Il mondo di NazMi piace raccontare ancora alcuni incontri con  i maestri d’acquerello che di tanto in tanto ci regalano un po’ del loro tempo nel nostro laboratorio a Torino. Avevo ammirato due opere di Anna Lequio alla mostra “Ad acqua” alla Pinacoteca Albertina, così mi sono messa in contatto con lei.

Sorpresa. Anna Lequio ha una gioia sincera nello sguardo. Appena entra nel nostro laboratorio di acquerello, dove l’età predispone alle confidenze, comincia a parlare. Vuole trasmetterci  un po’ della sua anima, di come si sia liberata dai condizionamenti e dalle paure per approdare all’acquerello salvifico. Nata ad Asti e vissuta a Vesime, in val Bormida, in una famiglia contadina di 10 tra fratelli e sorelle, ha sofferto di una emiparalisi infantile, per cui non poteva lavorare nei campi. Suo padre la lasciava nel frutteto a disegnare e a dipingere… “Quando torno voglio trovare proprio un bel disegno!”

E così lei disegnava, dipingeva  gli alberi di pruno, i fiori, la campagna intorno.

È mancina  Anna e oggi ha anche problemi alle mani. Per questo si sottopone a continue sedute di fisioterapia. Ha frequentato il Liceo artistico dove è stata allieva di Francesco Franco che l’ha incoraggiata a proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti.” Mi ha fatta chiamare al centralino del paese per dirmi perentorio: “Signorina Lequio, lei deve frequentare l’Accademia”.

“Ma non potevo, perché era mancato papà e dovevo lavorare. Così ho fatto l’Accademia di nascosto: Paolucci mi lasciava esercitare nel pomeriggio, perché di mattina insegnavo”. Poi è arrivato l’amore e la scelta di abbandonare la strada dell’arte per lasciarla al marito, riconosciuto come uno dei più grandi e sensibili incisori torinesi.

“Lei deve dipingere, subito! – le intima un dermatologo scoprendo una psoriasi psicosomatica. E lei, di notte, comincia a giocare con acqua e pigmenti. Un’acqua di devozione: come cantava l’acqua tra le mani della mamma lavandaia o scivolava l’acqua del Bormida e ora del Po che vede dal suo studio, o dava vita come quella amniotica, il suo acquerello è lenta, laica preghiera, è acqua pigmentata che si posa e si lascia asciugare fino a che le terre emergono. Ogni volta un diluvio e fino a trenta velature.

Anna Lequio lavora su cartoncino Schoeller, liscio come una pista di ghiaccio: con un pennellino sintetico (che scodinzola come un vecchio topolino, facendo riflettere noi che  corriamo a comprare l’ultimo pennello di moda!) corre liquida, porta la goccia, sgocciola, assorbe piano per non toccare la carta, asciuga a volte con la vecchia stufetta ad aria, ma preferisce lasciare che il tempo faccia la sua parte e lavora in contemporanea su altre carte. Lascia i bianchi, ma usa anche certe velature di bianco acquerello che creano una patina traslucida come la pruina sulle prugne di Calandri. Per inciso… Mario Calandri, maestro, amico fraterno, commensale, testimone di nozze di Anna, era di casa. E, altro inciso, scoprire che quell’Enrico Paulucci, uno dei Sei di Torino per intenderci, direttore dell’Accademia… le teneva aperte con il prof. Mario Davico in orari impossibili le aule, perché potesse esercitarsi… la dice lunga su come avessero visto lontano nella passione di Anna!

Il lavoro notturno ad un certo punto… viene alla luce! Ha 40 anni quando alcuni acquerelli regalati alle amiche incuriosiscono il gallerista della “Parisina” che nel 1989 le chiede di preparare una trentina di lavori per una personale. Anna Lequio inizia il suo percorso e sarà riconosciuta presto come una delle più grandi artiste torinesi.

