Il mondo del lavoro sta cambiando. Di nuovo, Di più. Nell’era della digitalizzazione, ci avviamo verso una  quarta rivoluzione industriale in cui necessitano  nuove conoscenze e diverse competenze. La scommessa di oggi è saper guardare oltre, canalizzando le energie e la creatività personale verso le necessità emergenti; tra le professioni più innovative c’è sicuramente quella del “trainer” o “formatore”, cioè di colui che  stimola ed arricchisce le risorse altrui per permettere la realizzazione di sé stessi , un ritorno all’”umanità”, nell’era in cui la tecnologia la fa da padrone. La storia di Francesca Agnese è quella di una ragazza di 26 anni che ha saputo raccogliere un sogno ed una sfida, con entusiasmo e tenacia,  scegliendo il rischio di una professione nuova, tutta da costruire in cui si tessono legami e si accendono consapevolezze: mattoni fondamentali per far crescere una società migliore.

“Nella canzone Temporale,- racconta Francesca Jovanotti canta «Non si può scegliere un sogno, non si può scegliere: quando ti arriva ti arriva, non c’è niente da fare».

Non posso dire che lavorare in questo ambito, che definisco di “sviluppo e crescita personale”, sia stata una mia scelta. No, non direi. Direi piuttosto che questo sogno ha scelto me e da allora non ho più potuto pensarmi in altro modo. Perché per me, nella vita, non c’è niente di più gratificante del sapere di aver fatto la differenza per qualcuno, del sentire di aver in qualche modo dato un contributo in questo mondo e averlo lasciato un po’ migliore. Niente è più appagante del guardarsi indietro e dire, come cantano gli One Republic” in “I lived” , «I did it all» , ho fatto tutto.

Ma facciamo un passo indietro: qual è il mio lavoro? Mi definisco una “trainer internazionale” e una “personal coach”, e capisco benissimo che è come se non avessi detto niente. Nessun problema, sono abituata agli sguardi interrogativi quando parlo della mia professione.

Partiamo dalla prima qualifica, “trainer internazionale”: il mio lavoro consiste nel creare progetti europei che permettano ai giovani di mettersi a confronto con i propri limiti e spingersi oltre, di fare chiarezza su ciò che desiderano per sé stessi, di liberarsi dal dover fare imposto dalla società e cominciare ad esplorare il poter essere che loro stessi scelgono.

In questi progetti, che possono prendere la forma di scambi internazionali (youth exchanges) o corsi di formazione (training courses), io e  i miei colleghi creiamo opportunità, principalmente per ragazzi e giovani adulti, di vivere esperienze che solo grazie ai loro mezzi, probabilmente, non si sarebbero potuti permettere. Sono dei viaggi educativi in giro per l’Europa, finanziati dai fondi Erasmus+, grazie ai quali persone provenienti da svariati Paesi possono incontrarsi, scoprire diversi modi di vivere, culture differenti e acquisire nuove competenze che possano aiutarli nella vita, sia professionale che personale. E poi accade la magia, perché quello che solitamente succede è che si scoprano più che altro le similarità umane e che i ragazzi realizzino che tutto quello cercavano era già dentro di loro, da sempre.

Sono esperienze uniche. Molti le hanno definite “life changing experiences”(esperienze che ti cambiano la vita). Io per prima non saprei definirle diversamente. É stata quella magia a chiamarmi, la prima volta che partecipai ad un progetto. Ed è la stessa che, ancora oggi, mi richiama, da trainer.

Lo stesso vale per il “coaching”, ma in questo caso il supporto è più mirato, più personalizzato. Qui, infatti, lavoro con una persona alla volta o con piccoli gruppi. Definirei il lavoro del “personal coach” come un processo maieutico: il mio supporto consiste nel portare alla luce le potenzialità già presenti nelle persone e aiutarle ad esprimerle, nel fare in modo che imparino a riconoscere le proprie risorse e ad usarle per superare tutti gli inevitabili ostacoli che la vita pone davanti. Cosicché alla fine, proprio come nella maieutica socratica, posso dire «da me non hanno imparato nulla, ma da loro stessi hanno scoperto e generato molte belle cose».

