Mettiamola così: per la prima volta sento la paura vicina. Paura di ripiombare nella crisi che ci ha avvelenato dal 2011 in poi; paura di un’Europa, “ceka e Orban”, nella quale non riesco a riconoscermi: il ritorno delle frontiere, la compressione visibile ed invisibile delle libertà personali mi atterrisce.

Siamo prossimi agli Anni 20 e c’è il rischio forte che si riediti ciò che cento anni fa successe e che portò il “secolo breve” verso il baratro. Anche da noi? Qualche raro anticorpo in giro ci dovrebbe essere ancora; la cosiddetta società civile qualche neurone residuo potrebbe riattivarlo a tempo debito e quindi una certa qual speranza continua “a prendermi stanza”.

Certo che però non mi piace il fatto che si proceda per slogan tronfi riecheggianti epoche infauste e  pericolose, farcite di “me ne frego” e “noi tireremo diritto”: trovo inaccettabile il ricorso revanscista a un nazionalismo di bassa lega. Armi di…distrazione di massa.

Così come non posso accettare che si tenti di cancellare  in modo, ora subdolo ora palese, ogni forma di pensiero critico e di dissenso; giustificando il tutto con il presunto prezzolatismo degli organi di stampa – solo fucine di bufale e di fake news  per qualcuno -, preferendo una narrazione diretta e “social” del nostro stato e del nostro Stato. Anche a costo di sconfinare nell’irrealtà e in un racconto improbabile. Sta forse qui la confusione che si perpetra spacciando il populismo  per democrazia? Il primo è frutto d’un onda montante veemente. La democrazia è altro: è rispetto e condivisione, accettazione dell’altro.

Pericle in un suo famoso discorso agli Ateniesi (nel 461 avanti Cristo!) così diceva, e oggi più che mai, vale la pena di rispolverarlo:

“Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad
Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la
libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono
offesa, e ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto, e di ciò che è buonsenso.
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!“

Nel mio cuore e nella mia testa, c’è spazio solo per pensieri così.

Il resto mi fa paura.

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