archeo-noirLeggi la prima parte della storia

Oltre alle ingiurie di carattere personale e sociale, nel Piemonte medievale, come abbiamo visto nella puntata precedente, sono presenti anche insulti riferibili all’ambito dell’eresia, stregoneria e magia. Spesso però non è facile comprendere con precisione l’effettivo significato di tali insulti; può essere complicato comprendere se, ad esempio, un termine come gazero o gazeris di riferisse esplicitamente a qualcuno considerato eretico (cataro nello specifico caso), o se si trattava di una forma eufemistica, comunque peggiorativa, ma di non semplice interpretazione per lo studioso moderno.

L’identico problema si pone davanti a termini come valdesia, tenendo però conto che quel termine, nel XV secolo, “subì un ampliamento semantico, estendendosi a streghe e stregoni, cioè in ogni caso a nemici della Chiesa. Si potrebbe forse, nel Quattrocento, considerare questi epiteti a sfondo religioso come anacronistici, anche se non si deve dimenticare che proprio nel secolo XV la cornice liturgica della scomunica contro ogni forma di eterodossia e la sua strutturazione verbale e gestuale, drammaticamente stratificata e recitata, potessero conferire una dimensione pubblica sempre più scandalosa e quindi profondamente denigratoria a questa sanzione ecclesiastica, appoggiata anche dalle misure statuarie di Amedeo VIII nel 1430 che imponevano via iusticie et potentia una stretta collaborazione con la gerarchia ecclesiastica per combattere gli eretici, soprattutto valdesi, numerosi nelle terre provenienti dai domini dei principi di Savoia-Acaia” (A.M. Nada Patrone, op. cit., pag. 69).

Senza dubbio, la parola costituisce, anche per il tema qui affrontato, un elemento indicatore culturale molto importante, poiché è depositario di numerosi elementi utili per approfondimenti sul piano socio-antropologico.

Il linguaggio è infatti un fenomeno sociale, un “atto” attraverso il quale è possibile comprendere più cose di quante ne possa effettivamente dire il significato della parola in sé.

 

Inoltre, va tenuto in debito conto che una parola entrata a far parte del lessico orale (anche se si tratta di insulti come nel caso qui affrontato) e ripetuta al pari della scrittura, è garanzia della sua affidabilità, ma soprattutto del suo effettivo ruolo all’interno di una comunità. Solo il perdurare nel tempo e la conseguente approvazione della comunità, trasformeranno in tradizione tutte quelle forme di espressione orale che vengono trasmesse di bocca in bocca, di padre in figlio, nella riunioni collettive e nelle manifestazioni rituali. Per alcuni, le tradizioni si diffonderebbero come i cerchi nell’acqua, in modo sistematico e originale, partendo da un punto di origine ben preciso. Ma questa è una interpretazione di fatto troppo semplicistica, in quanto presuppone una comunicazione effettuata all’interno di una comunità costituita da “trasmettitori attivi”. In realtà un gruppo è costituito anche da molti recettori passivi, coloro che ascoltano un messaggio, di qualunque genere,  lo riconoscono, ma non la diffondono. Ne consegue che una tradizione rimane all’interno del patrimonio orale di una comunità solo se un trasmettitore attivo lo comunica ad un altro trasmettitore attivo. Inoltre, passerà da una comunità ad un’altra solo nel caso che tra i due gruppi vi sia un rapporto di parità linguistica, culturale e sociale tra i trasmettitori attivi delle due comunità.

Nella sostanza quindi, anche le parole possono consentirci di capire qualcosa in più della caccia alle streghe, ma soprattutto dell’atteggiamento comune nei confronti di quelle misteriose figure temute e odiate, al punto di diventare archetipo del male e acquisire, all’interno della società, una connotazione così profondamente negativa che puniva chi si fosse servito di termini come masca, gazero o e valdesia per ingiuriare ingiustamente.

  1. Gabotto (Roghi e vendette. Contributo alla storia della dissidenza religiosa in Piemonte prima della riforma, Pinerolo 1898, pag. 16), poneva in rilievo che, all’inizio del XV secolo, “l’epiteto di valdese vien considerato come ingiuria passibile di querela e di multa giudiziari”.

Questi aspetti hanno il ruolo di porre in evidenza, comunque, la problematicità di giungere ad una definizione precisa del significato di alcune parole usate indifferentemente per indicare una strega, un eretico, una prostituta o semplicemente una fattucchiera. A tutto questo si aggiunga, che tale situazione è comunque il frutto della difficoltà di rintracciare una definizione precisa del termine eretico in seno alla cultura popolare nel periodo delle guerre di religione.

La parola eresia è di origine greca e significa scelta: nel Cristianesimo è posta in evidenza l’accezione negativa, diventando negazione della verità dogmatica. L’eretico è quindi colui che si pone concretamente contro la fede, negando le verità e le certezze della religione.

Tutto ciò sul piano ufficiale  ma, domandiamoci, è anche possibile che ad essere riconosciuto come eretico fosse qualcuno la cui colpa era solo quella di essere antipatico ad un suo vicino, facilmente vittima delle umane debolezze e quindi a diventato suo accusatore?

L’eretisia poteva diventare un mezzo per accusare, ad uso e consumo di necessità svincolate da ogni concreta relazione con la realtà. Inoltre, l’eresia è un concetto che non può essere considerato fisso, in particolare negli strati più bassi della società del medioevo. E anche per noi, oggi, non sempre è facile farci un’idea precisa di che cosa abbia rappresentato nell’immaginario collettivo del periodo la figura dell’eretico.

Comprendere quali ricadute ebbe, a livello psicologico, la consapevolezza che l’eretico fosse una persona devastante nella coscienza collettiva, aiuterebbe a capire molte cose in più sugli effettivi rapporti tra gli eretici e la gente comune.

Nei confronti degli eretici vi era paura? Disprezzo? Odio? O magari tolleranza? Forse semplicemente indifferenza…

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