Se sono arrivata fino a qui, sicuramente sono molte le persone che devo ringraziare. La mia famiglia indubbiamente è la prima. Mia madre, Lavinia Gargano è di Caselle; mio padre , Mario, è di Torino, anche se entrambi con origini del Sud Italia. I miei genitori mi hanno supportata molto in questo percorso, assecondandomi quando il mio spirito irrequieto ha cominciato a spingermi avanti e indietro. Dopo il diploma al liceo socio psicopedagogico ho deciso di partire per l’Inghilterra, ad imparare l’inglese e a scoprire “il mondo fuori”. Dopo circa un anno, sentendo di voler fare un passo oltre nella mia vita, sono tornata per laurearmi in psicologia. Tuttavia, tra un esame e un lavoretto per pagare gli studi, ho sempre cercato di cogliere ogni occasione per fare uno scambio internazionale o un corso extracurriculare che mi aiutasse ad ampliare gli orizzonti, per me soffocanti, dati dall’università. In questo modo sono venuta a conoscenza di Olde Vechte, una fondazione olandese specializzata in training e formazione personale. Neanche a dirlo, sfruttando il Servizio Volontario Europeo, una volta laureata sono corsa lì, dove finalmente ho potuto mettere le mani… “in pasta” e la testa fuori dai libri. E così ho cominciato, piano piano, ad imparare a fare questo lavoro e a crearmi un network di associazioni sparse per l’Europa con cui collaborare nella creazione di progetti.

Che dire, una bellissima torta, manca solo la ciliegina! Al momento, però, penso che la ciliegina debba ancora arrivare. Infatti, pur rischiando che nessuno voglia più comprare la torta, mi sento in dovere di sottolineare anche gli aspetti un po’ meno zuccherini.

Le difficoltà ci sono, è un lavoro da costruire e ricostruire ogni giorno. Si vive nell’incertezza, che a volte prende quel sapore acre della precarietà, e non nascondo che la paura del domani bussa spesso alla mia porta. Il lavoro da sogno spesso richiede notti insonni a lavorare in ristoranti per riuscire ad avere un’entrata quando il tuo progetto non viene approvato; richiede di scendere a compromessi e accettare di fare volontariato solo per farti conoscere o per avere quel contatto in più che forse ti aiuterà a realizzare qualcosa di più grande. Ma è anche vero che uno di quei commenti, più o meno diretti, di chi ti dice “grazie, per me hai fatto la differenza” o “senza quella tua spinta, non sarei arrivato fin qui” , o uno di quegli sguardi che si accendono di vita vera e selvaggia alla fine di un corso, ti riempiono come nessun bonifico sul conto in banca saprà mai fare e ti fanno dimenticare in un attimo tutte le frustrazioni precedenti. Così si riaccende la voglia di contribuire e da qui nasce il mio nuovo progetto, quello di portare questo modello educativo nelle scuole, in modo da fornire un supporto ai giovani protagonisti del futuro.

In fondo, in un mondo che cambia e di fronte a promesse spesso vane, abbiamo solo da scegliere tra il gettare la spugna e restare a compiangerci o inventarci nuovi scenari. E il mio invito è sempre quello di creare insieme, di condividere i nostri colori unici, di unirli e sperimentare. É impegnativo, e probabilmente ne usciremo tutti un po’ sporchi, e forse il disegno non sarà mai corrispondente a ciò che avevamo in testa all’inizio, ma se questo ci porterà alla fine della nostra vita a dire, sempre pescando da “I lived” degli One Republic,  «with every broken bones, I swear I lived», con tutte le ossa rotte, giuro di aver vissuto,  allora ne sarà valsa la pena.”

Il temporale è in arrivo: porta novità.

A Francesca, come a tutti i giovani, che caparbiamente fanno crescere speranze e positività, l’augurio di perseverare, perché, come scriveva Goethe: “ Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora.”

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