Come sto? Mica facile a dirsi.

Non riesco a identificare questo momento. Tanto che quando me lo chiedono, da un po’ di tempo in qua – complice qualche “sagrin” che  mi punge l’anima…- invece di rispondere di botto “tutto bene”, mi vien da dire “fora dal let”, una tipica espressione nostrana che, Gramellini dixit, “implica una visione precaria, ma estremamente realistica dell’esistenza ed è una difesa preventiva dai contraccolpi della felicità”.

Guarda un po’: proferendo solo tre piemontesissime parole, un risultatone che mi chiarisce ancor meglio la nostra filosofia che tien sempre conto: a) della precarietà della vita; b) delle possibili fatalità incombenti; c) del fatto che potrebbe andare ancor peggio; d), che alla fin fine la prima cosa che conta è il mantenimento della salute. Vien quasi da dire “esageroma nen”, ma questo sarebbe un rimorchio scontato e spegnerebbe la voglia di leggermi dentro.

Dopo aver riletto un po’ di Gramellini qua e là, dato credito a Enrica Tesio e a Petunia Ollyster che la sanno ben più lunga, penso di aver capito il motivo del mio stato: soffro da sempre quanto mi provoca il taglio dovuto al rimpianto nostalgico: a volte mi provoca tristezza persino un ricordo felice. Ecco, i miei ciclici attacchi di “sabaudade” hanno avuto un peggioramento.

Cosa sia la “sabaudade” è difficile a dirsi e ancor più difficile a spiegarsi. È tutt’altro che un ramo cadetto della “saudade”, quel sentimento malinconico che si fa struggimento in animi portoghesi e brasiliani.

La “sabaudade” è una preoccupazione perenne, uno stato d’animo connaturato in noi torinesi, afflitti da una strana inquietudine.

Di che cosa ci si debba preoccupare, dio solo lo sa, ma noi abbiamo sempre un buon motivo: se non è ancora successo nulla,  di certo accadrà; se è accaduto… ”beh, ecco, vedi…, proprio come ti dicevo”.

Sarà che molto congiura per incrementare un certo complesso d’inferiorità che sotto sotto coviamo nei confronti di Milano & Co: quotidianamente tocchiamo con mano quanto  troppi si dimentichino di noi e dei nostri innegabili meriti – noi che abbiamo inventato praticamente tutto, per vedercelo presto o tardi scippato…-, noi collocati là in alto a sinistra nella carta geografica e fuori dai centri nevralgici.

No, ma così non va: andando di ramo in ramo rischio di allontanarmi da ciò che è l’oggetto del mio attuale contendere quotidiano.

Ciò che provo è un senso di mestizia dovuto all’impotenza nell’accorgersi che mai come in questo momento non c’è modo di essere artefici del proprio futuro.

Là fuori c’è una sarabanda ignobile, c’è una cacofonia insopportabile, dove l’unica cosa netta è l’assoluta mancanza di idee e di piani strategici capaci di intuire quale Torino, quale Italia avremo di qui a vent’anni.

Sgomenta il navigare a vista, la campagna elettorale perenne, lo stallo totale.

Alcuni dei grandi quesiti – chi siamo?, dove stiamo andando ? – non possono trovare risposta, e questo sgomenta.

Ecco in soccorso, oppure in sentenza,  la “sabaudade”, a tagliarmi con la lama sottile della malinconia del ricordo, di quando tutto sembrava creabile, cambiabile: di quando le idee e non le ideologie andavano al potere. Ma c’è davvero mai stato un tempo così? Forse no, ma avevamo la forza, l’entusiasmo e l’ingenuità della gioventù a scorrerci nelle vene, a dirci che era giusto e giusto provarci.

Ecco perché guardo con simpatia ai ragazzi di “Friday For Future”: sono passati 50 anni da quando sperammo che questo mondaccio potesse cambiare. Ora che ogni garanzia è persa, oggi che non c’è altro spazio che per l’inquietudine, spero che sia il vento nuovo di questi ragazzi a spazzare la troppa immondizia che ci pervade.

All’orizzonte si palesano sempre più sfacciate e proterve nuove forme di fascismo: è tempo di smettere di star solo a guardare. La “sabaudade” può anche attendere.

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