A  volte basta poco, un gesto, una parola, un incontro per riaccendere fiammelle di luce, per tener viva la speranza. Una boccata d’ossigeno contenuta in due semplici storie, per respirare a pieni polmoni, due inaspettate pillole di felicità. La prima storia ce la regalano i 5 ragazzi di un gruppo musicale che fa musica folk – occitana: i  Lou Pikatass.  Venerdì 14 settembre, in occasione della festa di Caselle, erano sul palco del Palatenda a coinvolgerci con la loro musica, e a farci ballare. Luca De Clementi, 18 anni, Davide Bagnis, Daniele Mauro, Gabriele Arnaudo 17 anni e Loris Girando 15 anni, per la prima volta a Caselle, arrivano dalle valli  della provincia “Granda”: Val  Maira, Grana, Stura e dalla sconosciuta Val Colla, lunghe valli incuneate in impervie montagne che, forse anche proprio per questo, hanno mantenuto vive le  proprie tradizioni. Un piccolo “ mondo antico” che ci riporta all’essenzialità della vita.
I Lou Pitakass sono allievi della “Grande Orchestra Occitana” voluta da Sergio Berardo, indiscusso leader dei “Lou Dalfin”, gruppo  di punta della musica e della cultura occitana, nella sua veste più rock. La formazione musicale di questi ragazzi è nata tra i banchi della scuola elementare, dove ancor oggi Sergio Berardo continua ad insegnare musica ed è proseguita nella Grande Orchestra che, da più di 30 anni, coinvolge  e forma i giovani del Cuneese.

Il nostro gruppo – racconta Luca – si è costituito nel 2012, in quel periodo ero appassionato di nidi e di picchi, così è nata l’idea di chiamarci “Pitakass” che, in occitano, significa picchi e poi la nostra musica è “martellante” perché si mescola a ritmi rock e ska. Io sono cresciuto nella Grande Orchestra, avevo 7 anni quando vi sono entrato, qui ho imparato a suonare l’organetto, il fifre, un flauto antico e a coltivare la voce; nel gruppo sono io il cantante. Suoniamo molti pezzi storici dei Lou Dalfin ma siamo anche compositori e rivisitiamo testi della tradizione occitana in chiave moderna. Abbiamo al nostro attivo più di 100 concerti in Piemonte e in Liguria: quest’anno ne abbiamo fatti già 36. Ci esibiamo la sera, anche se poi l’indomani dobbiamo svegliarci presto per andare a scuola, siamo tutti allievi dell’ITIS di Cuneo. Suoniamo sia gli strumenti moderni, come il basso e la batteria, che quelli più tradizionali come l’organetto, la cornamusa e la ghironda perché la nostra musica deve essere popolare e saper  coinvolgere tutti, giovani e meno giovani. Non è facile, sappiamo di coltivare la passione per una musica “alternativa”, che ha meno visibilità di altra ma siamo convinti che questa sia la nostra strada. E poi ci piace il messaggio che la cultura occitana porta con sé perché è fondata sullo scambio, la contaminazione, la tolleranza e l’accettazione, infatti  gli antichi trovatori viaggiavano per l’Europa per cantare le loro composizioni poetiche così come i suonatori occitani erano ambulanti che girovagavano per far conoscere la loro musica. Anche noi ci sentiamo come loro e pensiamo che oggi  più che mai diffondere questo “credo” sia davvero importante. –

La seconda storia è racchiusa in un incontro casuale, in un assolato sabato di settembre,  a Torino. Nel frenetico viavai della folla, all’angolo tra Via Garibaldi e Piazza Castello c’era lui: un paio di jeans,  un sorriso contagioso ed un cartello con su scritto “Abbracci gratis”.

abbracci gratis

– Dai, mi sono detta, ecco il solito esibizionista e ho proseguito dubbiosa. – Ma poi la curiosità ha avuto la meglio, mi sono fermata ed ho osservato la scena. Con la massima naturalezza molti passanti si sono avvicinati, hanno allargato le braccia e si sono sciolti in un abbraccio, poi se ne sono andati, ringraziando. Sono tornata sui miei passi e ho provato anch’io: sensazione di benessere e di fiducia, quando mai succede incrociando un perfetto sconosciuto? Così ho scoperto che questo ragazzo, seguace dei “Free Hughs” (movimento degli “Abbracci gratis” nato in Australia negli anni 2000) era “uno qualsiasi”, non un mitomane, né uno studioso alla ricerca di sperimentazioni sociali. Dietro il cartello c’era la faccia sorridente di un  semplice barista, appassionato di sociologia come autodidatta, che, nell’epoca dei social, crede sia importante dimostrare come la miglior comunicazione umana sia data dagli incontri, dai gesti e dalle parole. Forse la solitudine dall’eccesso tecnologico si combatte riaprendo i circuiti delle emozioni, restituendo valore all’umanità, anche ad un semplice abbraccio  come  momento gratuito di gentilezza.

Due storie di apparente normalità, scelte e gesti di chi, nonostante tutto, crede che anche camminando controvento sia possibile disegnare un futuro diverso.

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