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Torino è stata la culla italiana della nascente aviazione pionieristica, dove vennero eseguiti i primi esperimenti con il “più pesante dell’aria”: l’aeroplano, come lo definì Gabriele d’Annunzio.

La ex capitale sabauda tenne a battesimo i primi intrepidi pionieri dell’aviazione e divenne famosa anche per il primato di vedere volare la prima donna, come passeggera, la francese Thérèse Peltier, nell’ormai lontano 1908.

cartolina pubblicitaria con annullo di Torino

Sono trascorsi centodieci anni da quel meraviglioso avvenimento ma le luci non si sono ancora spente.

Il Voisin-Delagrange N.3 che ha volato a Torino

Ufficialmente il primo volo di un mezzo “più pesante dell’aria” avvenne il 17 dicembre 1903, nella località denominata Kitty Hawk del North Carolina, ad opera dei fratelli Orville e Wilbur Wright, bisogna però arrivare al 1908 perché in Italia si assista per la prima volta al volo di un aeroplano, un Voisin francese, pilotato da Léon Delagrange.

In quell’anno i voli effettuati in Francia da Delagrange attirarono l’attenzione di un gruppetto di uomini entusiasti del nuovo mezzo di locomozione, tra questi l’onorevole ingegner Carlo Montù, che di persona assistette ai numerosi voli del pilota francese.

Fu nel marzo del 1908 che l’ingegner. Montù partiva per Mourmelon-le-Grand, assieme all’avvocato Cesare Goria-Gatu, al cavalier Ernesto Cavalchini ed ai dottori Aldo Weillschott e Francesco Guastall, per convincere il Delagrange ad effettuare in Italia alcuni esperimenti aviatori.

Terminate le trattative il pilota francese accettò, e così Léon Delagrange arrivò a Roma il 15 maggio 1908, accompagnato dall’ingegner Clovis Thouvenot, responsabile della ditta francese dei Fratelli Voisin di Parigi, famosi costruttori di aerei, che si stupì non poco del grande “battage” pubblicitario che aveva tappezzato ogni angolo della città con manifesti dalle frasi roboanti come: “Oggi si vola!” e “Delagrange volerà!”.

Con sé anche l’aereo, un biplano Voisin del peso complessivo di 550 kg, propulso da un motore Antoinette da 50cv ad otto cilindri pesante 150 kg., non poca cosa per l’epoca.

Domenica 24 maggio, l’intrepido pilota, dopo diverse prove nella Piazza d’Armi di Roma, senza  riuscire ad alzarsi dal suolo, con grande disappunto dei presenti che iniziarono a fischiare e protestare, all’ultimo tentativo, con volo rasoterra quasi impercettibile percorse 1.800 metri: per la prima volta in Italia un velivolo riusciva a staccarsi dal suolo.

Il 1° giugno, concludeva la serie delle giornate aviatorie romane alla presenza della Regina Margherita, per poi trasferirsi a Milano, dove iniziò da martedì 9 giugno le prove di volo culminate senza successo per via di noie piuttosto serie al motore, tanto da dover inviare di corsa un meccanico a Parigi per prelevare un nuovo motore.
Finalmente con il nuovo motore installato l’aviatore riuscì a compiere diversi voli di fronte ad una folla estasiata, ed il 23 giugno riuscì, in due riprese, ad effettuare dieci volte il giro della Piazza d’Armi di Milano, percorrendo in totale 17 chilometri e 800 metri in 18 minuti e 30 secondi.

Terminati i voli in terra lombarda il Delagrange il 26 giugno giunse a Torino anche qui accolto con grandi onori, anche se, complice il maltempo, non ebbe grande successo, a partire dalla prima giornata in cui danneggiò l’aereo.

