Li Cunti di VittorioChi dice che una vita, fatta di fatica e sacrifici, sia meno bella di quella vissuta da chi è ricco, non sa cos’è la soddisfazione di aver raggiunto una meta agognata tutta l’esistenza.
Questo anche grazie all’aiuto degli altri, spesso inconsapevole.

E’ quello che apprenderemo  con la vicenda che si va a raccontare.

Giovanni Simondi e Lucia Ghio vissero una vita esemplare in un mondo fatto di fatica e sacrifici.

Giuanin nacque a Dronero, nella frazione Vallone nel 1915. Lucia in quella di Allari qualche anno dopo. Borgate piccole e isolate, sperse tra vallate e montagne.
Il paesaggio era bucolico, bellissimo, visto con gli occhi del cittadino. Ma la natura montana è matrigna per chi deve cavare da essa ciò che serve per vivere. Bisogna lottare e faticare duramente per coltivare  le zolle inerpicate su un costone.
Giuanin da ragazzo aiutava il padre nei lavori agricoli. Per la scuola non c’era tempo. La vita era scandita dai ritmi della montagna e delle stagioni.
Lavorare di zappa e vanga non era l’unico lavoro che praticavano e, a ben vedere, neanche tanto duro se paragonato a quello che facevano durante la primavera e l’estate.

La fatica opprimente e veramente dura cominciava allo sbocciare dei fiori primaverili.
Dronero era il centro del commercio e smistamento delle acciughe: erano tutti acciugai.
Con l’arrivo delle rondini arrivava anche la chiamata all’adunanza.

C’era una sorta di capozona il quale convocava tutti gli uomini e ad ognuno assegnava una zona dove avrebbero dovuto vendere le acciughe. Ogni uomo caricava su un carretto la sua merce, e via a vendere acciughe per valli, cascine e paesi.

La zona di Giuanin e suo padre iniziava a Dronero e terminava a Volpiano: 130 chilometri. Avete capito bene: centotrenta chilometri con un carretto stracarico trainato a mano su strade sterrate e dissestate.
Visitavano tutte le numerose cascine che c’erano lungo la strada, ovviamente anche i mercati. La sera i contadini consentivano loro di dormire nei fienili o stalle. C’era sempre qualche cristiano di buon cuore che offriva loro un piatto di minestra.
Poi si tornava a Dronero. Sempre a piedi e sempre altri centotrenta chilometri.

Lucia perse la propria mamma giovanissima, ad appena sei anni. Il padre rimasto vedovo e, non sapendo a chi affidare la bimbetta, la mandò a far da balia presso una parente: a sei anni Lucia  andò ad accudire una neonata!
Dopo un paio d’anni tornò a casa ed anche lei cominciò a lavorare i campi in montagna. Giuanin e Lucia benché giovanissimi si fidanzarono ufficialmente, come si usava. Quando Lucia aveva 17 anni si sposarono. Si stabilirono a Volpiano che Giuanin aveva eletto a sua nuova dimora.

Il lavoro che consentiva loro di guadagnarsi da vivere era quello che Giuanin conosceva bene: vendere acciughe e cose simili ai mercati.
Piazza Crispi fu il loro primo mercato. Successivamente il loro mercato principale divenne Settimo.

La vita continuava però ad essere dura. Non c’era più il carretto, era stato sostituito dalle biciclette sul cui portapacchi caricavano la merce e via a pedalare, col freddo, nebbia oppure col caldo opprimente.
L’impegno c’era, la voglia di lavorare pure ma, nonostante ciò, i guadagni erano magri. La vita continuava ad essere matrigna. Oltre che ai mercati continuavano ad andare per cascine per guadagnare qualcosa in più. A volte, nonostante fossero stanchi e sulla strada del ritorno, Giuanin diceva: “Dai Lucia, andiamo fino a quella cascina magari vendiamo ancora”.

Poi, però successe qualcosa. Alla fine degli Anni Cinquanta ecco il boom economico. Inizia quell’imponente fenomeno di emigrazione interna. Migliaia di persone, intere famiglie si muovono verso il triangolo industriale sia dal sud che dal Veneto.
A Settimo arrivano molti calabresi. Famiglie numerose. Le bocche da sfamare pure. Le vendite aumentano  di molto. Ben presto le bici si rivelano insufficienti a trasportare ciò di cui c’è bisogno: al mercato serve molta merce è necessario attrezzarsi meglio, così comprano un furgoncino.

Finalmente si comincia a guadagnare bene.  La vita inizia loro a sorridere. Ora si possono fare progetti e tirare fuori i sogni che, troppo a lungo, hanno dormito nei cassetti: una casa tutta per loro  ora può diventare realtà.
Non solo, ora c’è anche un piccolo orto, proprio vicino alla casa e soprattutto comodo da lavorare non come in montagna. Ed infine: una cantina, il sogno di Giuanin fin da quando era giovane. Una cantina dove fare e conservare la tanto amata Barbera. Nonno Giuanin lo diceva sempre: “Se abbiamo potuto costruire la casa, migliorare la nostra vita e avere questa cantina lo dobbiamo agli immigrati.”

Nonno Giuanin non c’è più. Aveva sempre un sorriso che ornava il suo volto. La battuta era pronta ed arguta. Lo diceva convinto: “Il sorriso non mi ha mai abbandonato, anche quando ero povero.”
Anche nonna Lucia non c’è più. Più burbera e pratica, come sanno esserlo le donne. Aveva un cuore grande così.

Una storia, quella di nonno Giuanin e nonna Lucia, vera. Come quella di tante altre persone che in ogni dove costruiscono storie e vite messe su un po’ alla volta: granello su granello.
Tutte queste persone, con fatica, sacrifici e gioia hanno seminato nella terra un seme.

Sapremo annaffiarlo?

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