Una vita “ alla francese”

Dal nostro inviato a Bordeaux

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Ogni giovane se lo sente dire almeno una volta l’anno, fosse anche solo al pranzone di Natale dallo zio acculturato e rompiscatole di turno: “Cerca di fare qualche esperienza all’estero, che ti farebbe bene!” Non si tratta solo di un mero paragrafetto carino da scrivere sul curriculum o un motivo in più per essere eventualmente assunti da qualche parte: starsene un po’ lontani dalla madre patria (e dalla mamma in generale…) fa crescere molto. Una delle tante possibili strade è quella che da Torino, attraverso un partenariato tra Unito e SciencesPo che dura da quasi 20 anni, porta a Bordeaux, in Francia. Bordeaux è una città bellissima. Non è enorme, farà 250mila abitanti, 1 milione considerando i comuni limitrofi. Limitrofi molto molto limitrofi, perché ci si arriva in 20 minuti di tram urbano. Questi tram legano la città da nord a sud, da est a ovest e per le diagonali. Hanno ovunque la corsia preferenziale e i semafori sono sincronizzati al loro passaggio. La linea B passa lungo il quai (si legge “ché”), una sorta di Murazzi che corre lungo la Garonna, il fiume che divide in due la città, per diversi chilometri. Dalla Gare st. Jean, storica stazione di Bordeaux raggiungibile in due ore da Parigi grazie all’alta velocità, il fiume scorre sotto il Pont de pierre, costruito da Napoleone per far passare le sue truppe quando gli era girato di invadere la Spagna, poi di fianco alla Porte de Bourgogne, lungo Place de la Bourse e la sua spettacolare fontana a specchio, e così via fino alla Cité du vin, una specie di tempio dell’enologia, fino al Bassin à flot, un immenso mostro di cemento costruito da Hitler per parcheggiare una quindicina di sommergibili, poi un altro ponte, levatoio e ipertecnologico, e di lì via fino all’Oceano Atlantico. Bordeaux ha anche due grosse chiese. La cattedrale è magnifica, come magnifica è la vista dall’alto del suo campanile. Tuttavia, non è la chiesa più grossa. Imboccando una delle viuzze a malapena carrabili che si srotolano per la città come un gomitolo, e scendendo verso il Marché des Capucins, che è un po’ la nostra Porta Palazzo, si incontra un campanile ancora più alto e, ai suoi piedi una grossa chiesa, che si chiama St. Michael. Una nuance nerastra avvolge il complesso: le pietre sono sporche; la chiesa stessa e il quartiere in cui si trova, malgrado i numerosi ristorantini che stanno man mano facendo capolino, hanno un nonché di trasandato e spoglio, che però li rende paradossalmente ancora più affascinanti. La mania di tirare su scempi edilizi tanto in voga negli Anni Sessanta in questa città sembra non essere arrivata. Ogni casa, persino la più povera o la più malmessa, ha la sua eleganza, i suoi stucchi decorativi attorno alle finestre. È una città in cui ti vien voglia di fare una passeggiata non appena fa un po’ di sole, cosa sfortunatamente non troppo frequente. La vita qui non scorre troppo diversa da Torino, ma alcuni dettagli possono colpirci. Il sentimento nazionale è fortissimo, spesso palesemente autocelebrativo. Per esempio, è normale non parlare troppo del regime di Vichy nemmeno nei corsi di Storia Contemporanea, considerandolo una parentesi anticostituzionale, perché figurati se potrebbero esistere dei veri francesi fascisti. Poi, c’è una straordinaria propensione alla grève, cioè allo sciopero e alla manifestazione. Se abitate in centro, il megafono dei gilet gialli sarà la vostra sveglia ogni sabato mattina, e adesso che Macron si è azzardato a proporre una riforma delle rétraite, cioè delle pensioni, sta succedendo un pandemonio. Alcuni stereotipi, come il fatto che mangiano chili di baguette, usano sigle incomprensibili per qualunque cosa, traducono in francese ogni parola straniera (gigabyte si dice gigaoctet…), spernacchiano a fine frase e non riconoscono il valore del bidet, sono indiscutibilmente veri. Qui in Francia, inoltre, sono più laici di Marx. La grande chiesa di St. Michael che abbiamo descritto, è annerita anche perché l’8×1000 non esiste quindi la Chiesa non ha tutti i soldi che ha da noi, e spesso il proprietario degli edifici di culto è lo Stato. Se un francese, fosse pure del Rassemblement National, un partito piuttosto di destra e conservatore, vedesse i crocifissi che da noi in Italia sono appesi in aule scolastiche, uffici o tribunali, impazzirebbe. Se un politico francese baciasse un rosario durante un comizio dovrebbe abbandonare la vita politica. Per contro i pochi cattolici che ci sono, circa il 9% della popolazione, sono a dir poco radicali. È normale sentir dire a messa “Signore, affinché non passi la legge in discussione in Parlamento sul matrimonio omosessuale / sulla bioetica etc, preghiamo.” Ma a star qui non si conoscono solo la Francia e i Francesi. La città è stracolma di studenti, da ogni angolo del mondo. Negli ultimi decenni sono stati costruiti immensi campus universitari e molti sono i cantieri ancora aperti. Inizialmente stupisce non poco il fatto che sia raro trovare uno studente davvero Bordelais, davvero di Bordeaux. Può capitare di organizzare una festa a casa tua e scoprire che ci sono almeno nove nazionalità diverse: spagnoli, italiani, bulgari, cechi, belgi, turchi, inglesi, tedeschi e portoghesi, magari qualcuno del Congo, del Cile, delle Canarie o della California. Anche dei francesi, ovvio, ma con buone probabilità vengono da qualche altra parte della Francia. E ciascuno di loro studia cose diverse: il bulgaro sta per diventare un medico, la turca è una giurista, la tedesca studia psicologia, lo spagnolo letteratura e così via. Tante persone, insomma, con alle spalle storie di vita e competenze diverse che non possono che arricchire la nostra. Forse quando ci dicono che ci “farebbe bene” intendono proprio questo. L’essere più aperti, più autonomi, più pronti ad affrontare i problemi ed interfacciarsi con le persone. Quando torniamo da queste esperienze di sicuro lo facciamo con una marcia in più rispetto a quando siamo partiti.

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