Domenica 28 giugno iniziò gli “esperimenti”, così descritti da un giornalista presente:

Un colloquio con Delagrange: “…Leone Delagrange, l’eroe del giorno, il volatore senza uguali, è un giovanotto biondo, alto, sui trentacinque anni, dal gran naso ricurvo, dalla fronte fuggente e l’occipite sviluppato, con magri baffetti biondi e rari capelli che la mano scompiglia con gesto abituale: un viso semplice e bonario in cui brillano due occhi grigi acuti di malizia. Veste un modesto costume da ciclista grigio verdognolo, e non ha ne apparenze ne pose di un eroe. Cammina dondolandosi, con le mani in tasca, un po’ curvo con l’aspetto di un uomo calmo e sicuro, quasi indifferente, placido e sorridente anche di fronte alla noia di un’intervista. – Dunque, gli chiedo per cominciare, come trovate il terreno? – E’ magnifico mi risponde, non lascia nulla a desiderare. Speriamo che non ci sia vento. – Gli faccio osservare che Torino possiede una delle atmosfere più tranquille dell’universo.  Sorride. – Me lo hanno detto – aggiunge. Ma mi dicevano la stessa cosa anche di Milano e invece che vento!

Toglietemi dunque un dubbio – gli chiedo, – l’aeroplano che avete condotto a tante vittorie, è invenzione vostra? – No, no – mi rispose, con premura: – L’aeroplano è stato disegnato dall’ingegnere Voisin. I fratelli Voisin possiedono una piccola officina a Parigi, e da tempo si occupano di aviazione. L’aeroplano attuale è il risultato dei loro studi sui tentativi propri ed altri. Io vi ho collaborato….
Vedete – mi dice, come se mi facesse una confidenza, – si potrebbe fare molto di più, se i motori fossero più perfetti. Il nostro grande scoglio è il motore. I motori attuali pesano ancora troppo: sì, lo so, lo so, si dice che si possono avere motori che abbiano un chilogrammo di peso per ogni cavallo di forza, ma siamo ancora lungi da ciò. La tecnica dei motori è in arretrato.

L’aereo durante la messa a punto prima del volo

L’aeroplano: Entriamo nella tettoia. L’aeroplano, l’occupa tutta, bizzarro congegno di metallo, di legno e di tela. E’ semplicissimo: due piani orizzontali, formati di tela cerata, stesa su stecche di pioppo, o un’intelaiatura di frassino: nel centro il motore: gli otto cilindri rilucono dalle coperture di ottone e dai carter di alluminio, fra un aggroviglio di tubi e di fili. Dinanzi si allunga una specie di rostro, che sostiene il piano mobile, che serve ad innalzarsi. L’intelaiatura di frassino si prolunga all’indietro, e regge una gabbia di tela, nel cui asse sta il timone, verticale; un rettangolo di tela girevole. Due ruote metalliche, fornite di pneumatici e di freni, e  sotto il motore, due altre ruote minori sotto la gabbia del timone. Dietro il motore alle spalle del conduttore, è l’elica: due pale sottilissime di alluminio. Gli ingegneri della Casa Antoinette e i meccanici si affaticano attorno al motore, provando l’accensione, verificando i cilindri. Un operaio dà lo slancio all’elica: il motore si avvia: è un rombo formidabile, uno scoppio tremendo degli otto cilindri a scarica libera: la colonna di aria solleva la polvere e le pietruzze: la tettoia trema: due operai, inginocchiati, tengono la fragile intelaiatura perché non sia squassata dallo sforzo…

