FortissimaMenteWEBNel linguaggio di tutti i giorni si usa la parola “ossessione” per indicare un chiodo fisso che assilla la mente. Dal punto di vista psicologico, esiste un vero e proprio disturbo mentale chiamato “disturbo ossessivo compulsivo”, diagnosticato a quei pazienti che si sono resi la vita impossibile a causa di idee fisse. Le ossessioni generano molta ansia, e per poter trovare un temporaneo sollievo da essa, i pazienti mettono in atto dei rituali chiamati compulsioni, per potersi tranquillizzare.
 
Le ossessioni più frequenti sono:
 
  • Ossessione dello sporco e della contaminazione: il paziente si sente sporcato dal contatto reale o presunto con oggetti vissuti come fonti di sporcizia, d batteri o di sostanze tossiche. Anche solo pronunciare il nome della sostanza contaminante può dar vita al rituale di pulizia.
     
  • Ossessioni dubitative: il paziente pensa continuamente a un tema particolare, e si sente costretto a eseguire rituali di controllo. Ci si può interrogare sull’esecuzione di azioni quotidiane quali: ho chiuso il gas? Ho spento la luce? Ho chiuso le finestre? Altre volte le ruminazioni si riferiscono a temi esistenziali: perché esisto? Quando finirà il mondo? La persona passa ore a pensare a questi temi e prova una grande angoscia.
     
  • Ossessioni impulsive: il paziente ha in mente un atto sconveniente e sgradito. L’impulso può essere aggressivo (sia verso sé stessi che verso altri), può essere verbale (insultare, bestemmiare), o fisico (picchiare). La persona cerca di evitare situazioni o persone che possano istigarlo ad agire. È raro che il soggetto si abbandoni al proprio istinto, ma spende molta energia per controllarlo.
     
Questi pazienti chiedono aiuto quando i rituali necessari per tranquillizzarsi diventano così lunghi e laboriosi da creare grandi problemi nella vita quotidiana, oppure la loro ansia è intollerabile. Nel loro passato si trovano esperienze che li hanno resi responsabili quando era troppo presto per loro. Vorrei terminare questo articolo raccontandovi brevemente un paio di storie di pazienti che mi hanno richiesto una terapia per il loro disturbo, quando anche i farmaci non erano più sufficienti per tranquillizzarli.
 
Il primo caso di cui vorrei narrarvi è quello di Maria, un’impiegata 50enne ossessionata dal controllo. Maria non riusciva a lasciare la sera il suo ufficio se prima non aveva attentamente appurato che tutte le finestre fossero chiuse, le luci spente, le spine dei computer staccate. I controlli di Maria duravano fino ad un’ora e mezza. Fissava e toccava più volte le finestre, le porte, le prese della corrente come se un primo sguardo superficiale non fosse abbastanza. Alcune volte le succedeva di essere già a casa e di sentire il bisogno di tornare in ufficio per ricontrollare ancora, altrimenti non sarebbe neppure riuscita a dormire. Il disturbo era così grave che stava diventando inefficiente sul lavoro ed era perennemente in ritardo a tutti i suoi appuntamenti. Nel passato di Maria c’era stato un grave lutto: il padre era stato investito per aver attraversato senza guardare la strada, quando lei aveva solo 8 anni. Maria era stata responsabilizzata dalla mamma, rimasta vedova, e le era stato chiesto di occuparsi del fratellino di soli 2 anni. Per Maria era stata una grave incombenza, da allora non era più stata spensierata come una normale bambina. Inoltre, assomigliando molto al padre, Maria temeva di poter diventare simile a lui , così disattento da rimetterci la vita. Da allora aveva sentito il bisogno di controllare per sentirsi a posto con la coscienza. Solo quando Maria è riuscita, durante il percorso di terapia, ad elaborare il lutto per il padre e a perdonarlo per la sua leggerezza, ha potuto abbandonare i rituali di controllo.
 
È commovente anche la storia di Sebastiano, un operaio che ha chiesto aiuto per il suo disturbo compulsivo. Egli aveva sviluppato il timore di potere perdere il controllo e di commettere degli atti di natura omosessuale. Sebastiano passava gran parte della giornata a cercare di controllarsi e prendeva le distanze dai colleghi maschi e anche dai suoi due figli. Si sentiva sempre teso, aveva vampate di calore alla sola idea di poter commettere atti imbarazzanti (cosa, ovviamente, mai accaduta). Anche l’infanzia di Sebastiano è stata oscurata dal lutto del padre, quando lui era adolescente. La madre, rimasta vedova, aveva avuto una forte depressione ed era diventata molto dipendente da Sebastiano, il suo unico figlio, mostrando risentimento ogni volta che lui provava simpatia per una ragazza. Sebastiano è cresciuto con un forte senso di responsabilità nei confronti della madre, e pur sposandosi, non è mai riuscito ad allontanarsi in modo definitivo da lei. Come nel caso di Maria, anche Sebastiano è riuscito a far fronte al suo disturbo solo dopo averne capite le origini nel suo passato,e a sentirsi più leggero nei confronti di sensi di colpa che non avevano motivo di esistere.
 
Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it
 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here