Ora apre un foglio di carta che le ha fatto da tavolozza chissà quante volte! Ci sono raggrumate macchie di tutti i colori, scuri, vivi, presi da tubetti di acquerello non solo Schmincke o Winsor and Newton ma anche di altre marche per qualche particolare tonalità che ama: di lì raccoglie colore, mescola, cerca il colore che ha in testa e poi lo prova su un altro pezzo di carta prima di passarlo sul foglio.

Durante il nostro incontro, con pennellate lunghe e fluide schizza un piccolo albero su cui la neve copre le biforcazioni dei rami, passa un azzurro, due azzurri tra i rami, aggiunge velature, toglie e schiarisce, lascia colare nell’angolo il sovrappiù e il colore obbedisce. “Non bisogna aver paura, ogni problema è una sfida a trovare una soluzione ed è bello come un gioco! È un aspetto, quello ludico, a cui sto dedicando la mia scrittura, perché lo ritengo fondamentale non solo nell’acquerello, ma in tutta la vita. Voglio raccontarlo ai giovani!” E tutto è un ringraziamento alla vita per lei, perfino le dita della mano destra che ogni giorno pazientemente deve educare al movimento. Posa il pennello stortignaccolo su un fazzolettino di carta (Tempo …che non lascia peli), perché non vuole strizzarlo e … torturarlo; passa a lavorare su un pezzo di carta italiana liscia che subito alza pelucchi e non fa scorrere l’acqua. Propongo un foglio di altra marca leggermente ruvido e l’acqua fila leggera su un cielo più mare increspato.” Io lavoro su cartoncino tipo quelli delle torte- ci racconta. Ideali erano i cartoncini Schoeller, dei grafici pubblicitari,  super lisci ma non esistono più. Quelli di oggi si gonfiano!” La carta di puro cotone da 300 grammi che le ho proposto è bellissima e… “calandriana”. “Negli ultimi anni la carta è cambiata e anche le colle, quindi bisogna adattarsi. Il supporto cartaceo può essere un’opportunità anche quando è difficoltosa e può diventare motivo di ricerca pittorica.

Io faccio prendere sole ai fogli per esempio. Uso tutte le strategie: bisogna sempre inventare, adattarsi, oggi siamo in crisi perché spesso non vogliamo più fare questo sforzo!

E poi l’acquerello – ci spiega – deve rappresentare l’incanto.

Ma l’incanto dobbiamo averlo dentro di noi!

Vorrei vedervi al lavoro, solo così forse potrei suggerirvi quello che dovete riconoscere dentro di voi, perché ognuno ha un’anima di acqua da tirare fuori, la SUA.”

Mi piace anche come affronta decisa il tema sempre più dibattuto del bianco che i “puristi” vogliono solo come bianco della carta: ”Il bianco è usato in piccolissima quantità mischiato al colore per ottenere un effetto opaco o anche un aspetto fangoso, spesso, materico, di velluto. L’avversione al bianco viene dall’ acquerello all’inglese, ma secondo me possono coesistere il bianco d’acquerello e il “bianco riservato”, ossia la carta lasciata non colorata.

Nel “Tramonto sul fiume Bormida” ad esempio ho usato il bianco per rappresentare le acque fangose e sporche di quel fiume; oltre a usare i colori che ho adoperato per il tramonto, ho aggiunto il bianco che dà il senso dello spessore delle acque.”

Acque di fiume anche oggi a riflettersi sulle pareti del suo studio che si affaccia sul Po: l’atmosfera giusta per lavorare. Tra una pennellata e una spiegazione tecnica escono anche curiosità culinarie: ”… il plin (agnolottino piemontese) era il nostro piatto base e cambiava con la stagione. Il più interessante era il “Quaresimale” con ripieno di riso e ortiche. D’inverno il ripieno era di cavolo e maiale. I plin vanno serviti su tovaglioli di canapa e poi messi in mezzo al tavolo e tutti si servono.”

Ritagli di vita, piccoli tesori da conservare.

Prima di andarsene Anna Lequio saluta tutti con affetto, come vecchi amici. L’acquerello ci unisce, come l’amore per la bellezza, tutto qui.

                      

 

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