Le esperienze del pomeriggio: Autorità, personaggi sportivi, signore, giornalisti sono stati puntuali al convegno. Sono le diciassette e un centinaio di persone si affolla attorno alla tettoia, sfida coraggiosamente il sole, o cerca un briciolo di ombra a ridosso dell’hangar o dietro le tende della buvette e della tribuna. Il pomeriggio è torbido e grave d’afa: non un filo d’aria: cosa eccellente per l’aviazione ma non ugualmente per i pedoni.  Sono quasi le sette quando finalmente l’aeroplano è tratto a braccia fuori della tettoia e avviato nel prato. Le signore salgono sulle tribune: gli uomini si stipano sui margini del fossato. Delagrange getta l’ennesima sigaretta, si calca in capo un berretto di lana grigia che lo fa assomigliare ad un tartaro e sale agilmente al suo posto.
Delagrange avvia il motore: il rombo percuote l’aria tranquilla del pomeriggio stanco: l’aeroplano si muove rotolando leggermente sulle sue sottili ruote sull’erba alta, profilandosi sul verde lontano nei viali e della collina grigiastra seminata di ville che brillano al sole.
L’aeroplano compie rapidamente un centinaio di metri. Tutti gli sguardi sono tesi decisamente verso la macchina fantastica che si allontana. Si alza? Non si alza? Si alza! Vola. Si vedono le ruote nere pendere sul verde dell’erba come le zampe di certi uccelli nel volo. Un gridio festoso si alza dalla folla. Lo si attende alla voltata. L’aeroplano compie forse un centinaio di metri ad un’altezza variabile da uno a due metri dal suolo, ma poi si abbassa, riprende terra. Delagrange ritorna. E qui un episodio comico. Un operaio si è attardato in mezzo al prato. Gli gridano di scansarsi, ed egli fugge a perdifiato fra l’allegria degli spettatori.
Delagrange riprende la corsa. Allo stesso punto di prima si alza dapprima colle ruote posteriori, poi colle anteriori. Sale a cinque o sei metri da terra, compie benissimo la voltata, ma dopo tre quarti di giro tocca terra, sfiora l’erba, si alza di nuovo, ricade, si rialza, e magnificamente viene a passare dinanzi alle tribune, dalle quali scoppia un caldo applauso, a cui egli risponde toccandosi il berrettone.      Si è fermato. Mancava di benzina.  I connazionali, che sono numerosi, si affollano attorno per felicitarlo. Egli va a bere un bicchiere di birra e sta in crocchio a udire e a dire barzellette mentre gli operai riforniscono il serbatoio.

L’incidente: E riparte. Compie quasi tutto il lato lungo. Si è alzato? I pareri sono divisi: non pare. Fa la voltata toccando il suolo: ma giunto al lato più breve del campo, si alza, ma per poco: discende di nuovo: fa l’altra voltata o toccando il suolo o sfiorando l’erba. Forse si alzerà di nuovo. Ma che è? L’aeroplano sfiora gli alberelli del viale laggiù, di fronte alle tribune; lo si scorge dall’agitarsi delle fronde: improvvisamente si abbassa e si accascia obliquo nell’erba.
Un moto di stupore pervade la folla. Così poco ci si attendeva ad un accidente, così sicuro pareva e si era mostrato il Delagrange a Roma a Milano e tra noi, che in molti è quasi l’attesa che l’aeroplano si rialzi e continui. Ma è un’attesa irragionevole, perché dalla posizione obliqua delle ali gialle si comprende che dev’essersi sconquassato. Allora allo stupore succede un’ansia dolorosa. Sono passati cinque, sei, dieci secondi e nulla si muove laggiù. Il timore che il Delagrange sia rimasto vittima del suo ardimento afferra i cuori. Ma non siamo ancora giunti che lo sventolare di un berretto dall’automobile più prossimo ci avverte che Delagrange è salvo.

Il comunicato ufficiale: Il Comitato, in seguito all’incidente occorso all’aeroplano Delagrange durante gli esperimenti di prova di ieri sera, ci comunica quanto segue: « Il signor Delagrange dichiara che il motore non avendo dato nel tratto verso l’Ospizio di carità un numero di giri sufficienti, gli venne a mancare la possibilità di voltare in quell’angolo di piazza d’Armi, perciò urtò coll’ala destra contro un albero e l’apparecchio, ripiegando su se stesso, precipitò nel fosso. Già nei giri precedenti il signor Delagrange si era accorto che l’apparecchio oggi, dopo brevi voli di 150 e 200 metri, atterrava rapidamente per insufficiente rendimento del motore. Il Delagrange non ha avuto alcun danno alla sua persona. L’apparecchio ha subìto varie avarie riparabili in breve tempo. Gli esperimenti sono sospesi; con pubblici avvisi verrà indicato il prossimo giorno di spettacolo. I detentori di biglietti sono avvertiti che i medesimi servono per i prossimi giorni di esperienze ».

In realtà Delagrange fu costretto a letto per alcuni giorni per la caduta, mentre i suoi meccanici lavorarono alacremente per rimettere in sesto l’aereo molto disastrato, finché domenica 5 luglio l’aviatore riesce a riprendere le prove, purtroppo il maltempo e la pioggia non permette di compiere grandi voli anche nei giorni successivi.

