Il 1917 è l’anno della più grande disfatta militare subita dall’Italia nella sua storia. E’ l’anno di Caporetto. E’ stata talmente cocente che nell’immaginario collettivo per definire una pesante sconfitta si dice che è stata appunto una Caporetto. E’ il terzo inverno di guerra, i soldati sono stanchi e logorati.

Si moltiplicano gli episodi di diserzione. In molte lettere gli uomini al fronte chiedono ai famigliari di fare qualcosa per interrompere la guerra. Il senso di frustrazione e scoramento colpì in modo trasversale ogni esercito impegnato nel conflitto. Il malcontento nei confronti della guerra si manifestò con scioperi da parte della classe operaia, soprattutto quella impegnata nell’industria pesante. Nella società civile le categorie di persone più attive a manifestare il rifiuto della guerra e ad auspicarne la sua fine furono le donne e i giovani.

Il 1917 iniziò con un evento di un’importanza storica che va ben al di là dell’esito della guerra, la rivoluzione russa. Con la rivoluzione di febbraio si intende quella serie di manifestazioni spontanee della popolazione di Pietrogrado inizialmente contro la miseria e la fame e successivamente contro lo Zar Nicola II e la guerra e che provocarono la caduta della dinastia dei Romanov. I dimostranti invasero le strade della città al grido di “pane pane” e “basta con l’autocrazia”. Dopo gli scontri dei primi giorni tra le forze dell’ordine e i manifestanti, l’esercito si rifiutò di rispettare l’ordine di sparare contro la folla e molti soldati disertarono unendosi agli insorti. In cinque giorni i cittadini di Pietrogrado riuscirono ad abbattere il regime zarista al costo di 1455 tra morti e feriti.

Con la destabilizzazione provocata dalla rivoluzione russa, il fronte italiano divenne fondamentale per un accerchiamento della Francia da parte degli imperi centrali. In aprile gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania anche se il reale peso dell’intervento americano nel conflitto sarà tangibile solo nel 1918. A maggio ci fu una nuova offensiva italiana, la decima battaglia dell’Isonzo lungo le solite direttive del monte Kuk, Vodice e Santo e quella sull’Altopiano del Carso.

Iniziarono le trattative per la pace di Carlo I d’Asburgo con Francia e Gran Bretagna ma fallirono perché l’Italia rivendicò le promesse territoriali stabilite già nel patto di Londra del 1915. In Germania fu presentata una mozione a favore della pace al Reichstag da parte dei cattolici e dei socialisti ma il generale Hindenburg, capo del comando supremo dell’esercito tedesco, si oppose e la guerra proseguì. Anche il pontefice Benedetto XV intervenne chiedendo la fine del conflitto ma fu inascoltato.

Ad agosto l’Italia si impegnò in una nuova offensiva, l’undicesima battaglia dell’Isonzo, lungo l’altopiano dell’Bainsizza e solo la strenua resistenza delle truppe austriache impedirono lo sfondamento del fronte da parte italiana.

A fine mese a Torino il mancato approvvigionamento di farina per un ritardo di qualche ora scatenò forti manifestazioni di piazza che si trasformarono in moti contro la guerra e che durano cinque giorni. Barricate, negozi presi d’assalto, rotaie dei tram divelte e scontri tra forze di polizia, esercito ed operai destabilizzarono l’ordine cittadino il quale fu ristabilito dalle autorità solo il 28 agosto.

Il bilancio finale fu da bollettino di guerra: cinquanta morti tra i rivoltosi e dieci tra le forze dell’ordine, oltre duecento feriti e migliaia di arresti e di processi per direttissima, tra cui a molti dirigenti socialisti.

A ottobre i tedeschi si impegnarono militarmente sul fronte italiano sia stabilendo un nuovo piano operativo sia fornendo numerose divisioni provenienti da tutta la Germania, alcune sottratte dal fronte russo.

Le truppe si schierarono di nascosto per non destare sospetti anche se la fuga di notizie giunse fino al comando supremo italiano, il quale però non credette ad una nuova offensiva, mai avvenuta da quel versante della linea e in prossimità dei mesi freddi. Fu applicata una nuova tattica dai tedeschi, quella dell’infiltrazione di gruppi speciali al di là delle linee difensive italiane allo scopo di creare confusione.

Il 24 ottobre un forte e persistente bombardamento da parte dell’artiglieria tedesca anche con uso di gas a nord di Tolmino, tra la conca di Plezzo e l’Isonzo, aprì la strada per un attacco della fanteria, la quale riuscì a sfondare il fronte in modo talmente poderoso che nel pomeriggio le truppe nemiche si trovarono già di fronte alla stretta di Saga. L’artiglieria italiana tacque e le divisioni italiane si trovarono nel panico di una disordinata ritirata. I tedeschi avanzarono rapidamente e dopo poche ore entrarono a Caporetto. La valle del Natisone fu aperta al nemico.

Il 25 ottobre il fronte italiano fu spezzato nella sua parte più avanzata e tutte le difese sulla destra dell’Isonzo crollarono. Il 27 ottobre 1.600.000 soldati dell’esercito italiano abbandonarono le trincee per ripiegare fino al Tagliamento. Molti si arresero al nemico. Il quartier generale fu trasferito da Udine a oltre il Piave.

Il 28 ottobre un bollettino di guerra infamante accusò l’esercito di mancata resistenza e di vile ritirata. In realtà la sconfitta fu dovuta alla scarsa comunicazione tra i vari reparti, ai dissidi interni tra i generali, alle esitazioni, all’inesperienze e all’imperizia nel non prevedere l’offensiva. Il 9 novembre il fronte si risistemò sul Piave, duecento chilometri più indietro rispetto a quello sull’Isonzo. Le divisioni si ridussero da 65 a 33, i morti furono 11.000, 29.000 i feriti e 280.000 i prigionieri.

L’anno si concluse con azioni di difesa e di resistenza sulla nuova linea del fronte che prendono il nome di prima battaglia del Piave.

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