In questo periodo, talmente lungo da ipotizzare che non sia episodico ma endemico, di crisi economica, istituzionale, di valori e di progettualità, la memoria storica può fornirci alcuni strumenti per comprendere il presente rileggendo il passato. Dobbiamo ritornare con la mente all’anno 1929, e nello specifico a quel giovedì nero di ottobre che ha reso evidente la fragilità di un’economia fondata sul laissez-faire del mercato.

La crisi del 1929 si presenta come un evento totalmente nuovo a livello storico per due ragioni: nei fatti, in quanto non si è mai vista una depressione economica di tal portata e che destabilizzò così nel profondo la situazione internazionale; e nelle interpretazioni, in quanto non c’è un’unica lettura delle ragioni che portarono a ciò e neppure nelle misure da adottare per uscirne.

Nella seconda metà dell’Ottocento Europa, Stati Uniti e Giappone si fanno protagonisti di una crescita esponenziale dettata da una forte industrializzazione. Le merci e il mercato diventano sempre più globali. Londra è il centro finanziario di riferimento e basa il suo sistema sul gold standard (convertibilità aurea della moneta) e sulla sterlina. Questa prima globalizzazione moderna guidata dall’impero britannico si fonda sul libero mercato e ha generato problemi di concorrenza che sfociarono in conflittualità, corsa alla ricerca di sempre più risorse e al riarmo.

Al termine del primo conflitto mondiale l’economia si focalizza su due aspetti: la ricostruzione delle infrastrutture e la riconversione dell’industria bellica in civile. Problema centrale è la questione delle riparazioni di guerre, le quali vengono imposte ai paesi sconfitti, in particolare alla Germania.

É evidente che nella situazione in cui verte la Germania è impossibile che sia in grado di poter saldare il debito. Nel 1923 lo stato tedesco è sull’orlo del default e conia addirittura una nuova moneta, il Rentenmark. L’anno successivo il piano Dawes, che prende nome dal vicepresidente americano, dispone una serie di prestiti alla Germania al fine di permetterle il pagamento delle riparazioni e la stabilizzazione monetaria. Nonostante la crescita e la rateizzazione il pagamento delle riparazioni rimane insostenibile per l’economia tedesca. La crisi della finanza negli USA con il conseguente ritiro dei crediti americani provoca l’effetto domino previsto dall’economista inglese J.M. Keynes nel 1919.

Aver riproposto la base aurea per determinare i cambi monetari diede instabilità all’economia. Inoltre anche il settore bancario si modifica rispetto ai decenni precedenti, vedendo proliferare enormi banche di investimento. Negli Anni Venti infatti l’attività borsistica cresce insieme al numero degli investitori. La massificazione degli investitori è stimolata dalla possibilità del cittadino di accedere facilmente al credito tramite acquisti a rate. In Europa il sistema bancario è un po’ diverso rispetto a quello americano, in quanto ci sono banche miste che svolgono sia l’attività bancaria ordinaria (deposito per il risparmio), sia investimenti a lungo termine. Questo spiega perché la crisi del 1929 comincia con il crollo di Wall Street e della banca Creditanstalt di Vienna.

La crisi del 1929 arriva alla fine di un quinquennio (1924-1929) di forte espansione dei consumi trainata dai settori dell’auto, degli elettrodomestici e dei mezzi di comunicazione. La politica del credito facile espone i risparmi di numerose persone al rischio dell’innalzamento dei tassi di interesse, che effettivamente avvenne nel 1928. Il boom borsistico provoca un eccesso di prestiti a carattere speculativo a individui e a società prive delle necessarie garanzie. Il clima di fiducia e di euforia borsistica si interrompe bruscamente insieme alla liquidità creditizia. Il momento peggiore si ha nel biennio 1932-33 con il tracollo della produzione industriale e una disoccupazione galoppante. Per fornire qualche dato che rende bene l’idea della gravità della situazione, nel 1932 le produzioni industriali di USA e Germania scendono entrambe di oltre il 40% mentre la disoccupazione raggiunge il 27% negli Stati Uniti e addirittura il 43% in Germania.

La reazione americana sarà il New Deal, annunciato dal futuro presidente democratico statunitense Franklin Delano Roosevelt, ovvero la necessità di un nuovo corso, un nuovo accordo che si sviluppa con l’introduzione di un maggior numero di capitali pubblici nell’economia e di un stato sociale più esteso. Le risposte alla crisi globale sono differenti tra USA ed Europa, tra democrazie e dittature. Tutte però videro un maggior intervento pubblico nell’economia e un controllo del sistema bancario. In Italia, per esempio, nel 1933 viene costituito l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) e nel 1936 con la riforma bancaria viene assegnato un ruolo da controllore alla Banca d’Italia. Sarà poi con gli accordi di Bretton Woods nel luglio 1944 che si attua il nuovo sistema di organizzazione. I capisaldi degli accordi sono la fondazione del FMI e del gold exchange standard, ovvero la convertibilità con il dollaro e la sua relazione con l’oro.

La crisi del 1929 e quella iniziata del 2008 e lungi dal concludersi presentano alcune analogie. Innanzitutto l’approccio di vari studiosi e politici nel proclamare la dottrina di aver risolto tutti i problemi delle depressioni economiche e poi puntualmente di ricadere in periodi di recessione.

In secondo luogo l’idea che il mercato sia in grado di autoregolarsi facendo crescere costantemente profitti e redditi.  La terza analogia è l’inserimento di capitali virtuali fondati sulla speculazione finanziaria. La speculazione sui mutui subprime negli USA si è ripercossa sull’economia reale causando fallimenti e disoccupazione. In ultimo la crisi economica sembrerebbe legata al tramonto di una potenza egemone o comunque di riferimento mondiale. Nel 1929 il ruolo viene rivestito dalla Gran Bretagna e nella recente crisi dagli Stati Uniti. L’attuale crisi ci sta mettendo di fronte a riflessioni sul nostro modello di sviluppo, su quanto sia sostenibile in termini sociali e anche ecologici.

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