L’aereo di Delagrange mentre si alza in volo sulla Piazza d’Armi di Torino

Finalmente l’8 luglio 1908 riuscì a compiere il suo miglior volo, così descritto dalle cronache del tempo: “Forse da quando egli ha preso soggiorno a Torino fu l’unica giornata in cui non si ebbe a registrare un temporale. Le esperienze fatte riuscirono molto soddisfacenti per chi ebbe il piacere di seguirle e molto lusinghiere per l’ardito aviatore. … Così alle 19,35 l’uomo che vola ha ripreso il suo posto, deciso questa volta a rimanere a lungo nell’aria. Sembra che egli sappia proprio di riuscire nell’esperimento. Il suo apparecchio funziona a puntino e tutto lo incoraggia ad elevarsi il più possibile, mantenendosi nel perimetro della piazza d’Armi. Il volo è iniziato: l’apparecchio viaggia d’apprima ad un’altezza di tre metri, per raggiungere poi quella di cinque e in qualche momento anche quella di sei.
Il primo giro è compiuto: il pubblico applaude a lungo e Delagrange incoraggiato sembra voglia elevarsi ancor più col suo apparecchio.  Lo vediamo passare una seconda volta, una terza volta, e tutto ci dice che parecchio tempo l’aeroplano si manterrà nell’aria.  Si agitano i cappelli e i fazzoletti quale segno di vera soddisfazione mentre Delagrange continua indisturbato con una marcia più che regolare.
Sette giri sono compiuti ed egli inizia l’ottavo quando vediamo il suo fido meccanico distaccarsi dal pubblico e correre quasi incontro all’aeroplano facendo segni al Delagrange di fermarsi. Qualcuno non spiega quell’atto, vorrebbe che l’apparecchio continuasse la sua marcia speranzoso che il Delagrange possa battere l’ultimo record della durate nell’aria stabilito dal Farman con 20 minuti. V’è chi spiega l’atto del meccanico perché manchi benzina nel serbatoio, invece la ragione sia nella mancanza d’acqua. L’aeroplano ha compiuto 8 giri completi della piazza d’Armi e prende terra dopo essersi mantenuto nell’aria ben 11 minuti e 8 secondi.

Peltier e Delagrange sull’aereo

Il primo volo con una donna passeggera
Incoraggiato dal buon funzionamento dell’aereo, anche se ormai erano le 20, Delagrange volle provare a compiere un volo con a bordo un passeggero, che così viene raccontato:  “E’ questo – dice Delagrange – il primo esperimento del genere che io faccio col mio aeroplano”.
Il meccanico Charles mette benzina ed acqua nei relativi serbatoi, quindi, aiutato dai pochi presenti, spinge nuovamente all’aperto l’apparecchio. Delagrange sale a bordo e quindi prende posto alla sua sinistra l’artista francese Teresa Peltier.
L’aeroplano si incammina adagio, adagio mantenendosi sul rettilineo destro della piazza d’Armi, quasi al fine di questo si eleva e si mantiene nell’aria per circa 250 metri: quindi rasentando il suolo, ritorna presso l’hangar. La prova sperimentale con due persone a bordo è riuscita appieno ed ha suggerito al Delagrange le modificazioni necessarie da portarsi al suo apparecchio per le future prove.”

Aver portato in volo la simpatica ed intrepida francesina Thérès Peltier, ormai definita da tutti “la première aviatrice du monde”, fu l’unico record conquistato a Torino, anche se la cosa è alquanto controversa, perché forse un’altra donna aveva già volato in precedenza. Noi diamo per buona questa notizia, finché non sarà smentita negli anni a venire dopo attente e più approfondite ricerche.

Le prove di volo proseguirono fino al 13 luglio, ma nonostante i molti tentativi non riuscì mai a battere il record di permanenza in volo detenuto da Farman, come invece sperava.

Nel complesso l’avventura torinese di Delagrange non fu delle più felici, sia per il meteo, sia per i vari problemi al motore, tanto che non riuscì mai a fare più di due giri di pista davanti al pubblico pagante.

