FortissimaMenteUn tempo si parlava di “esaurimento nervoso” per indicare qualunque tipo di disturbo che interessasse la mente mentre ad oggi si è capito che le malattie che colpiscono la mente sono molte, presentano sintomi e gravità differenti. Alcune delle malattie di cui si occupano gli psicologi sono conosciute mentre altre sono più rare, o meno studiate, e le persone che ne soffrono faticano a trovare la cura adatta.

Nel numero di questo mese vorrei parlarvi di un disturbo particolare, ancora poco studiato e non sempre riconosciuto, esso è stato chiamato “spersonalizzazione” per via dei sintomi che lo contraddistinguono. Anche le persone sane possono venire a conoscenza di questa sensazione in momenti di grande stress oppure se sono in preda alla paura. Anche alcune malattie organiche, come l’emicrania o le vertigini, possono dare la sensazione di estraniazione. Si parla però di vero e proprio disturbo di spersonalizzazione quando la sensazione di estraniazione è duratura, ricorrente e compromette la qualità di vita.

Il disturbo può presentarsi all’improvviso oppure insorgere nel corso del tempo a partire da episodi più brevi. La spersonalizzazione è un disturbo psicologico che si caratterizza con una sensazione di separazione nei confronti del proprio corpo, delle proprie sensazioni e dei propri pensieri, azioni o percezioni.

I malati di questo disturbo descrivono la propria vita come se la guardassero in un film e non appartenesse a loro. Addirittura può succedere di percepire il dolore come se fosse di qualcun altro. Si può sperimentare la sensazione di essere fuori dal proprio corpo e di guardarsi dall’esterno, ci si sente come se si vivesse in un sogno. La capacità di ricordare è compromessa, quello che è appena accaduto sembra lontano di tanti anni, ci si può scordare di eventi personali della propria vita.

I pazienti però si rendono perfettamente conto dell’assurdità di questo stato e ciò provoca disagio e ansia. Sono pochi per ora gli esperti che hanno studiato a fondo questo disturbo. Gli psichiatri ipotizzano che la spersonalizzazione possa essere una reazione del corpo a situazioni minacciose quando ci si trova di fronte ad un pericolo di breve durata. Invece molte persone rimangono ancorate a questa sensazione troppo a lungo.

In situazioni estreme la spersonalizzazione è una misura di salvataggio che ci impedisce di provare emozioni capaci di disturbarci, come la paura o il panico. Questo permette al corpo di agire in modo automatico, come se ci fosse dentro di noi una persona che agisce e una che osserva, e le due parti non sono integrate. Non sempre però una reazione di questo tipo sembra avere un senso.

Di fronte ad un pericolo imminente, come la vista di un animale feroce, sembra più utile avere una reazione di lotta o di fuga, invece, nel caso di una minaccia duratura, come una prigionia, può rivelarsi utile la spersonalizzazione perché impedisce di provare una paura paralizzante e accresce la vigilanza.

Questo potrebbe servire a riconoscere il momento giusto per la fuga. Ad esempio, molte interviste ai migranti ospitati nei centri di accoglienza per molto tempo sembrano confermare questa ipotesi. Loro riferiscono di vivere in uno stato emozionale appiattito, non provano emozioni e vivono tutto con distacco. Questo permette loro di tollerare i disagi emotivi e non aggrapparsi troppo a speranze che rischiano di essere deluse.

Gli scienziati nei loro esperimenti hanno rilevato che le persone che soffrono di spersonalizzazione rispondono in modo molto forte a livello corporeo a stimoli stressanti, ad esempio con sudorazione, tachicardia ma a livello cosciente non se ne rendono conto, come se fossero anestetizzati.

Le ricerche fino ad ora svolte hanno dimostrato che spesso le persone che soffrono di questo disturbo nell’infanzia sono state vittime di maltrattamenti da parte dei genitori. Provare la sensazione di non poter fare nulla per uscire da una certa situazione stressante favorisce l’insorgere del disturbo, come se fosse una difesa per sentire meno il dolore psicologico.Fino ad ora non si è ancora scoperta una cura per guarire completamente i pazienti affetti da questo disturbo ma sembrerebbe che una psicoterapia li aiuti a comprendere ciò che accade a loro e ad attenuare di molto i sintomi. Lo scopo della terapia è quello di liberare i pazienti dalla loro paura allenandoli a contrastarla. Attraverso degli esercizi di attenzione possono essere aiutati per rientrare nel proprio corpo e nella realtà. A integrazione della psicoterapia possono essere utili dei farmaci che regolarizzano l’attività cerebrale alterata.

Sentirsi come estranei nel mondo è un’esperienza sconvolgente. Persino chi sperimenta temporaneamente questo stato rimane turbato per parecchio tempo. Esperienze di questo genere hanno perciò trovato accesso anche nell’arte, nella letteratura e come punto di partenza per riflessioni filosofiche.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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