso.

Stiamo tornando polveriera e il vento del populismo getta benzina sul fuoco, come se la ricetta giusta per uscire da troppi schifosi pantani non fosse null’altro che chiudersi in “piccole patrie”, sbarrarsi, alimentare odi rispolverando a sproposito colore della pelle, razze e religioni.

E tralascio volutamente il capitolo legato al terrorismo, anche se ora che nostra figlia è in procinto di partire per lavoro, non sappiamo se essere più preoccupati dell’andare di Elena in Colombia, nel cartello di Medellin, o a Parigi, dove lo scanno purtroppo è possibile dietro ad ogni angolo.

Per cui star qui ed essere testimone d’una classe politica imbelle che propone tristi e sempiterni balletti, che da anni finge di volere una nuova legge elettorale, che scansa lo “ius soli” confondendo il diritto con lo scambio, intristisce vieppiù.

Una delle questioni più appassionanti di qualche tempo fa è stata la disquisizione sulle questioni di genere nella lingua italiana, come se la condizione della donna migliorasse così.

Non è modificando apposizioni che si agevola un cambio di pensiero. Battagliare per un suffisso è come badare alla pagliuzza e non vedere la trave.

In loco, ci rimane la questione delle “tegole volanti” e di provare a capire, letteralmente, di chi è la colpa di ciò che ci vola sulla testa. Un Consiglio Comunale aperto, al quale hanno finalmente partecipato emissari della SAGAT, ha acclarato che il fatto esiste, ma parrebbe complicato scoprire il colpevole: non della società che gestisce il nostro aeroporto, ma della compagnia proprietaria dell’aeromobile cagionatore del “vortex strike”. Il problema, dicono, è beccare l’aereo, scoprire in flagranza il sollevatore delle nostre tegole. Pare sia un “travajun”.

E se per risolvere provassimo col sale sulla coda?

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