All’epoca l’ingegner Errico, esperto in motori a benzina, spiegò che la causa dell’insuccesso era dovuto soprattutto “all’anemia” del motore causata dalla depressione barometrica di Torino che si trova a 250 metri sul livello del mare, cioè cinque volte di più rispetto a Parigi e Roma (che sono sotto i 50 metri), causando problemi alla carburazione del motore.

Anche dal punto di vista finanziario l’avventura fu un mezzo fallimento, in quanto il costo dell’organizzazione (ben 4 mila lire al giorno) non venne ripagato dai biglietti venduti, senza contare i problemi causati dal sequestro per qualche giorno dell’aeroplano a causa di un debito di 170 lire con il corriere che da Parigi aveva portato il nuovo motore.

Leon Delagrange
Il pioniere del volo Léon Delagrange, nato ad Orléans nel 1873 in una famiglia benestante, poté permettersi una vita piuttosto brillante.

Famoso scultore, disponeva di uno studio a Parigi in Rue Notre Dame de Lorette, che alcuni l’avevano definito uno “studio-cantiere” perché oltre alle statue erano presenti anche diversi tipi di eliche confuse con grandi ali di uccelli. Nello studio erano poi presenti ferri, martelli, bulloni che abbinati a vari tipi di oli e benzine dava l’impressione di essere più in una officina meccanica che in uno studio di scultore.

Il Delagrange si fece costruire dai fratelli Voisin il suo primo aereo, un biplano con motore Antoinette da 50 cv con apertura alare di 10 metri ed una configurazione “canard”, cioè con il timone di profondità posto davanti alla fusoliera. Per far virare il velivolo bastava lo spostamento del corpo del pilota essendo i velivoli di costruzione francese, e non solo, mancanti degli equilibratori laterali, in pratica quello che fanno i motociclisti.

L’aereo ebbe il battesimo del volo il 16 marzo 1907, sul campo di Bagatelle, nei pressi di Parigi, ma poi andò distrutto in un incidente di volo nel mese di novembre pilotato dal Delagrange stesso; a questo primo aereo ne seguirono altri.

Purtroppo il destino non lasciò tanto spazio all’intrepido pioniere del volo, che perse la vita il 4 gennaio 1910 durante una delle sue esibizioni, a causa del nuovo motore montato sul suo velivolo, un monoplano Blériot modificato, al quale era stato montato un motore rotativo Gnome da 40 cv al posto di quello originale più leggero da 18 cv. Il maggior peso comportò un problema strutturale non indifferente al velivolo causando il cedimento strutturale durante le manovre di volo.

Thérèse Peltier
Thérèse Peltier, nata Thèrèse Cochet a Orléans il 26 settembre 1873, era figlia di un medico della Marina, Alfred Peltier e di Marie-Camille Cabilleau.
Da giovane attratta dalle belle arti, prese lezioni di scultura presso l’académie Vulpian e presso l’atelier di Charles Vital-Cornu, partecipando in seguito a mostre con un buon successo di stimatori d’arte, e tra i tanti premi ricevuti, anche quello molto ambito messo in palio dall’Union des femmes peintres et sculteurs, nel 1907.
Molto amica dello scultore Lèon Delagrange, lo seguì in alcuni suoi spostamenti, divenendo l’8 luglio 1908 a Torino, la prima donna passeggera su un aereo, evento che ebbe un grande riscontro sui giornali dell’epoca.“la première aviatrice du monde”

Peltier ai comandi dell’aereo

In seguito, poiché il Delagrange aveva messo in palio un premio di 1.000 franchi da destinare alla prima donna aviatrice che avesse percorso almeno un chilometro, la Peltier decise di seguire delle lezioni di pilotaggio, arrivando a pilotare un aereo da sola con la speranza di aggiudicarsi l’ambito premio.   Purtroppo Delagrange perderà la vita in un tragico incidente di volo il 4 gennaio 1910, ed il premio cadrà nell’oblio.
La bella Thérèse Peltier, talmente scossa dalla prematura scomparsa dell’amato amico, prese l’amara decisione di abbandonare per sempre il mondo aeronautico.

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