Lasseme sté, lasciatemi stare, almeno nel periodo che si approssima.

Sogno un tempo muto, silente che stoppi questo vociare assurdo, dove tutti dicono tutto e non si ha più certezza di niente.

Il gioco della parti, unito a beceraggini varie, si unisce a una sicumera che trova radici in ignoranze elevate a verità assolute, ignoranze che si abbeverano quotidianamente in una dabbenaggine mai vista.

L’amplificazione dovuta ai social moltiplica poi gli esiti nefasti.

Ma, ditemi, dove siamo finiti? Mi sembra di vivere davvero, come ha scritto recentemente Marco Ruffolo, dentro ad una nebulosa frustrata e rancorosa e sento davvero il rischio “che qualcuno peschi nel corpo quasi sfatto della middle class per canalizzare la rabbia verso esiti antidemocratici”. Gli unici che in questo momento paiono interessare e avere presa.

Sono trascorsi cinquant’anni da che l’uomo pose piede sulla luna, anche se fior fior di complottisti credono più a ciò che il film Capricorn One ci ha regalato, piuttosto  a ciò che vedemmo nella notte tra il 20 e il 21 luglio del ’69.

Più che alle doverose celebrazioni, qui  mi piacerebbe far cenno ad altro. Non già a ciò che le missioni spaziali ci hanno lasciato in dono in termini di tecnologia, nuovi materiali e spinta per muoverci verso l’ignoto, quanto  a ciò che mi sembrava respirarsi in quei tempi.

Quella notte, quella mia notte, fu piena di note  e pensieri: le montagne erano lì a celarmi la luna, ma l’avvertivo presente come non mai. L’avvertivo violata e svelata, ma al tempo stesso ancora  capace di custodire tutte le mie speranze.

Credevo fortemente in una nuova frontiera, capace di  coniugare al meglio progresso e giustizia sociale.

Non potevo ipotizzare che la contestazione ci avrebbe condotti poi  ad anni di piombo, o che non saremmo stati in grado di proporre nuovi modelli di società chiari e sostenibili.

Di quei giorni ricordo la speranza che covavo, quella che mi diceva che davvero saremmo riusciti a costruire un mondo migliore.

Sono trascorsi cinquant’anni e tutto è andato perso. Morta ogni certezza, mortificata ogni possibilità di creare qualcosa di  più giusto.

La società non è più polarizzata e divisa in consistenti insiemi sociali: la definiscono “liquida”, con correnti che spostano il capitale verso pochissimi e ricchissimi individui, con la costante erosione della classe di mezzo, che è frammentata dentro ad una nebulosa sempre più confusa, con identificazioni politiche e culturali sempre più difficili da unificare e interpretare.

Quella che è certa e la sempre più palese radicalizzazione del ceto medio verso derive autoritarie. E se si considera che nella storia del  secolo passato  è stata proprio la moltitudine del mondo di mezzo a spingere verso forme dittatoriali, accusando disagio economico unito a povertà di cultura politica, non si può non essere preoccupati.

Occorre mettere mano a riforme sostanziali che ridiano speranze e certezze, che ripristinino una maggior equità, pena il doversi confrontare a breve con forti luoghi sociali di rischio. La gente, perché è la gente che fa la storia, continua a muoversi per fame e bisogno, e non va dimenticato.

Del resto, di quella cacofonia immonda che mi rimanda ogni schermo per ogni risibile, stucchevole, bolso argomento, basta. Sipario e niente applausi.

Lasseme ste, almeno per un mese l’anno.

Ora godiamoci un po’ di vacanza. A settembre ci ripenseremo.

Buone ferie a tutti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here