Esattamente cento anni fa terminava quella che è passata alla storia come la Grande Guerra. Il primo conflitto mondiale vide la contrapposizione di due schieramenti: da una parte gli imperi dell’Europa centrale, quello tedesco e quello austroungarico e dall’altra le potenze della Triplice Intesa, la Gran Bretagna, la Francia e la Russia. L’Italia, inizialmente neutrale, si schierò solo l’anno successivo, nel maggio 1915, a fianco delle potenze occidentali e la Russia.

A fine febbraio del 1915 gli allora Ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, e Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, iniziarono a trattare per un intervento italiano in guerra a fianco delle nazioni dell’Intesa. Le richieste territoriali italiane erano il sud Tirolo fino al Brennero, Trieste e Gorizia, l’Istria e la Dalmazia fino a Traù, la base navale albanese di Valona,il riconoscimento di sovranità sui possedimenti del 1912 nel Dodecaneso e un prestito di cinquanta milioni di sterline dall’Inghilterra. Nove giorni dopo i rappresentati italiani intavolarono anche le trattative con l’Austria. Gli austriaci erano disposti,in caso di vittoria, di cedereil Trentino ma i politici italiani ne richiesero la cessione immediata. Visto lo stallo diplomatico, il 20 marzo gli alleati accettarono tutte le richieste italiane a parte la Dalmazia. Dal canto suo l’Austria rilanciò proponendo di aggiungere altri territori al Trentino. Il 10 aprile fu riconosciuta anche la Dalmazia e questa ultima concessione portò alla stipulazione segreta e all’insaputa del Parlamento del patto di Londra del 26 aprile nel quale l’Italia si impegnava ad intervenire entro un mese a fianco della Triplice Intesa contro l’Austria. Questo approccio diplomatico cinico e poco edificante era, in realtà, un metodo frequentemente usato in politica internazionale da parte dei governi italiani, eredità storica fin dai tempi del Ducato di Savoia.Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

Il periodo che precede la dichiarazione di guerra passò alla storia come maggio radioso, espressione che indicava giornate di esaltazione della giovinezza, di entusiasmo patriottico e di desidero di riscatto nazionale. Invece la guerra fu un’immane tragedia con oltre seicentomila morti e un milione di feriti solo tra le fila italiane. A desiderare il conflitto era una minoranza del paese, la parte conservatrice della società, i rappresentati dell’industria pesante, i nazionalisti, gli studenti e una parte della piccola e media borghesia. La maggioranza della popolazione rimaneva contraria, perplessa e rassegnata. I principali neutralisti erano i liberali vicini a Giolitti, i socialisti e i cattolici. L’entrata in guerra fu, perciò, una decisione presa dalle principali cariche istituzionali, dal Presidente del Consiglio Salandra e dal Ministro degli Esteri Sonnino con il benestare del re Vittorio Emanuele III. La scelta erastata presa per donare prestigio nazionale e per attribuire all’Italia un ruolo da protagonista nella dialettica internazionale con gli altri Sati europei. Il timore di rimanere fuori dall’èlite delle nazioni che contano fu l’aspetto determinante. Lo stesso Salandra, per comprendere le ripercussioni sullo spirito pubblico, inviò una lettera riservatissima ai prefetti per invitarli ad indagare gli umori della piazza. La minoranza interventista era particolarmente rumorosa e poteva affidarsi a figure carismatiche come Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini. Ad esempio Il 5 maggio dallo scoglio di Quarto D’Annunzio incitò la folla all’intervento giudicandolo come una nuova spedizione dei Mille. La masse contadine, invece, escluse da ogni tipo di considerazione subirono passivamente la guerra.

Il 17 e 18 maggio fu indetto a Torino uno sciopero generale da parte del proletariato urbano contro la guerra. I lunghi cortei per le vie della città furono dispersi dalle cariche della Cavalleria e gli scontri provocarono un morto e numerosi feriti. Il Generale Sapelli ordinò di occupare la casa del Popolo e di arrestare i dirigenti socialisti. Il 19 maggio lo sciopero si concluse e gli operai tornarono sui loro posti di lavoro.

Il capo di Stato maggiore Luigi Cadorna schierò quattro armate e un corpo speciale lungo i seicento chilometri del confine del 1866, dallo Stelvio al mare. L’altopiano del Carso, desolato e roccioso, era il passaggio obbligato per giungere in Austria dall’Italia. Già all’inizio della guerra il piano militare di Cadorna era inattuabile. L’idea fondamentale era quella di sfondare sull’Isonzo con direzione Lubiana e, nel frattempo, manovrare una parte dell’esercito verso Tarvisio in direzione Vienna.Sia i militari sia i politici erano convinti che un attacco frontale avrebbe sfondato la linea difensiva del nemico e il conflitto sarebbe diventato una breve guerra di movimento. Quest’idea, frutto delle battaglie dell’Ottocento, si frantumò contro la superiorità della linea difensiva fatta dai reticoli e dall’artiglieria.Nei primi giorni successivi alla dichiarazione di guerra le operazioni militari italiane ebbero il semplice scopo di occupare buone posizioni di partenza per agevolare le successive offensive. Dal giugno al dicembre del 1915 furono quattro le battaglie sull’Isonzo che, a fronte di ingenti perdite in termini di vite umane da entrambi gli schieramenti, non provocarono che avanzamenti territoriali di scarsa rilevanza ai fini della vittoria finale. L’entusiasmo patriottico evaporò e ciò che rimase fu solouna lunga e sanguinosa guerra di trincea.

 

 

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